La storia di un bambino che fu mio fratello

Ritratto a sanguigna di Cosimo Vitale.
Ritratto a sanguigna di Cosimo Vitale, da parte di suo papà Leonardo.

Sedici anni fa, verso le quattro del pomeriggio, vidi mio fratello nella nostra cameretta mentre si asciugava i suoi capelli castani, con addosso la maglietta e i pantaloni bianchi. Poi mi rigirai nel letto dove stavo dormendo. Lui salutò nostra madre e si mise in macchina per raggiungere la pizzeria dove lavorava come pizzaiolo. Però non ci arrivò. Così ogni 18 agosto ho appuntamento con il ricordo più difficile da gestire della mia vita. Con l'evento meno facile da raccontare. Ma che non desidero tacere. Questa estate sono aiutato dal racconto a cui sto lavorando Il leone di San Cosimo, la mia Mompracem di cui ho già pubblicato in questo blog l'incipit. Penso di far cosa gradita ai lettori del blog e a chi ricorda mio fratello Cosimo, che tutti chiamiamo Mimmo, nel pubblicare un passaggio di questo racconto che riguarda la sua nascita. Buona lettura.

Ed è proprio qui che, una mattina di Aprile del 1977, questa storia comincia con i mobili della mia famiglia davanti all’ingresso di una casetta attaccata al distributore : un armadio a sei ante, un letto matrimoniale, due comodini, due poltrone che formavano una camera da letto in massello usata; un salotto di pelle, un mobile da cucina, un tavolo, la cucina con la bombola del gas, una culla, un carrozzino, un televisore Nordmende, in bianco e nero. Durante la giornata un po’ alla volta vengono messi in una sala grande e una stanza più piccola dietro e un bagno. La casa è umida, ma basterà una stufetta dice una delle suore del santuario. Quando però arriva l’inverno è più che umida, esce acqua, ce n’è così tanta come in un’acquasantiera, solo che qui non siamo in chiesa. Al massimo siamo in una grotta, la grotta di Betlemme. Mia mamma, che aspetta un bambino, mio papà e io quella sera andiamo a mangiare da un amico dei miei: Mestru Ntoniu, il custode della grande villa che confina con il santuario; un tipo che con i suoi baffi, il suo essere donnaiolo e la sua bravura, da cacciatore, con le armi  somiglia tanto a Yanez, il compagno di Sandokan. È chiaro che Sandokan sono io, il più forte e coraggioso di tutti, il leone di San Cosimo. Lo so che Sandokan, quello della televisione si fa chiamare la tigre. Ma le tigri non sono così forti e coraggiose come i leoni che sono, invece, i re della foresta. Mestru  Ntoniu, che ormai in questa storia sarà sempre Yanez, durante la cena, con funghi che lui stesso aveva trovato nel terreno attorno alla villa  dove era custode,  guarda sempre il pancione della mia mamma al nono mese e la sua faccia un po' dura, per non far vedere troppo i dolori del parto ormai vicino. Dice a mio padre: «No la sta vesciu bona mugghierita stasera».

La notte dopo, il 19 aprile 1977, mia mamma è in ospedale dove partorisce un gesù bambino dai capelli biondi, almeno nei miei ricordi, perché invece nasce senza capelli: il mio fratellino che viene chiamato come il primo dei cinque santi: Cosimo. Lo battezza don Barsanofio, il prete del santuario. Che però si dimentica di registrare il battesimo. Anche perché la sua memoria non è aiutata dalle cinque mila lire, la tariffa dei battesimi, che i miei dovevano passare a offrirgli ma che presi dal tanto lavoro rimandavano sempre. Don Barsanofio con il suo fisico robusto e la sua barba lunghissima, come quella del protettore di Oria San Barsanofio non è mai stato un tipo sveglio.

Questo testo può ricordare i Vangeli che parlano del Natale, con tutto il rispetto. Grazie a questo racconto, di cui mi sto occupando, ho potuto fare memoria dei primi tre anni di vita di Mimmo: dal 1977 al 1980. Anni in cui gli ho sentito pronunciare le prime parole e muovere i primi passi. Piangeva molto di rado. E proprio su questo suo silenzio che ho giocato un episodio chiave quasi alla fine della mia storia che a questo punto va oltre il mero spettacolo e diventa occasione di celebrazione come nei discorsi dei Griot africani. Diventa occasione per raccontare la vita di un uomo o, meglio ancora, di un bambino che fu mio fratello. L'appuntamento è per il 14 settembre a Mesagne.

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3 pensieri su “La storia di un bambino che fu mio fratello

  1. Stefania Donatiello

    Tutte le volte che ho paura di fronte ad altri occhi, ancora una volta, come ogni volta le parole si annodano e non sempre ho di fronte I suoi occhi a dirmi "Amo a me le cose le puoi dire"...Mimmo non era un banale silenzio...era una pausa, quel silenzio presente in ogni attimo di sguardo per cui puoi continuare a parlare...
    Ti sarei molto grata se per tutto lo spettacolo tenessi presenti l'umiltà dei suoi occhi più dell'enormità degli applausi. Grazie....

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  2. Stefania Donatiello

    Sul quel che scrivi sul lavoro...mi aveva chiesto di vederci e di andare al mare...io non potevo quindi ha deciso di farsi ancora un giorno di lavoro...e con quel "ci vediamo domani"....il riposo l'aveva solo rimandato...

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