In morte di Giulio Andreotti

GIULIO ANDREOTTI (1919 – 2013), il "divo&...
GIULIO ANDREOTTI (1919 – 2013), il "divo" della Prima Repubblica italiana (Photo credit: The PIX-JOCKEY (photo manipulation))

Avevo in mente di scrivere stamattina una poesia con versi più o meno ironici sulla morte di Andreotti, avvenuta ieri. Avevo in mente solo il titolo, però, In morte di Giulio Andreotti e pensavo sarebbe stata una vaga parodia di In morte di Carlo Imbonati di Alessandro Manzoni. N'è uscita invece quella che mi azzardo a chiamare una poesia istantanea o, più modestamente, un testo tra il serio (poco) e il faceto (molto). Vi do soltanto tre indicazioni per passaggi che potrebbero non essere chiari. La Lucina a cui faccio riferimento nella quarta stanza è la piazzetta di Roma dove si trova l'archivio del politico di cui vi sto parlando. Se non sbaglio deve essere stato per anni il suo ufficio. Se non è così me ne scuso ma immagino, con licenza poetica, che abbia partorito là dentro quei mostri come i governicchi e quel debito pubblico che tanto condizionano ancora la politica dei giorni nostri. Inoltre il suo amico dei tempi dell'Università e Aldo Moro. Infine quando parlo di brigatisti che si appostarono mi riferisco al fatto che le brigate rosse prima di rapire Moro pensarono ad Andreotti. Ecco a voi In morte di Giulio Andreotti.

Qual tempra, divo Giulio, tu avesti
nel mortal cammino di vita
quando fosti appellato
da nipoti che non conoscesti
Zu’ Giulio.

Davvero le tue labbra pertugio
di mirabolanti massime
giammai guancia o labbro
di mammasantissimi
baciarono?

Animal da soma tu tirasti
il carretto di un’Italietta
che anche se non sfrecciava
avanzava tra i due grandi convogli
del mondo.

Eppure quanti vorrebbero
se non spegnere almeno affievolire
quella Lucina che divenne il grande incendio
della finanza della Repubblica così troppo
indebitata.

Per caso fosti coinvolto
nei politici dicasteri
sin dalla tua tenera gioventù
così nel fisico da piccole infermità
segnata.

E il tuo amico dei tempi dell’università
ebbe a scrivere nella sua cattività
non lusinghiere frasi sulla tua linea
così ferrea e così dura, così
indecifrabile.

E chissà qual destino per noi tutti
se i brigatisti ti avressero rapito
in San Giovanni de’ Fiorentini
dove pure più volte si erano
appostati.

Noi ora non possiamo più mirare
i tuoi lancinanti occhi
freddi come la cortina di ferro e lucidi
come un lampo che incurante chiunque
fulmina.

Nel giorno della bestia
dalle tue mortali spoglie si è liberato
Belzebù il principe dei demoni
che di cinismo hai nutrito nella tua
gobba.

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