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La crisi, Einstein e il talento

English: Albert Einstein. Français : Portrait ...
Albert Einstein. (Photo credit: Wikipedia).

Ieri ho letto per caso un breve testo di Albert Einstein sulla crisi, che pubblicò nel 1934 nel suo libro divulgativo Il mondo come io lo vedo

Da un rapido giro in rete mi sono accorto che è un testo molto citato e anche su youtube ci sono molte proposte di lettura, ahimè però improponibili.  Ho deciso di riportarvi pezzo per pezzo questo noto brano. E ad ogni pezzo inserirò un mio commento per provare a declinare nelle più varie direzioni il suo discorso e provare a fare alcuni parallelismi che mi auguro saranno illuminanti. Albert, ne sono sicuro, avrebbe premiato per lo meno il tentativo 😉

Non pre­ten­diamo che le cose cam­bino se con­ti­nuiamo a fare le stesse cose.

Il discorso dello scienziato inizia in modo efficace e perentorio con un ammonimento: come possiamo pretendere che qualcosa cambi se continuiamo a dare le stesse risposte che non hanno funzionato ai problemi che abbiamo? Occorre che abbattere il muro se vogliamo cambiare qualcosa.

La crisi può essere una grande bene­di­zione per le per­sone e le nazioni, per­ché la crisi porta pro­gressi. La crea­ti­vità nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.

Che ribaltamento della situazione! Che grande visione! Non a caso Einstein è un genio. Laddove tutti vediamo una maledizione, un'angoscia, un motivo per abbatterci lui parla di benedizione. Perché essa porta progressi. Ce lo dice la storia: ogni crisi ha generato situazioni migliori dopo. Infatti gli esseri umani riescono a dare risposte creative in certe situazioni. Per farlo però abbiamo bisogno del problema, della crisi appunto. Ma poi è anche una legge di natura: il chicco di grano deve morire, deve macerarsi per portare frutto. Anche la larva deve subire lente trasformazioni prima di diventare farfalla.

È nella crisi che sorge l’inventiva, le sco­perte e le grandi stra­te­gie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere supe­rato. Chi attri­bui­sce alla crisi i suoi fal­li­menti e disagi, ini­bi­sce il pro­prio talento e dà più valore ai pro­blemi che alle solu­zioni. La vera crisi e l’incompetenza.

Ad un certo punto troviamo addirittura il viatico non solo per uscire dalla crisi ma addirittura per approfittarne e cogliere tutti gli aspetti positivi che essa comporta. Chi diventa superato, fuori moda, dimenticato? Chi non prova a cavalcare la propria tigre
per dirla con un bel libricino di Giorgio Nardone dedicato agli stratagemmi. Pensare solo a lamentarsi in questi casi è un grave delitto contro noi stessi e gli altri: significa uccidere il proprio talento, come fa l'ultimo dei servi della parabola dei talenti che sotterra per paura il proprio talento. Diventando, in questo modo, un incompetente e cioè uno che non sviluppa capacità e competenze appunto che si tirano fuori quando ci sono situazioni da risolvere.

Il più grande incon­ve­niente delle per­sone e delle nazioni è la pigri­zia nel cer­care solu­zioni e vie d’uscita ai pro­pri problemi.

Ben lo sapeva quel Giovanni Paolo II che nell'enciclica Sollicitudo Rei Socialis invitava a non lasciarsi piegare ad unìidea di sviluppo  come "processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato" e a cercare altre soluzioni, altre vie. D'altronde ci siamo ben resi conto che il sonno della  ragione genera mostri.

Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una rou­tine, una lenta ago­nia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, per­ché senza crisi tutti i venti sono delle lievi brezze.

È il vento che ci sta spingendo verso un'economia con più giustizia quella che stiamo vivendo in questi anni. Che ci pone nuove e finora irrisolte questioni. Delle vere e proprie sfide inedite alle quali dare riposta attraverso tutto il meglio che riusciamo a tirar fuori. Facendo questo sforzo stiamo facendo quel "piccolo passo per l'uomo ma un grande passo per l'umanità" che compì Neil Armstrong, primo astronauta a toccare il suolo lunare.

Par­lare di crisi signi­fica incre­men­tarla, e tacere della crisi è esal­tare il conformismo. Invece lavo­riamo duro. Finia­mola una volta per tutte con l’unica crisi peri­co­losa che è la tra­ge­dia di non voler lot­tare per superarla.

I profeti di sventura, come Cassandra, alla fine sono i meno ascoltati perché stufano e stancano, anche se purtroppo spesso ci azzeccano. Ma ci azzeccano perché realizzano la profezia che si auto-adempie. Per fortuna anche noi possiamo utilizzarla al contrario: per descrivere il mondo come un paradiso che si sta per realizzare, ad esempio, e scoprire che davvero inizia a succedere qualcosa in questa direzione non appena avremo pronunciato la profezia.

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