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Sulla condizione degli attori-improvvisatori

Teschio con parrucca bionda.
Teschio con parrucca bionda. Particolare della scenografia di Più leggero di un suspir di Francesco Niccolini con la regia di Enzo Toma.

«Io ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi.
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…
come lacrime nella pioggia». (Blade Runner, Ridley Scott).

"E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo"... come perduta è ogni improvvisazione teatrale già nel momento in cui nasce. Già gli attori praticano l'arte delle cose che muoiono. Di loro possono dire: "appartenimmo 'a mort". Si agitano sulla scena e non si sa se resta qualche memoria, qualche eco, in qualcuno, forse. Tutto questo è triste ma è la tristezza del clown, è quella tristezza che in Totò ci piace tanto: la consapevolezza che essi sono impastati con la "stessa sostanza di cui sono fatti i sogni".

Ma ancor più flebile e precaria è la condizione degli improvvisatori. Di un attore di prosa resta il personaggio: Trofimov, Ofelia, Estragone ad esempio. Ma chi ricorda i nomi dei personaggi di uno spettacolo d'improvvisazione teatrale? Oppure chi ne ricorda il testo? La corta candela su cui medita Macbeth per loro è ancora più corta, tanto brevi sono le loro scene. Spesso non sono altro che un lampo, un guizzo, che per un momento attraversa la scena per poi tornare al buio e al silenzio. La brevità è la loro regola permanente, tutta giocata sul filo dell'equilibrio dinamico di corpi che si abbandonano, senza l'ausilio della mente o, meglio, con la sola parte istintiva, quella che bada solo alla sopravvivenza. Ed è in quel momento che un improvvisatore impara ciò che ogni attore dovrebbe tenere presente: il corpo sa già quel che deve fare, deve solo essere liberato dalle tante catene, dalle tante logiche quotidiane, dalle tante colonizzazioni sovra-strutturali in cui è imprigionato e mortificato.

Gli improvvisatori sono ad un livello ancora più primordiale dei personaggi in cerca d'autore. Perché a volte entrano in scena, addirittura, senza nemmeno sapere chi sono, dove si trovano, cosa stanno facendo, da dove vengono e dove sono diretti. Il vuoto è la loro condizione. Non hanno nemmeno l'appiglio della deformità fisica di un Riccardo III o la follia di un Enrico IV. Tutto questo e altro ancora, se mai, sarà a loro disposizione solo un po' alla volta, in un gioco di scoperte successive, di colpi di scena che domineranno e valorizzeranno quanto più saranno capaci di accettare ciò che i fantasmi lasciano sulla scena sciogliendo la loro condanna.

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3 thoughts on “Sulla condizione degli attori-improvvisatori

  1. mattei_manu

    "Il vuoto è la loro condizione". Grazie della frase, Giuseppe! Io faccio parte di un gruppo di teatro sociale che utilizza l'improvvisazione. La metodologia è conosciuta come playback theatre, la conosci? 🙂

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  2. Pingback: Le tappe più belle del viaggio del 2013 | Giuseppe Vitale's Blog

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