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La Pentecoste dei Salentini

Che lettura possiamo dare del brano del Nuovo Testamento di oggi che ci parla della Pentecoste nell'angolo di terra dove vivo, e cioè il Salento? Io ci provo tornando al libro dell'Esodo.

Osserverai la festa della mietitura, delle primizie dei tuoi lavori, di ciò che semini nel campo; la festa del raccolto, al termine dell'anno, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi (Esodo 23,16).

Balla di fieno
Balla di fieno da me fotografata in una campagna nei pressi di Gioia del Colle nel 2011.

E' nei campi in cui questi giorni c'è la mietitura del grano che va cercato il senso della Pentecoste, che si festeggia oggi. In origine è una festa agricola per Israele a cui dopo si aggiunge il ricordo della promulgazione della legge sul Sinai, la legge data a Mosè. E' l'offerta delle primizie a Dio il centro di questa festa per onorarlo rispetto al raccolto che ancora una volta permette di sfamarsi e quindi di continuare a vivere. Si spera che ogni anno il raccolto sia abbondante e che non lasci nessuno nell'indigenza. Si spera anche che le intemperie non rovinino il raccolto. In tutto questo si può trovare lo spirito originario della Pentecoste che poi nel tempo è diventata altro. Però invito a restare nella dimensione iniziale di questa festa invitando a guardare anche le balle cilindriche di fieno che restano nei campi dopo la mietitura industriale dei nostri giorni. Esse sono il simbolo di un'agricoltura oramai da tempo meccanizzata e nella quale le campagne sono da almeno cinquanta anni a questa parte spopolate. A guardarle quelle balle sembrano lasciate dagli alieni, "pillole dei giganti" una volta le ho sentite chiamare. Nel tempo della lentezza, quando la mietitura si faceva con la falce, credo che i campi di grano non fossero solo brevi intervalli in un paesaggio guardato dal finestrino del SUV o del Freccia Rossa. La festa del raccolto doveva essere anche la festa della fine di una fatica immane, quale doveva essere la mietitura sotto il sole, con ritmi di lavoro dall'alba all'imbrunire, come mi raccontava mia nonna. Non è un caso che tra fine maggio e giugno nelle campagne del Salento ci fossero tanti casi di "pizzicati" dal morso della Taranta. Era un modo, tra l'altro, per affrancarsi da una condizione di terribile alienazione nei campi. Infatti i tarantati tendevano a nascondersi negli altri periodi dell'anno perché sentivano su di sé l'onta di essere sfuggiti ai loro doveri, al lavoro, alla fatica.

Quel rombo di vento, allora, di cui si legge oggi negli Atti degli Apostoli (2, 1-12) che riempie la casa dove gli apostoli di trovavano preferisco percepirlo come il vento che spira in mezzo alle spighe di grano che stanno per essere piegate e mietute, l'ultimo saluto ad un campo che così rinnova il ciclo di una natura abitata dall'uomo. Le lingue di fuoco, che appaiono dopo il rombo,  preferisco immaginarle come il ritorno dei canti popolari e dei cunti, dei racconti, che un tempo si diffondevano con estrema facilità e con poche varianti in tutto il bacino del mediterraneo e nelle terre d'Europa e d'Asia. E le genti che giungono presso la casa degli apostoli come Parti, Medi, Elamìti ed altri ancora per me sono tutti i migranti che dall'Africa sbarcano presso le nostre coste e che ci presentano le loro semplici necessità, tra cui il poter scambiare qualche parola in francese, in inglese, in italiano...

Buona Pentecoste a tutti.

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