Il Sacco di Roma e la modernità

Oggi vorrei riflettere con voi, venticinque lettori del blog, su un episodio della nostra storia che ha segnato in modo profondo il nostro destino di uomini moderni.

Particolare del Giudizio Universale di Michelangelo.
Particolare del Giudizio Universale di Michelangelo.

Il 6 maggio del 1527 i Lanzichenecchi espugnavano la Roma papalina e si abbandonavano a mesi di devastazioni e saccheggi. Un episodio, questo, della storia d'Italia memorabile per la sua efferatezza che già all'epoca suscitò sdegno in tutta Europa. Si tratta del Sacco di Roma del 1527 che vide protagoniste le truppe mercenarie tedesche al soldo di Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero in lotta contro Francesco I, sovrano di Francia, per il predominio sulla penisola italica. Quelle truppe, private del loro comandante, commisero ogni sorta di nefandezza: dagli stupri ai saccheggi, dalle distruzioni di ville e palazzi alle estorsioni, ecc. Su questo si possono leggere le testimonianze riportate da Francesco Gonzaga.

I mercenari si sentirono in qualche modo interpreti di un certo risentimento luterano contro la Roma simoniaca e lussuriosa. L'evento fu così decisivo che non è un caso se viene posto come la fine dell'epoca rinascimentale. Emblematico è il fatto che lo stesso Papa che subì questo attacco, Clemente VII, richiamò a Roma Michelangelo per affidargli la parete di fondo della Cappella Sistina sulla quale venne dipinto Il giudizio universale. Ora basta confrontare gli affreschi che sempre Michelangelo aveva eseguito anni prima sempre nella stessa cappella. Da una parte l'ariosa ed armoniosa danza dei primi affreschi e dall'altra il vorticoso tormento del giudizio. È un po' come se dopo la festa rinascimentale ci fosse la penitenza protestante.

I corpi dei primi affreschi abbondanti di bellezza e di forme generose divengono umbratili e si disfanno quasi. Si tratta quindi di un cambiamento epocale di cui il codice pittorico di Michelangelo ci dà le icone, i segni. La breve stagione rinascimentale lascia spazio dunque a inquietudini introspettive. Si tratta di uno spartiacque tra una storia, un'arte, un linguaggio che fino ad allora era rimasto legato al vitalismo naturalistico e una condizione dell'uomo che comincia a fare i conti con una modernità in cui l'analisi di se stessi e della società inizia a giocare il suo ruolo.

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