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Born in Tarantopoli

Disegno con narratore di storie

Dopodomani, giovedì 9 giugno, sarò all'Enò Wine Bar di Taranto per uno degli appuntamenti di Riconversione Culturale del comitato Taranto Lider. Mi hanno chiesto una presentazione che voglio condividere con i lettori del blog.

Mi chiamo Giuseppe Vitale, ho 37 anni e sono figlio di un ex operaio dei cantieri navali Tosi a Taranto, che qualche volta ha lavorato anche per l’Italsider, oggi Ilva. Lasciato quel mondo mio padre ha trovato la sua nuova vita nell’arte, affinando soprattutto l’arte dell’aerografo che un po’ gli ricorda la pistola a spruzzo con cui verniciava le fiancate delle navi.

Vivo in una terra  dove molti miei coetanei e persone più giovani di me lavorano all’Ilva, se non fanno i militari, visto che sono i posti di lavoro più gettonati. Io che ho fatto l’obiettore di coscienza e che non ho mai presentato domanda per lavorare nelle acciaierie ho dovuto cercare sempre difficili alternative. Una di queste, su cui ormai insisto da anni, è quella di raccogliere e raccontare le storie e le situazioni della mia terra o di altri sud del mondo. Un po’ per esorcizzare quei mostri che compaiono e minano la nostra esistenza e che possono essere “lu nanni Orcu”, piuttosto che gli usurpatori del nostro destino. Ne è nato uno spettacolo di cunti, culacchi, leggende popolari che si chiama Mistero Salentino, dove la tradizione medievale dei misteri, diventata barocca dopo la dominazione spagnola, si stempera nella risata, in una sorta di “rito alla rovescia”, figlio del mondo alla rovescia del carnevale, della satira.

Ho eretto domicilio in quella che chiamo “Tarantopoli”: una sorta di unica megalopoli tra Taranto e Napoli, i cui vicoli, le cui strade, i cui palazzi, la cui gente cerco di frequentare ogni volta che posso, per seguire un sempre più forte istinto, un richiamo della foresta: foresta perché per una intera vita precedente sono rimasto estraneo, ma le radici mi riportano alla Grande Madre, a succhiare i seni di Mar Piccolo e Mar Grande a Taranto o a lasciarmi cullare sopra Castello dell’Ovo a Napoli. E in questa “città della taranta” che scommetto di crescere perché me ne sento figlio, dove il morso che ho ricevuto non sfocia in musiche e coreografie colorate come nella “pizzica de core”, la pizzica con numerosi strumenti a corda: piuttosto appartengo al mondo della pizzica triste e muta, quella pizzica che a discapito della sua malinconia produce quell’affabulazione che conoscono bene i Griot africani un po’ narratori e un po’ sacerdoti e che mi rimette in pace con il mondo nei momenti di rabbia e frustrazione.

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