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Taranto, dal piede di guerra alla soluzione dei problemi

Now breathe
Now breathe. Di Alberto Vaccaro.

Qual'è il problema a Taranto, a proposito del sequestro dell'ILVA disposto dalla magistratura mi sono chiesto in un post. Definito, infatti, un problema come lo scostamento tra un dato reale e un dato di riferimento si è visto che i dati delle perizie presi in esami dai magistrati sull'inquinamento in città  presentano valori ben al di sopra della norma.  Quindi, ora, bisognerà fare i conti con l'iter giudiziario. Tuttavia l'inquinamento è il solo problema presente o ve ne sono altri mi sono chiesto alla fine del post. E oggi voglio rispondere a questa seconda domanda.

Al centro dell'attenzione, infatti, oltre alle questioni legate all'inquinamento e alla salute c'è quella del lavoro. Si badi bene, innanzitutto, che in generale non si possono usare espressioni, nel problem solving, come "il problema del lavoro". Per due ordini di motivi. Per definizione il lavoro non è un problema ma una risorsa. In secondo luogo perché un problema è un qualcosa che va definito con precisione, dati alla mano. Non solo, esso deve essere anche espresso in termini falsificabili, alla Popper. La definizione di un problema, in altri termini, è come la formulazione di un'ipotesi durante un esperimento: va prima definita in termini di falsificabilità e poi verificata e contro-verificata. Quindi anche nella questione dell'occupazione abbiamo bisogno di dati reali e di dati di riferimento. In proposito potremmo dire che la chiusura dei reparti a caldo comporterà una diminuzione della forza lavoro nello stabilimento. Tuttavia occorre chiedersi: quante persone resteranno senza lavoro? E' proprio vero che resteranno senza lavoro: non si può, ad esempio, indirizzarle verso altri reparti? E se non possono essere impiegati in altri dipartimenti si possono riqualificare queste persone per interventi di bonifica? In sintesi prima di agitare lo spettro della disoccupazione occorre prendere coscienza della reale entità dei numeri e cominciare a pensare alle possibilità.

Quindi è chiaro che a Taranto non siamo in presenza di un solo problema ma di una serie di problemi, un grappolo di problemi. Da dove cominciare? Da quello più urgente direbbe il senso comune. Ma nel problem solving le questioni si affrontano da tutte le sfaccettature, non da un solo punto di vista. Perciò una volta individuati in maniera scientifica i problemi occorre stabilire tre aspetti:

  1. l'urgenza;
  2. la frequenza con cui il problema si presenta;
  3. la gravità: "le conseguenze che il problema provoca se non viene affrontato, in termini di costi umani, sociali, economici, finanzari, d'immagine, di sviluppo aziendale".

Sono i tre aspetti che Adriano Pennati suggerisce di esaminare nella sua guida al problem solving metodologico che sta orientando gran parte delle riflessioni che sto facendo in questi giorni sulla questione in esame. La mia impressione, in questo momento, è che a Taranto ognuno stia pensando di portare acqua al suo mulino. Non solo: la magistratura lamenta ingerenze di politici e sindacati. "Lavoro o sarà una guerra" come hanno tuonato gli operai all'indomani della decisione della procura, diciamolo subito, non è una dichiarazione che aiuta ad avere quel clima necessario ad esaminare e risolvere i problemi in campo. Su questo, devo dirlo, anche gli ambientalisti, per quanto esasperati da una situazione tremenda, farebbero bene ad astenersi dal sentenziare in questo momento. Perché ora bisogna risolvere i problemi e non fare una guerra. Chi sono gli attori di questa vicenda, quando devono definire i problemi e qual'è lo stato attuale delle cose? Ne parlerò nel prossimo post, domani. Ad ogni giorno la sua fetta di problemi. Oggi, se possibile, pensiamo a rasserenare gli animi.

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2 thoughts on “Taranto, dal piede di guerra alla soluzione dei problemi

  1. umberto santucci

    Un modo per strumentalizzare i problemi consiste nell'agitarli invece di risolverli. Agitare i problemi significa brandirli come bandiere ideologiche o partitiche, come pregiudizi, come simboli di appartenenza. Per agitare i problemi si usano parole astratte e generiche (lavoro, occupazione, libertà, ambiente) che ognuno interpreta come vuole. Per risolverli le parole generiche vanno concretizzate con domande come "in che senso?" "che cosa esattamente intendi per...?" "Puoi farmi un esempio?" "A chi o a che cosa concretamente ti riferisci?". In tal modo si aiuta il proprietario del problema (o colui che lo agita come una bandiera) a strutturarlo come problema che si possa risolvere, non come bandiera che si debba seguire o bruciare. E' quanto fa correttamente Giuseppe, quando cerca di precisare il significato di "lavoro", che può essere sia restare abbarbicati ad uno strumento di morte, sia smantellare lo strumento di morte per costruire strumenti di vita.

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    1. Giuseppe Vitale

      Grazie Umberto. A livello sindacale e politico spesso l'agitare un problema o meno riguarda l'organizzazione del consenso. Fermo restando che ogni soggetto deve recitare il suo ruolo, non possiamo dare vita ad una guerra di tutti contro tutti. Non è comprensibile, ad esempio, perché i sindacati a Taranto abbiano solo pensato alla salvaguardia dei posti di lavoro.

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