La nausea di Italo Calvino

Venticinque anni fa morì a Siena Italo Calvino, lo scrittore a cui debbo una cifra della mia stessa esistenza, quella leggerezza che è linguaggio di chi nel mondo conduce la sua guerra alla disumanità, usando lo scudo per guardare l'immagine della Medusa, che altrimenti ti pietrifica come fa Teseo, per ricordare un episodio caro allo stesso Calvino. Perciò ora voglio ricordarlo con un paragrafo della mia tesi di laurea in cui parlo di quella che ho voluto definire "la nausea" di Italo Calvino nel suo saggio del 1960: Il mare dell'oggettività.
Il distacco critico tra soggetto e oggetto e quindi la coscienza razionale che permette un giudizio rispetto alla realtà “oggettiva” passa attraverso il recupero del soggetto rispetto al “magma dell’oggettività che annega l’io” come è stato descritto da Italo Calvino ne Il mare dell'oggettività in Il Menabò di letteratura n. 2 (Giulio Einaudi Editore, 1960). È in questa dinamica che la crisi della cultura e della letteratura - che investì il mondo della cultura e delle arti dopo la seconda guerra mondiale - riceve una risposta attraverso il lavoro epistemologico che affianca quello creativo e nel quale è necessario che la coscienza o il soggetto riesca a ristabilire il suo distacco critico rispetto all’oggettività dilagante. Avvisaglia dello smarrimento dell’io per Calvino era stata venti anni prima “la discesa agli inferi” di Antoine Roquentin nel quale svanisce, come dice Calvino, “la distinzione tra sé e il mondo esterno”. Tuttavia questo smarrimento avviene ancora in una salda posizione di alterità rispetto a quanto accade invece in Dylan Thomas nel quale, secondo Calvino, la natura “non è più sentita come alterità”. È insomma accaduto un passaggio tra il flusso soggettivo dell’Ulixes (1922) di James Joyce e l’incipiente “calibrato sistema di pause e silenzi” del Molloy (1951) di Samuel Beckett. In altri termini ci fu uno spostamento piuttosto repentino dalla pienezza verbale di Joyce al “balbettio creatore” (Gilles Deleuze) delle estetiche che seguiranno allo scrittore irlandese a partire da Beckett.
Marrone e Argento I - Pollock
Jackson Pollock, Marrone e Argento I, 1951; smalto e vernice argento su tela, 145 x 101 cm; Lugano, coll. Thyssen-Bornemisza

Corrispettivo di questo “capovolgimento di termini” è il passaggio nella pittura dall’espressionismo astratto all’action painting dello statunitense Jackson Pollock (1912-1956). Ponendo la tela non più sul cavalletto ma sul pavimento l’artista, con Pollock, entra fisicamente all’interno di essa. Ne deriva quella che Calvino chiama “la totalità esistenziale indifferenziata dall’io: cosmo, mondo naturale e febbre meccanica della città moderna racchiusi nello stesso segno”. Un segno ottenuto per “sgocciolamento”, quello di Pollock, per esempio in Marrone e argento I (1951) in cui scompare la sovrapposizione dei piani per far posto all’articolarsi della materia pittorica che si alterna agli spazi non coperti dalla pittura dando vita a un brulicare di forme tanto vitali quanto intrappolate nella loro “superficialità”. Riesce difficile comprendere, quindi, come un’“autentica razionalità incarnata” passi attraverso un Pollock o un Robbe-Grillet mentre la coscienza di Calvino possa essere un “vuoto simulacro” come sostiene Renato Barilli. I pittori dell’informale per quest’ultimo non rinunciano a progettare un habitat umano in cui l’uomo deve accettare di esser condizionato dall’altro da sé, dalla materia. Ma è proprio nei confronti di questo condizionamento che Calvino – al di là delle presunte preoccupazioni razionalistiche e moralistiche di cui parla Barilli – prende le distanze. Se con l’espressionismo, Joyce e il surrealismo il monologo interiore e l’automatismo dell’inconscio, avverte Calvino, il soggetto aveva finito con l’essere un fiume che aveva inondato tutto, ora l’oggettività è diventata “il vulcano da cui dilaga la colata di lava (…), il ribollente cratere nel quale il poeta si getta”. In questo gettarsi può accadere che il poeta o lo scrittore o l’artista o il critico finisca con l’annullarsi, con il perdere la propria identità e quindi la propria funzione. Si gioca tutta qui la resa nei confronti del mondo:  non solo si rinuncia a volerlo cambiare ma ci si arresta anche di fronte alla difficoltà di comprenderne tutta la complessità. È in questa ottica che Calvino nel seguito de Il mare dell’oggettività pone “la crisi dello spirito rivoluzionario”:

“Rivoluzionario è chi non accetta il dato naturale e storico e vuole cambiarlo. La resa all’oggettività, fenomeno storico di questo dopoguerra, nasce in un periodo in cui all’uomo viene meno la fiducia nell’indirizzare il corso delle cose, non perché sia reduce da una bruciante sconfitta, ma al contrario perché vede le cose (la grande politica dei due contrapposti sistemi di forze, lo sviluppo della tecnica e del dominio delle forze naturali) vanno avanti da sole, fanno parte d’un insieme così complesso che lo sforzo più eroico può essere applicato solo al cercar di avere un’idea di come è fatto, al comprenderlo, all’accettarlo”.
È, ancora una volta, il tema sartriano dell’engagement che nasce non dalla nausea della “deiezione dell’esserci”, questa volta, ma dal constatare che “le cose vanno avanti da sole”: nel bene e nel male “l’uomo a una dimensione” di Marcuse si trova davanti a un sistema complesso che prescinde dal suo contributo. Si badi che non si tratta soltanto del sentirsi inermi di fronte al sistema neocapitalistico o comunista che sia (o di fronte al loro contrapporsi oppure intrecciarsi) ma del sentimento di smarrimento, di confusione e di sgomento di fronte alla coscienza dell’articolazione della complessità della vita dell’uomo in toto, così come si è andata sviluppando nell’età moderna, che ha ricevuto un’accelerazione a partire dalla rivoluzione industriale e che ha registrato la necessità di una sua rifondazione epistemologica subito dopo la seconda guerra mondiale. Tremendo o meno che fosse il compito che spettava anche ai collaboratori del Menabò era quello di riformulare non solo le basi epistemologiche della letteratura ma anche quello di ripensare lo stesso esserci dell’uomo in cui gli steccati tra le discipline non reggono e si sente quindi la necessità di far ricorso a più saperi possibili. In letteratura Carlo Emilio Gadda, su tutti, compie addirittura l’immane operazione di ricorrere a tutto lo scibile possibile, pur privilegiando la filosofia soprattutto di Leibniz e di Bergson. Dobbiamo parlare in questo caso di enciclopedismo sulla scorta del mito dell’enciclopedia inseguito dagli scrittori del Cinquecento e del Seicento, come dice Giancarlo Roscioni.
Il senso di nausea, di sgomento di fronte all’indistinto esistente e all’indecifrabilità della vita moderna o della vita tout court aveva trovato in Virginia Woolf un’interprete acuta. La vita è “pura esteriorità”, “immagine enigmatica” per la scrittrice e pertanto manifesta una irriducibilità e quindi un’inafferrabilità che solo attraverso una “catena simbolica” costruisce una grammatica di una rivelazione che lei cercò di trascrivere attraverso la “lotta tremenda” della lingua. Per Nadia Fusini l’oggetto in relazione al soggetto, in questo caso, assume una puntualità mistica che porta la scrittrice ad attaccare il procedimento realistico reo di un approccio non poetico e quindi inadeguato al reale. Ora, se le cose vanno avanti da sole qual è il posto che spetta all’uomo? È possibile che possa ritagliarsi solo una stoica accettazione del destino? Oppure gli è possibile ritrovare una libertà perduta? È Calvino stesso a chiederlo. Scrive, infatti, nel saggio che stiamo esaminando:
“In mezzo alle sabbie mobili dell’oggettività potremo trovare quel minimo d’appoggio che basta per lo scatto di una nuova morale, d’una nuova libertà?”.
Locandina de Il Cavaliere inesistente
Locandina del film "Il Cavaliere inesistente" di Pino Zac (Italia, 1970)

Comincia qui la pars costruens del saggio. Infatti Calvino indica due percorsi possibili per la letteratura che passano per Gadda e Pasolini. Questi due percorsi vengono sintetizzati nella conclusione del saggio nella formula “dalla letteratura dell’oggettività alla letteratura della coscienza” che costituisce un atto di fiducia, ancora una volta, nella letteratura. Tutta l'esperienza di Calvino degli anni '60 è segnata dalla fiducia nella funzione progettatrice della letteratura per Mazzarella. Nella lettera di Calvino a «Mondo Nuovo» del 3 aprile 1960 Calvino stesso rivela come Il cavaliere inesistente sia una storia "sui rapporti tra esistenza e coscienza, tra soggetto e oggetto" e come sia stato scritto in contemporanea a Il mare dell'oggetività di cui il romanzo è incarnazione. È il concetto di alienazione dell'uomo che Calvino si propone di indagare. E da questo punto di vista è sempre Calvino stesso a stigmatizzare nella figura dei cavalieri del Sacro Graal, il misticismo, la comunione con il tutto. Giova ricordare come egli presenta nella stessa lettera i due principali personaggi de Il Cavaliere inesistente:

“Quando sarebbe stato possibile dar vita ad Agilulfo, il cavaliere inesistente, se non oggi, nel cuore della più astratta civiltà di massa, in cui la persona umana tanto spesso appare cancellata dietro lo schermo delle funzioni, delle attribuzioni e dei comportamenti prestabiliti? Chi più simile a un guerriero chiuso e invisibile nella sua armatura, delle migliaia di uomini chiusi e invisibili nelle proprie automobili che ci sfilano ininterrottamente sotto gli occhi? E lo scudiero Gurdulù, il quale c’è ma non sa di esserci, potrebbe forse essere concepibile al di fuori di tutta la letteratura d’oggi, volta a indagare l’umanità precosciente, l’esistenza ancora indifferenziata dal mondo delle cose?”

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