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Per un teatro delle anime perse

Óleo - Caronte
Óleo - Caronte (Photo credit: Artrista Fundamentá (www.cotrino.com))

Oggi il teatro non è popolare per definizione: altre forme di spettacolo nei secoli hanno via via attratto le persone. Ed è giusto che sia così. La molteplicità dell'offerta di forme di intrattenimento è una conquista che fa bene all'umanità. Perciò il teatro ha solo una piccola fetta di pubblico, ha quella che riesce ad attrarre e che si merita. E che più o meno conserverà nel tempo. Questo non vuol dire che si deve arroccare nei teatri all'italiana più o meno sovvenzionati dai fondi pubblici, vera arma a doppio taglio per la sopravvivenza del teatro stesso. Più che mai deve tornare a quella sperimentazione di drammaturgie, di contaminazioni, di forme espressive che ha conosciuto soprattutto negli anni '70, per merito di gruppi come il Living e altri. Occorre dare l'addio alle ultime anacronistiche pietre che restano della quarta parete, vera e propria parentesi sventurata nella storia del teatro. Questo comporta anche l'utilizzo di spazi off più che in passato. È inutile rinchiudersi in teatri da 4-500 posti e pretendere che gli spettatori vengano, più o meno numerosi. Per poi lamentarsi, come ho sentito da alcuni operatori, che in questo o quell'altro posto non c'è cultura del teatro. Se non c'è, prima di tutto, occorre crearla fornendo le occasioni giuste, con le modalità più chiare e coinvolgenti possibili. Ben vengano i workshop di formazione per diventare spettatori consapevoli.

Carmelo-bene-by-origa
Carmelo-bene-by-origa (Photo credit: Wikipedia)

Ma gli attori stessi devono saper condurre per mano anche chi per la prima volta assiste ad uno spettacolo. Inutile dar vita ad una performance che solo in pochi capiscono. Occorre rischiare di essere didascalici. Abbiamo bisogno di registi senza spocchia, capaci di portare gli attori non già principi dell'azione, quali non sono, ma conduttori, come voleva Carmelo Bene. Abbiamo bisogno di nuovi Caronte che sappiano dove portare le anime disperse che si affacciano in quell'inferno che è divenuto oggi il mondo. Il teatro è quindi l'imbarcazione più che mai necessaria per attraversare il fiume Stige. Questo il passaggio obbligato, anche se forse non unico, per raggiungere quell'immortalità a cui l'umanità anela. È ovvio che per portare le anime perse da una riva all'altra occorre comunicare con esse, parlarci, interagire, dare loro occasione di determinare i destini del viaggio stesso. Un compito, questo, che gli spettacoli d'improvvisazione teatrale possono ben svolgere. A patto che le élite teatrali smettano di snobbarli o di averne paura.

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1 thought on “Per un teatro delle anime perse

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