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La malattia del finalismo

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Star Trek Guys

A questo punto Kublai Kan s'aspetta che Marco parli d'Irene com'è vista da dentro. E Marco non può farlo: quale sia la città che quelli dell'altipiano chiamano Irene non è riuscito a saperlo; d'altronde poco importa: a vederla standoci in mezzo sarebbe un'altra città; Irene è un nome di città lontano, e se ci si avvicina cambia.

Mi ricorda l'atteggiamento di Kublai Kan quello di una mia amica che è alla ricerca della risposta ultima a tutte le cose. Lei cerca la ragione superiore di tutto il nostro agire che gli dia senso. Quella risposta che si trova alla fine di tutte le domande di una vita. E' ovvio che in questo faticoso percorso si sia stancata.

Il fatto è che mi sono stufata dei problemi e anche delle analisi dei problemi e dei perché e dei per come. A me servono SOLUZIONI!

mi ha scritto. Quante volte tutti noi pensiamo in questo modo? Ci stufiamo delle domande senza risposta, delle tante analisi che sembrano portare a niente e vogliamo le soluzioni qui e ora, senza se e e senza ma. Scagli la prima pietra chi non lo fa. E pur tuttavia sono rari i momenti in cui impugniamo finalmente "la soluzione" e per giunta questa porta nuovi problemi e nuove domande. La vera difficoltà, però, non è trovare le risposte ma fare le domande. Quante volte, infatti, conversando con qualcuno o leggendo qualcosa ci pare di trovare delle risposte alle nostre domande? Invece fare le domande giuste è l'arte più importante e quindi più difficile.

Ma tutte queste domande dovranno portare ad una risposta "finale" non credi? Oppure devo continuare a farmi domande in eterno?

Chiede la mia amica.  Eccoci dunque arrivati nientedimeno che al finalismo il quale afferma che il nostro agire è sempre subordinato ad uno scopo, ad un fine all'interno di un universo in cui l'uomo è padrone di tutto le cose per volontà divina. Il finalismo è un vecchio conoscente del pensiero occidentale a partire dal pensiero greco. Se però per Aristotele era esclusa un'intelligenza ordinatrice e provvidenziale il Cristianesimo che lo ha ripreso e amplificato è arrivato a fare di esso uno dei cardini di tutta la dottrina cristiana: i novissimi e quindi l'escatologia diventano la ragione stessa del nostro agire. Braccio operativo di Dio è quella Provvidenza che diventa il deus ex machina dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il nostro agire ha senso solo dopo il giorno del giudizio e diventa quindi subordinato all'Assoluto. Questo piace tanto ai Cattolici. Ma la mia amica rettifica il tiro e scrive a questo punto:

Non voglio addentrarmi in un discorso teologico sulle religioni rivelate, ma se ci soffermiamo ad un livello semplicemente umanistico, perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale? Non parlo dell'aldilà ma anche qui e ora penso che la ragione possa guidarci sul da farsi: essere persone oneste, rendere la terra abitabile per tutti, aiutare i più deboli, godere della bellezza naturale o dell'arte umana, bandire la violenza, cercare la giustizia, proclamare la verità... perché soffermarsi su questo concetto "di moda" della giungla metropolitana, della legge del più forte e cavolate varie che ci propinano come se non ci fossero stati milioni di anni di evoluzione?!

"Perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale?" dunque. Ora la domanda è: chi la conosce? Chi può rivelarcela? Le Sacre Scritture? Un profeta? I cattolici sono convinti che si possa conoscere, bontà loro. In fondo non fanno male se li aiuta a vivere con serenità, riconciliati con il mondo. Ma questo avviene di rado e comunque porta via molto tempo e molte energie. Succede infatti che questa risposta finale sia più un ostacolo insuperabile che un ausilio. Seguiamo ciò che dice un esperto di problem solving come Umberto Santucci in Fai luce sulla chiave (l'Airone):

Quando Alessandro Magno si trova davanti al nodo di Gordio, che nessuno era riuscito a sciogliere fino ad allora, e invece di tentare di scioglierlo come hanno fatto tutti gli altri lo taglia con un colpo di spada, che cosa fa? Elude il problema? Lo banalizza? Lo dissolve?

La risposta è facile: lo dissolve. I problemi (che sono sempre delle domande, come quelle della mia amica) a volte sono del tipo di quelli che non possono essere risolti perché sono al di là dei nostri limiti umani, come tutti i problemi della metafisica. Allora non vanno affrontati come problemi ma come immagini, sogni, incubi, illusioni.

A questo punto la mia amica chiarisce ancora di più ed arriva ad affermare che ci salveremo se useremo la logica. Allora mi è venuto in mente Spock di Star Trek: usava la logica e spesso questa voleva dire sacrificare il singolo. Mentre Kirk, il capitano, cercava sempre di salvare anche il singolo. Un mondo di pace è il sogno che Dio riserva a tante figure bibliche, come ad esempio Mosè che vede l'arcobaleno dopo il diluvio. E' qualcosa che va oltre la logica. Se poi parliamo di logica bisogna fare attenzone: quale? Quella verticale, spesso troppo utilizzata e dannosa, o quella laterale, che se fosse più usata riusciremmo a trovare le giuste soluzioni?

Termino qui le mie considerazioni sul finalismo. E voi vi sentite più finalisti oppure più concentrati sul qui e ora? Fatemelo sapere nei commenti. Oltre a quella del finalismo, potrebbe interessarti anche la malattia del fatalismo.

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