I cadaveri di Moro e di Peppino e la stagione della tenerezza

L'Unità del 1978 con Moro e Impastato.
Credit immagine: laltratremestieri.blogspot.it.

Il 9 maggio 1978 è il giorno in cui in Italia vennero ritrovati due cadaveri. Uno a Roma e l'altro a Cinisi, in Sicilia. Uno nel cuore di Roma, a via Caetani, e l'altro sulla ferrovia del paese siciliano in provincia di Palermo. Il primo era quello di Aldo Moro, il secondo quello di Peppino Impastato. Due figure sulle quali tanto si è scritto, detto, dibattuto e che, com'è giusto, sono due simboli nella lotto contro terrorismo e mafia. Tanto che il 9 maggio si celebra la Giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo. Io, però, questa volta vorrei restare al nudo fatto di cronaca o, meglio, attorno ai loro corpi. Quello di Moro acciambellato nel cofano della Renault 4 rossa che fu usata per trasportarlo e quello di Peppino dilaniato dal tritolo.

Sembrerebbe che io ami i dettagli macabri. Invece a me interessa la tenerezza di entrambi. Perché da una parte abbiamo un signore cinquantaduenne che nelle sue lettere chiedeva la trattativa mentre quasi tutti i suoi amici della Democrazia Cristiana rifiutarono di scendere a patti e dall'altra un trentenne minuto nel fisico che affrontava i mafiosi sin da quando lo stesso padre, mafioso anche lui, lo cacciò di casa. Due persone su cui la sentenza è la stessa: l'eliminazione fisica, la morte. Due persone che subiscono una violenza estrema, eccessiva, ridondante e per questo contro-producente. Le brigate rosse da una parte iniziano un'inarrestabile perdita di consenso così come la mafia inizia ad essere vista per il suo volto disumano, spietato. Peppino e Moro però dopo la loro scomparsa divengono due icone, ti ritrovi dappertutto le loro immagini, i loro volti, le loro sagome. Diventano oggetti di studio e dibattito e, quel che più importa, delle bandiere.  Certo la figura dell'allora presidente della DC è più controversa dell'ex conduttore di Radio Aut ma dal punto di vista delle immaginario collettivo c'è ormai una immediata associazione a due persone inermi, due vittime sacrificali.

C'era trentacinque anni fa chi aveva bisogno di farli fuori. Erano diventati entrambi scomodi e pericolosi per giochi di consenso e di potere, sia pure di due organizzazioni molto diverse tra di loro. A tal punto arrivò una parte dell'Italia di allora, sul finire degli anni di piombo. Come se il sangue versato fino ad allora non fosse bastato. C'era bisogno di abbattere ancora altri due agnelli. C'era bisogno di mostrare alle televisioni dove e come era stato ridotto uno dei più importanti politici dell'epoca, da una parte, e di inscenare un tentativo maldestro di atto terroristico dall'altra: all'inizio per Peppino Impastato si parlò infatti di un tentativo di piazzare del tritolo sulla ferrovia. Il ritrovamento del cadavere di Moro oscurò il secondo fatto di cronaca ma oggi noi restituiamo la dignità ad entrambi e stiamo imparando a leggere, a vedere la mitezza di quei corpi per restituire tenerezza, dolcezza persino all'agire sociale e politico dopo troppe stagioni di durezza e asprezza. Uno dei campioni, se non il principale, che ha avuto a che fare sia con le brigate rosse sia con la mafia è morto pochi giorni fa. Di Andreotti non ricorderemo certo la delicatezza.

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