Vai al contenuto

L’anfisbene e la samblana

corteo funebre
Corteo funebre a Inzino V.T.

Oggi vi propongo questo raccontino. Buona lettura.

La trenodia avanzava insieme al corteo funebre e quel lamento era intervallato solo dal mio borborigmo. Il mio stomaco, quel pomeriggio umido e afoso, pareva produrre tuoni ora sordi e lontani, ora più vicini, perché la mia pancia vuota, il mio torace, la mia bocca facevano da cassa armonica, da amplificatore. I miei suoni corporali facevano da contrappunto al lamento e ai canti e alle occhiatacce delle prefiche. Quelli delle pompe funebri erano inappuntabili, così ieratici da sembrare dei diali. Ma cos'avrò in corpo, pensai, delle murrine in frantumi che risuonano tra di loro ad ogni passo in avanti? Il vaso di terra cotta, di don Abbondio, che viaggiava insieme ai vasi di ferro si era dunque frantumato nella mia pancia e i pezzi ora stridevano tra di loro come mossi in uno staccio? La mia codardia si era dunque manifestata a tal punto che andava in giro per il mondo a sbandierarsi ai quattro venti, in modo che fossi evitato, come un serpente a sonagli?

D'un tratto tra i pianti delle donne si sentì un urlo e poi un piccolo fuggi fuggi: in mezzo al corteo c'era un serpente, un'anfisbene. I cavalli sentendo quel parapiglia si imbizzarrirono e iniziarono a correre come se qualcuno da lontano li richiamasse con la musetta, dopo esser stati lasciati a digiuno per un mese, lasciando indietro le donne e i pochissimi uomini, per lo più anziani, del corteo che ora erano fermi terrorizzati, che si interrogavano sul da farsi con quell'aspide molto velenosa. Tra loro la mia samblana, tanto erano bianche e soffici come neve i suoi seni, le sue carni. L'immaginavo voluttuosa Cleopatra pronta a farsi mordere da quel serpe se io l'avessi lasciata. Pronta ad attorcigliarsi quello e altri serpenti come presa da zoofila bramosia o forse proiettava in essi la sua grande voglia di avere per sé tanti falli o forse ancora di essi era proprio invidiosa, tale era la sua lussuria. I pensieri degli atti sessuali che avrei voluto compiere con lei erano così numerosi ed insistenti, che mi formicolavano nel cervello, che in testa mi sentivo tutte le biscie della medusa e il mio sguardo pieno di desiderio di possederla, su di lei, l'avrebbe conquistata se solo mi avesse degnato di uno sguardo. Ma la mia codardia era così manifesta in paese che una donna così bella, così desiderata da tutti, così esigente mai avrebbe incrociato il suo sguardo con il mio. Per lei non esistevo.

Ma che dolore di stomaco quel pomeriggio! E porca miseria  che fitte alla pancia! Quel gorgoglio di prima era solo un'avvisaglia della tempesta che portavo in corpo. Non era la prima volta che mi succedeva. Un fatto nervoso mi avevano detto i medici. Ormai ci ero abituato e niente mi scrollava, mi sentivo Achab nella sua ultima veglia prima di incontrare il leviatano. A me ogni volta che mi emoziono tanto, oltre alle palpitazioni al cuore, mi prendevano certe fitte all'intestino che per una buona oretta non mi lasciavano in pace. Il modo in cui evolse questa mia crisi, più acuta del solito, ve lo racconterò tra poco. Perché ad un tratto l'anfisbene si fece minacciosa, voleva avventarsi su quegli anziani idioti, dementi che tentavano di allontanarlo con dei bastoni. Solo che quello stronza invece di avventarsi sulle mani incallite, ingiallite, chiazzate stava per spiccare un balzo verso le belle mani della mia amata. Io corsi all'istante in mezzo al vuoto che si era creato tra la serpe e le persone e nel farlo fui sorpreso da un forte rumore di tavoloni, come se si fossero sfregati tra di loro provocando un grande, improvviso crepitìo che si poteva sentire per decine di metri. L'anfisbene spaventata fuggì tra il sorghetto e la senna e nessuna la rivide mai più. Io restai qualche istante imbambolato per capire cosa stesse succedendo quando realizzai che avevo rilasciato la più grande ma provvidenziale scoreggia della mia vita. La bella samblana, che stava morendo di paura perché ormai credeva che sarebbe stata morsa, finalmente mi degnò del suo primo sguardo: di riconoscenza, ma già era qualcosa. E la mia fama in paese di uomo codardo lasciò il posto ai racconti sul gesto eroico, anche se un po' spetezzoso che avevo compiuto. Da quel giorno mi chiamarono Paolino perché come San Paolo avevo protetto dai serpenti la gente. E quella notte sognai di essere San Giorgio in alta uniforme su un possente destriero che liberava la più bella tra le fanciulle dal drago ma il sogno svanì non appena feci salire in groppa al cavallo la ragazza, con tanto di rammarico per essermi perso la parte lussuriosa.

Vi è piaciuto questo raccontino? L'ho scritto solo per fare un esercizio di scrittura ispirato dalle dieci parole, in grassetto, segnalate da Penna Blu in un suo post. Mi sono solo divertito a citarle tutte insieme nel testo. Giudicate voi 😛

Print Friendly, PDF & Email

2 thoughts on “L’anfisbene e la samblana

Rispondi