Vai al contenuto

La malattia del fatalismo

la forza del destino
La forza del destino. Fotografia di Annais Ferreira.

Nuovi uomini arrivarono da altri paesi, avendo avuto un sogno come il loro, e nella città di Zobeide riconoscevano qualcosa delle vie del sogno, e cambiavano di posto a porticati e scale perché somigliassero di più al cammino della donna inseguita (nel sogno n.d.a.) e perché nel punto in cui era sparita non le restasse via di scampo.

Zobeide è una trappola conclude Italo Calvino, ne Le città invisibili, una brutta città, perché non tiene conto della libertà della donna sognata.  Stamattina ho parlato con un'amica che mi ricorda Zobeide perché ritiene che la sua condizione sia senza scampo. Lei ha un sogno e ha talento per realizzare quel sogno. Solo che ha bisogno di studiare ma non può, mi ha detto, perché non ha soldi. Così vuole rinunciare a farlo. Non c'è alternativa, mi ha fatto capire.

Questo mi permette di introdurre la prima di tre malattie relative allo status quo, lo stato delle cose, di cui vorrei parlarvi. Sono tre malattie che impediscono il cambiamento, quando è necessario, e perciò ci tengono nella prigione che noi stessi ci creiamo. La prima di queste malattie si chiama fatalismo. I fatalisti credono, infatti, che lo stato delle cose non si possa cambiare, che esiste un destino al quale non ci si può sottrarre, che il fato abbia deciso già tutto per noi, sin dalla nascita. Insomma è così e basta. E non c'è modo perché non sia così. Il discorso non ammetterebbe di proseguire.

E' come se uno avesse iniziato a bere perché il primo bicchiere ha reso ineluttabili gli altri bicchieri. E adesso è troppo tardi per smettere. Bisognava pensarci prima.

Quello che ci cagionarono Dio, mondo, destino, natura, cromosomi e ormoni, società, genitori, parenti, polizia, insegnanti, medici, capi o soprattutto amici, è talmente grave che la minima insinuazione circa il poter fare qualcosa contro tale condizione è già di per sé un'offesa.

Così scrive Paul Watzlawick in Istruzioni per rendersi infelici (Feltrinelli). Parla di un aspirante all'infelicità che fa di tutto per raggiungere la massima infelicità. Costui per riuscirci può rendere persino responsabile il passato del bene ricevuto. Infatti potremmo dire: maledetti genitori che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno, maledetti i nostri nonni che combatterono per la libertà e così via.

Ma davvero il passato è responsabile di tutto? Davvero non c'è rimedio? Davvero non posso cambiare lo status quo? In materia di sogni e desideri voglio riportarvi un'argomentazione di Aristotele: se il futuro fosse predeterminato tutti i nostri desideri e comportamenti sarebbero privi di senso. Se non possiamo cambiare la nostra condizione, che sogniamo, che progettiamo a fare qualcosa? Perché c'è in noi il desiderio di fare il cantante, lo scrittore, l'attore se non fosse possibile diventarlo? Oppure Dio è così sadico che ci tortura con desideri irrealizzabili?

La mia amica parlava di mancanza di fondi, di soldi per formarsi ed essere in grado di realizzare la sua ambizione. Ora la domanda è: quanti soldi sono necessari? Ma poi servono davvero? Quante volte le carriere di tanti artisti si sono realizzate partendo da una condizione di povertà, di indigenza? Chissà, ad esempio, quanta povertà avranno conosciuto tanti cantanti blues neri americani, magari hanno iniziato e finito nella povertà. Serve proprio ricordare che i soldi sono un mezzo e non un fine? Comunque diciamo che una certa somma è necessaria e che questa somma non sempre si riesce a mettere da parte con un onesto lavoro. Di recente ho conosciuto un'artista molto interessante, di quelle che le case discografiche all'inizio non prendono in considerazione, perché ha superato la quarantina. Ebbene questa donna, Evy Arnesano, è riuscita ad auto-prodursi un album da sola ed è approdata anche in televisione ospite di Serena Dandini.

Ad ogni modo l'internet mette a disposizione anche tante possibilità per chi vuole iniziare una carriera artistica e trovare i fondi per farlo. Voglio citare in proposito il crowd funding che è un processo collaborativo attraverso il quale chi ha delle idee valide, dei progetti può richiedere a dei piccoli finanziatori la possibilità di realizzare qualcosa. La comunità più promettente a questo proposito mi pare essere quella di Eppela, dove chi vuole realizzare un fumetto, chi ha un progetto sui libri, chi vuole realizzare una nuova collezione di T-shirt e così via può trovare i suoi finanziatori.

Appuntamento a domani con la seconda delle tre malattie. Intanto, ditemi, vi è mai capitato di diventare vittime o di vedere altre persone cadere sotto la scure del fatalismo? Fatemelo sapere nei commenti.

Print Friendly, PDF & Email

2 thoughts on “La malattia del fatalismo

  1. Mari

    sono d'accordo con te, così come molti artisti blues, anche di attori ormai conosciuti hanno iniziato facendo il lustrascarpe, il facchino, chi si è prostituito per pagarsi il tetto..
    sono d'accordo per la citazione che hai messo su Aristotele...

    Rispondi
  2. Pingback: La malattia del finalismo | Giuseppe Vitale's web site

Rispondi