Alfredino, il pozzo e gli otri

alfredino vermicino
Alfredino Vermicino by Akab

Vi propongo quest'oggi un pensiero su Alfredino Rampi, il ragazzino che "intorno alle 19 di mercoledì 10 giugno 1981, cadde in un pozzo artesiano in via Sant'Ireneo, in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino a Frascati" come recita la pagina su wikipedia a lui dedicata. Mi è capitato di partecipare ad un workshop sulla Kater i Rades e in quell'occasione mi sono messo a scrivere un testo che spero veda la luce presto. In esso c'è un passaggio proprio sul bambino di Vermicino che voglio condividere. Si comincia con l'affondamento della nave Concordia che mi dà motivo di pensare al pozzo in cui precipitò il ragazzino che oggi voglio ricordare. E la sua vicenda poi è spunto per parlare di altri pertugi, che riguardano l'Albania a cui per lo più il lavoro che ho scritto è dedicato. Eccovi qui di seguito il brano di cui parlo.

Il 13 gennaio del 2012, le famiglie con i bambini stanno prendendo possesso delle loro cabine. I bambini più fortunati appena entrano in cabina si mettono a guardare fuori dall’oblò. Quelli meno fortunati cercano gli oblò ma non li trovano. Le cabine con gli oblò, sulle navi da crociera, sono riservate per chi ha pagato di più. Per chi ha pagato la tariffa più economica non sono previsti. Cosa guardano ora i bambini? E come far passare ora il loro muso lungo? Questa preoccupazione per i loro genitori dura solo poche ore perché in serata avranno ben altro pensiero per la testa. A sera genitori e bambini diventeranno delle formichine che fuoriescono da oblò, finestre e terrazzi e che fanno una fila più o meno ordinata per salire sulla scialuppa di salvataggio. Camminano sulla murata diventata pavimento: ciò che poco prima era verticale ora è orizzontale. Una delle murate è diventata carena e la carena è diventata un' autostrada all' asciutto, su cui si può camminare aggirando quelli che fino a poche ore prima erano gli oblò e ora sono diventati pozzi pericolosi in cui si può precipitare.

Il racconto del Corriere della sera fa diventare un oblò quasi un pozzo artesiano come quello in cui precipitò Alfredino il 13 giugno del 1981. Verso le 19 il piccolo Alfredo chiede al papà di tornare a casa da solo. Lui gli dice di sì, anche se era buio. Non aveva paura del buio il bambino di Vermicino, come me. I miei da piccoli erano stati terrorizzati con il racconto di ladri, di assassini e di mostri che non appena cala il buio vanno a mangiarsi i bambini tirandoli via dal letto dove dormono. Perciò i miei decisero che non mi avrebbero cresciuto con quella paura. E più di una volta mio padre mi chiedeva di andare a prendere le sigarette nell’automobile parcheggiata davanti alla casetta isolata e con illuminazione inesistente nel santuario di san Cosimo alla Macchia dove abitavamo nel 1980. Ma il bambino cade in un pozzo largo 28 cm e profondo 80 metri e rimane incastrato a metà quasi: a quota 36 metri. Ci furono tanti tentativi di salvataggio sia con lo scavo di un pozzo parallelo sia con gli speleologi che si infilarono nel pozzo per riportare su Alfredino. I soccorritori cominciarono a reclutare tutti gli smilzi che potevano trovare. Ci provarono in tanti, sempre più esili e magri. Sul posto nel pomeriggio era giunto anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini e ad un certo punto ho temuto che si calasse lui per andare a prendere il ragazzino. Nell’Italia che deve sempre uscire da qualche tunnel sarebbe stato il primo presidente davvero fuori dal tunnel, come i minatori della miniera cilena che nell’agosto del 2010 sono stati tratti in salvo da una fantascientifica capsula.

Intanto a casa davanti alla televisione tutti erano ormai diventati esperti di pozzi e di buchi e tutti sapevano come si sarebbe potuto salvare il piccolo perché alle 5 del mattino arrivò la notizia della sua morte. Tutti si misero a raccontare come ci si poteva infilare nei pertugi più stretti. Fu forse in quell’occasione che mio padre mi raccontò come da piccolo s’infilava a testa in giù, tenuto per le gambe dal fratello poco più grande, nei pitali dove si conservavano i fichi secchi. Il pitale non era l’unico otre in cui ci si poteva infilare. C’erano anche i capasoni e poi il cofano, l’otre che serviva per sbiancare i panni bianchi prima di lavarli nel catino. Quegli otri erano di dominio e di competenza della donna. La donna stessa era un “otre per sopportare pesi e fatiche” come recita il Kanun, l’antico codice un tempo in vigore in Albania. Nel paese delle aquile la donna ancora di più doveva rendersi bestia da soma, soprattutto quando in famiglia veniva a mancare l’uomo o questi si ammalava: rinunciava alla gonna, alle belle chiome, indossava gli abiti dell’uomo e diventava una Burrnesh, una vergine giurata. Mai nessun uomo avrebbe conosciuto le sue fessure e i suoi umori. La siccità l’ardeva e la rendeva dura e secca con le rughe come le aveva mia nonna che lavava i piatti a mano e i panni bianchi con il cofano. Che il cofano sia il posto dei panni o, meglio, delle bandiere lo sanno bene i marinai visto che è il posto dove si conservano appunto le bandiere. Queste devono essere esposte belle e linde come la divisa da marinaio che aveva mio padre e che mia nonna e mia madre lavavano ogni settimana. Un anno io la indossai a Carnevale salvo poi sporcarla della polvere dell’asfalto dove finì per una zuffa con ragazzi più grandi e prepotenti che decisi di affrontare perché dentro quella divisa mi sentivo grande e potente, molto di più di quando l’anno prima mi ero vestito da Zorro, anche perché quel costume era passato a mio fratello più piccolo.

Chi vuole può leggere un breve fumetto su questa vicenda. E tu, che ricordo hai di quell'evento? Raccontalo un po' nei commenti.

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Un pensiero su “Alfredino, il pozzo e gli otri

  1. titti stoppa

    Ricordo l'angoscia profonda che provammo tutti durante quella prima diretta televisiva. Per la prima volta mi interrogai sulla morale di certi giornalisti...ricordo quel fortissimo senso d'impotenza e ricordo che quasi per proteggere me stessa dall'orrore della triste notizia, decisi di uscire con il mio amato cane/compagno Snoopy che seguiva e talvolta anticipava la mia bici...Pedalai con quanta foga avevo in corpo, sperai...a lungo sperai! Triste e amaro fu il rientro, la conferma della sciagura era lì, davanti agli occhi del mondo, ma i tanti sapienti di turno, continuavano imperterriti il loro show...

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