La formazione di un pubblico attivo

Spectators in the grandstand at the Royal Adelaide Show
Spectators in the grandstand at the Royal Adelaide Show. By State Library of South Australia.

Che spettatori vorremmo a teatro alle repliche degli spettacoli oppure che tipo di spettatore vogliamo essere?

Questo è un paese di spettatori che in mezzo secolo di televisione hanno imparato che lo spettacolo è difeso da un vetro infrangibile. Prima hanno assaggiato quel vetro nel cinema, dove, però, pur evitando l’interazione con l’attore sul grande schermo.. non si poteva evitare di entrare in relazione con gli altri spettatori. Poi, attraverso la televisione, si sono velocemente trasformati in spettatori di tutto il resto del mondo.

Spettatori di notizie e commenti, di sport e pornografia, di tutto e di più. Il vetro del televisore può essere fatto a pezzi, ma non si aprirebbe una breccia per raggiungere il teatro che si rappresenta dietro lo schermo. Così gli spettatori si sono messi l’anima in pace pensando che l’infrangibilità protegga anche loro come protegge il mondo che vedono rappresentato. Niente più insulti contro gli attori in scena, ma neanche coinvolgimento per gli spettatori in sala.

Sono parole ispirate di Ascanio Celestini nel suo post di oggi, giovedì 10 maggio 2012, in un suo post per Faber Blog. Esse ci interrogano, secondo me, sulla questione della formazione del pubblico, sia intesa come passaggio di conoscenze ed esperienze agli spettatori sia come promozione di uno spettacolo verso un determinato tipo di pubblico, piuttosto che un altro.

E' il caso di chiedersi, a mio avviso: chi sono gli spettatori che vengono a teatro? Al di là della profilazione con il questionario che per esempio il Teatro Pubblico Pugliese somministra alla fine di ogni suo spettacolo. Un autore quando scrive ha in mente i lettori che lo leggeranno. Anche un drammaturgo e un regista più o meno hanno presente i loro spettatori, salvo il fatto che spesso questi spettatori o non vengono a teatro o non reagiscono o, meglio, non interagiscono.

Che fare?

Io credo che occorra occuparsi oltre che dell'allestimento dello spettacolo della formazione di un pubblico: un pubblico che si senta coinvolto e che abbia gli strumenti per intervenire. Di solito questo è delegato ai critici ma è chiaro che non è sufficiente se vogliamo arrivare ad un soddisfacente numero di repliche. Questo deve avvenire già a partire dal tema di cui lo spettacolo si occuperà. Quindi è chiaro che sto parlando di uno spettacolo che si costruisce intorno ad un nuovo testo, che ancora non esiste.

Faccio un esempio con una significativa esperienza che mi è capitata di recente. Ho partecipato ad un laboratorio di scrittura e racconto sulla Kater i Rades, tenuto da Francesco Niccolini e Fabrizio Pugliese.  L'episodio è ben radicato nella comunità brindisina e in quella albanese sia nella madrepatria sia fuori di essa. Se ne sta anche parlando tanto, basta guardare le notizie in proposito, sia per alcune iniziative del comune di Otranto sia per un libro che vi è stato dedicato da Alessandro Leogrande. Sin da subito si è avuta la possibilità di interagire per le ricerche con diverse persone a vario titolo coinvolte. Poi si è avuta la possibilità di fare un primo movimento, un primo racconto nel giorno della commemorazione delle vittime, il 28 marzo. Gli spettatori, finito il racconto, avevano tanto da chiederci o da segnalarci. Nel frattempo le testate locali hanno parlato molto di questo evento. Anche in rete si è creato un bel dibattito grazie a un semplice gruppo su Facebook.

Tutto questo crea un precedente che è di grande supporto allo spettacolo, al racconto quando prenderà piede. Perché se nasce con queste premesse la massa critica si allargherà e darò la possibilità a questo lavoro di compiere la sua missione: dare un senso alle 81 vittime, soprattutto donne e bambini. Immagino il futuro di questo progetto, infatti, come una rete di gruppi che interagisce a vario titolo, come sta già avvenendo per altri versi con il libro di Leogrande.

Credo che questo sia l'esempio di una drammaturgia partecipata, una via da tentare per avere lo spettatore che ci sta a cuore, quello non passivo. E' significativo, infatti, che questo progetto abbia avuto successo con le scuole di San Vito dei Normanni: i ragazzi sono stati molto interattivi. Questa interattività se viene ancora coltivata con opportuni strumenti anche in rete può dar vita, perché no, ad una vera e propria community legata allo spettacolo. Persino un racconto partecipato, un racconto di racconti.

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