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Il leone di San Cosimo, l’inizio

Oria, santuario di san Cosimo alla macchia
Oria, santuario di san Cosimo alla macchia (Photo credit: Tarantino Vincenzo)

Da mesi sto lavorando ad un racconto. Dopo averlo scritto sotto la supervisione di Francesco Niccolini ora inizia la fase di prove con la regia di Fabrizio Pugliese. Sarà presentato al festival di teatro di narrazione in programmazione a Mesagne per settembre, all'interno del progetto Memoria Minerale. In esso racconto la mia infanzia, dal 1977 al 1980, passata sul Santuario di San Cosimo ala Macchia, in provincia di Brindisi. Voglio farvi leggere l'incipit, l'inizio,  del racconto. Buona lettura.

Quando, da piccolo, sentivo parlare di San Cosimo alla Macchia non riuscivo a capire perché un santo dovesse nascondersi, come un delinquente. Mi chiedevo perché tutti ce l’avessero con lui e con suo fratello gemello Damiano. Spesso sentivo, infatti, che i grandi si lasciavano scappare: «Mannagghia li muerti di San Cosimu e San Damianu!». Non sapevo qual era la loro colpa. Una volta sentì bestemmiare anche contro gli altri tre fratelli più piccoli dei due santi. Avevo cinque anni e stavo gonfiando la ruota di una moto sul distributore di carburanti del santuario, portato avanti dai miei. Volevo vedere fin dove poteva resistere quella ruota all’aria compressa finché non sentì uno scoppio e il tipo della moto se la prese con Cosimo, Damiano, Eupremio, Leonzio e Antimo. Tutti alla macchia. Perché qui non c’è il solito mare degli ulivi, dell’olio, della frisa con i pomodori, delle orecchiette con le cime di rapa, delle fave e cicorie. Sono terreni dove c’erano solo il timo e il muschio: la macchia mediterranea. Per tanto tempo però i contadini-formica si sono incaponiti, con la zappa e la fresa, a coltivare fazzoletti di terra e ora ci trovate anche un po’ di ulivi anche se più piccoli che nel resto della Puglia. Oppure ci sono le casette vuote, senza porte e senza finestre per starsene un po’ in villeggiatura l’estate. Non è che sono state sempre così. Il fatto è che a fine vacanza dovete riportarvi dietro mobili, materassi, sedie, tavoli, forchette, bicchieri, le porte, il lavandino e la tazza del cesso. Altrimenti, se li lasciate, dovrete ringraziare i ladri se non rubano anche i muri.

Ladri che si danno da fare anche con le tante macchine parcheggiate al santuario dei Santi Medici a cinque chilometri da Oria dove si trova una chiesa con la statua di Gesù e il campanile. Sulla destra, guardando la chiesa, c’è un distributore di carburanti della Fina, quello gestito dai miei. Tra chiesa e benzina, poi, c’è un vialone che porta alla piazzetta della madonnina e alla casa del pellegrino, in fondo, con lo scivolo di cemento armato per i bambini da una parte e dall’altra il vanto del santuario, la meta di tante gite della scuola e non solo, la gioia dei bambini e anche dei grandi: lo zoo. Siamo nel santuario di San Cosimo alla Macchia che tutti conoscono fino a Foggia, Lecce e la Calabria.

Ed è proprio qui che, una mattina di Aprile del 1977, questa storia comincia con dei mobili davanti all’ingresso di una casa attaccata al distributore : un armadio a sei ante, un letto matrimoniale, due comodini, due poltrone che formavano una camera da letto in massello usata; un salotto di pelle, un mobile da cucina, un tavolo, la cucina con la bombola del gas, delle sedie con il sedile impagliato, una culla, un carrozzino, un girello, un cavallino a dondolo, un televisore Nordmende, in bianco e nero. Durante la giornata un po’ alla volta vengono messi in una sala grande e una stanza più piccola dietro e un bagno. La casa è umida, ma basterà una stufetta dice una delle suore del santuario. Quando però arriva l’inverno è più che umida, esce acqua, ce n’è così tanta come in un’acquasantiera, solo che qui non siamo in chiesa. Al massimo siamo in una grotta, la grotta di Betlemme.

Melior fortuna sequatur
Melior fortuna sequatur (Photo credit: _Blaster_)

Mia mamma, che aspetta un bambino, e mio papà stanno ancora spostando i mobili. Non possono preparare la cena. Così tutti e tre andiamo a mangiare da un amico dei miei: Mestru Ntoniu, il custode della villa Martini-Carissimo che confina con il santuario; un tipo che con i suoi baffi, il suo essere donnaiolo e la confidenza, da cacciatore, con le armi somiglia tanto a Yanez, il compagno di Sandokan. È chiaro che Sandokan sono io, il più forte e coraggioso di tutti, il leone di San Cosimo. Lo so che Sandokan, quello della televisione si fa chiamare la tigre. Ma le tigri non sono così forti e coraggiose come i leoni che sono, invece, i re della foresta. Mestru Ntoniu, che ormai in questa storia sarà sempre Yanez, durante la cena, con cardoncelli che lui stesso aveva trovato nel terreno attorno alla villa, non può fare a meno di guardare il pancione della mia mamma al nono mese e la sua faccia indurita, per non mostrare i dolori del parto ormai vicino. Dice a mio padre: «No la sta vesciu bona mugghierita stasera».

Continuate a seguire il blog, parlerò più volte di questo racconto e del progetto a cui è legato. A presto. Intanto, se volete, mi piacerebbe ricevere vostre prime impressioni nei commenti.

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2 thoughts on “Il leone di San Cosimo, l’inizio

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