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Il pinocchio di Rubini

Sergio Rubini e Guido Giaquinto.
Sergio Rubini e Guido Giaquinto.
I frequentatori più o meno fedeli del mio sito web ricorderanno che la grafica era diversa, che c'era un blog che curavo di settimana in settimana con molti post. Ora ho cambiato il sistema di pubblicazione dei contenuti (il C.M.S.) passando da dblog a wordpress. Come conseguenza quei post non ci sono più. Occasione buona per far piazza pulita di tante fesserie che ho scritto. Però di tanto in tanto ripescherò alcuni di quei vecchi post e ve li riproporrò. Uno di questi, che pubblico oggi, è la mia recensione dell'ultimo film di Sergio Rubini, che scrissi il 28 settembre del 2010.
Sergio Rubini ha rifatto Pinocchio. A suo modo, è ovvio, ma lo ha rifatto. E' questa l'impressione che ho del suo nuovo film L'uomo nero. E' da qualche tempo che guardo alcune sue foto, non pubbliche, e penso a Rubini come un novello Pinocchio. Mi sembra evidente che anche lui ci pensa da diverso tempo e che magari prima o poi ci regali una pellicola dedicata proprio al capolavoro di Collodi, dopo che ci ha provato Roberto Benigni non con risultati eccelsi però. Anzi c'è di più. Carla Cavalluzzi sua compagna nella vita (che fa anche una figurazione speciale nel film) e co-sceneggiatrice del film lo dice con chiarezza: "per me è un pinocchio moderno". Mi sembra proprio il caso di indagare la relazione tra l'ultimo lavoro di Rubini e le avventure del celebre burattino che voleva diventare un bambino.

"La menzogna è fondamentale per uno che racconta. Per raccontarti davvero devi mentire" afferma il regista pugliese in un'intervista a Trovacinema. E questo, io credo, non è solo perché ogni autore romanza la realtà e quindi mente. C'è un rapporto più profondo tra menzogna e racconto come sapeva bene Omero che nell'Illiade ci narra di Ulisse che attraverso l'espediente del cavallo di Troia riesce ad entrare nella città, dopo averla assediata per tanto tempo. Lo sapevano bene gli attori dell'antica Grecia che usavano le maschere non solo come mezzo di amplificazione della voce ma anche come strumento per rivelare l'anima dell'attore, non per nasconderla come i più credono. Le maschere non servono a mascherare, ce lo fa notare anche Dario Fo nel suo Manuale minimo dell'attore (Einaudi). Per Collodi la bugia diventa espediente narrativo che fa procedere la storia con esiti spesso sorprendenti. L'operazione che fa Rubini è: parto da premesse vere che sono la mia famiglia, il mio tempo, la mia visione del mondo da bambino però poi faccio procedere tutto verso direzioni che in realtà non si sono verificate. Vi racconto una delle tante storie che si sarebbero potute realizzare, non quella vera. E vi racconto una bugia perché rivela molto più della verità. D'altronde un film non è mai un'operazione di verità come il grande Fellini ci ha fatto capire: è sempre una selezione dei momenti migliori della vita perché quest'ultima se la racconto per filo e per segno è noiosa.

Che il piccolo Gabriele sia un Pinocchio lo si capisce subito da tanti particolari come:
  • il suo amore per il luna park mai soddisfatto dal padre Ernesto;
  • la figura del suo migliore amico che è una sorta di Lucignolo;
  • il suo accompagnarsi con delle visioni: arlecchino, l'uomo nero (chiaro riferimento a Mangiafuoco), ecc.;
  • il suo gioco con i burattini.

E i suoi genitori sono l'equivalente di Geppetto e della fatina. Ernesto (Rubini) è un geppetto la cui passione non è lavorare il legno ma dipingere. Sembra addirittura non amare suo figlio, metterlo sempre in secondo piano. Ma in realtà cerca solo di fargli capire chi è un uomo: raggiungere la vetta e non dirlo a nessuno, saper mantenere un segreto pazzesco. La mamma Franca (Valeria Golino) è un'amorevole severa che sa rimanere al suo posto nonostante la gelosia e la follia del marito. Una vera donna del sud.
E allora in questa chiave quasi tutte le scelte che regista e produzione hanno fatto sono le più azzeccate che si potevano fare. A partire dal piccolo protagonista cercato tra migliaia di bambini in ben cinque mesi di casting. Per proseguire con tutto il resto del cast sia artistico (ad eccezione di Anna Falchi secondo me) sia tecnico. In proposito i critici di cinema non sono stati teneri con Nicola Piovani, che ha fatto le musiche. Quasi tutti lo tacciano di aver fatto una colonna sonora troppo simile a quella di La vita è bella di Roberto Benigni. Invece questa somiglianza non solo ci sta tutta ma è addirittura un magnifico pastiche. I critici non hanno capito che la bottega di Benigni è molto simile a quella di Rubini: sia per il film su Pinocchio sia per La vita è bella. In entrambi abbiamo un bimbo e il suo genitore per protagonisti. E le atmosfere, la brillantezza, i profumi sono gli stessi. Molto meno azzeccato è il paragone con Baaria di Giuseppe Tornatore. Non ho ancora visto il film ma non ci vuole molto a capire che il regista siciliano ha fatto un'epopea mentre quello pugliese una storia molto più intima e riservata. Rubini è molto attento alla critica e la usa per capire e migliorarsi. Ma stavolta dal mio piccolo mi sento di dirgli come dice Pinuccio (Riccardo Scamarcio) ne L'uomo nero a Ernesto: "quelli anche se gli porti La gioconda di Giovanni Pascoli anna' disc ch'è na schifezz!" (quelli, i critici, anche se gli porti La gioconda di Giovanni Pascoli devono dire che è una schifezza). 

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