Della necessità di anticipare l’emergenza

Emergenza
Emergenza. Di Francesco Edemetti.

Oggi voglio tornare a parlare di gestione delle emergenze,  dopo averlo fatto già in un primo post. In esso attraverso un passaggio del libro di Umberto Santucci, Fai luce sulla chiave, avevamo esaminato il concetto di failure management, che Tom Peters compendia in tre parole: fail, forward, fast. Sbaglia, vai avanti, fa presto dunque. Questo per tamponare quelle situazioni che richiedono un rapido, necessario, inderogabile intervento. In questo nuovo post, invece, voglio parlare della necessità di anticipare l'emergenza. Lo faccio sulla scorta di un altro libro, di Adriano Pennati questa volta e che ha per titolo Risolvere problemi dentro e fuori le organizzazioni.

L'emergenza esiste prima di manifestarsi: dunque, deve poter essere conoscibile prima della sua "epifania"

scrive Pennati. L'emergenza è dunque latente nelle nostre attività, nelle nostre decisioni, nei nostri comportamenti. Non sappiamo se si manifesterà però intanto c'è, è già presente al di là del suo venire alla luce. E' questo il criterio che ispira l'installazione degli estintori e delle scale antincendio negli edifici. Essi, si badi, non servono a prevenire gli incendi ma a tamponarne le conseguenze e a mettere in salvo le persone. Però si basano sul presupposto che un incendio potrebbe verificarsi, sulla potenzialità dell'emergenza. Perciò la domanda è: facciamo sempre tutto il possibile per evitare che un'emergenza potenziale si manifesti? La nave Concordia della Costa Crociere, naufragata il 13 Gennaio del 2012 al largo dell'isola del Giglio, per esempio, aveva avuto un'avaria quattro giorni prima del naufragio che sarebbe dovuta essere riparata una volta che la nave fosse arrivata a Savona. Non solo: viaggiava con le porte stagne aperte e con mappe «non approvate». Questo almeno a quanto asserisce Il Corriere della Sera. In modo più quotidiano però esempi di questo tipo ce li abbiamo sempre sotto gli occhi. Due giorni fa, per esempio,  due operai dovevano tinteggiare la parete di una casa nella strada dove abito. Li ho visti realizzare la necessaria impalcatura in barba a qualsiasi norma di sicurezza: niente elmetti, nessuna traccia di guanti o calzature anti-infortunio, nessuna segnalazione luminosa notturna.

Sapete cosa vuol dire tutto questo? Che l'emergenza dal suo stato latente passa a diventare la norma, passa a diventare qualcosa di normale. Pennati in proposito fa una serie di esempi: gli uffici amministrativi che sono in emergenza per ogni fattura che devono emettere, uffici di polizia in cui i poliziotti improvvisano come i jazzisti, ecc. D'altronde la stessa presenza di un governo tecnico, presieduto da Mario Monti, in Italia è frutto di un'emergenza: tamponare la difficile situazione finanziaria del paese. In questo modo finiamo con lo sposare l'emergenza. E cerchiamo di cavarcela facendo affidamento sulle nostre capacità di improvvisazione, di cui come italiani ci sentiamo orgogliosi. Salvo però quando qualcosa va storto e ci scappa il morto, o i morti.

Sia chiaro, l'improvvisazione è una bella dote e l'elasticità del pensiero, il pensiero laterale non solo è una capacità da richiedere nel mondo del lavoro ma è addirittura necessario. Io adoro l'improvvisazione a teatro, è parte del mio lavoro. Essa è però davvero efficace solo  quando individuiamo e attuiamo tutte le misure preventive necessarie per scongiurare le emergenze. Non possiamo affidarci solo sulla nostra capacità di gestire le emergenze che ogni giorno si manifestano perché non ci mettiamo una buona volta ad anticiparle.

Come si fa? Voglio fare un esempio semplice e recente in proposito. Anche se non siete appassionati di calcio ricorderete la recente ed eccezionale performance della nazionale italiana ai recenti campionati europei. Questa formazione ha giocato bene, ha vinto e piaceva a tutti. Almeno sino alla semifinale. Durante la finale, come tutti sanno, abbiamo perso malamente, seppure contro i fortissimi spagnoli. E il commento del commissario tecnico alla fine della partita è stato: dovevo cambiare formazione. In altri termini lui sapeva che la formazione che aveva messo in campo era costituita da giocatori ormai allo stremo delle forze. Preso dall'idea di voler premiare i giocatori che avevano conquistato la finale ha preferito confermarli pur sapendo che erano in grande difficoltà. Anche Cesare Prandelli non ha voluto e non è stato capace di anticipare l'emergenza immettendo giocatori in campo fino ad allora rimasti in panchina. E le conseguenze le abbiamo viste...

Qual'è la tua esperienza nella gestione delle emergenze? Vieni a raccontarlo nei commenti qui sotto.

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3 pensieri su “Della necessità di anticipare l’emergenza

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