Ascanio in Loop

Ascanio Celestini
Ascanio Celestini (Photo credit: Zona Rebelde!)

Agosto 2003. Invito Daniela, che mi piace molto e che ho conosciuto a un corso di teatro ai Koreja a Lecce, a quello che secondo me è il miglior evento di quell'estate, qualcosa che non si poteva perdere: lo spettacolo Radio Clandestina di Ascanio Celestini al Melpignano Rock Festival. Prima, nel pomeriggio, c'è un incontro con dei musicisti e alcuni giornalisti in un frantoio sotterraneo, in paese. Con Daniela ci sediamo e ascoltiamo. Uno dei musicisti a un certo punto dice come Ascanio spesso si incanti in un loop, una ripetizione o, meglio, una serie di ripetizioni come succede nella musica a volte.  Quella parola, loop, viene fuori, salta, dalle mie poche conoscenze di informatica nella testa e da allora non mi abbandona come non mi lascia mai il pensiero di Celestini. La sua voce mi ipnotizza con le sue ripetizioni e le sue frequenze e, per fortuna mia, piace anche a Daniela: «è dolce e mi rilassa dice». Ho fatto bene ad invitarla e sarà contenta dello spettacolo, penso.  E poi lei ha lo stesso effetto su di me.

Prima però c'è l'intervista da fare, un impegno che avevo voluto prendere per un sito web di tanti begli articoli di teatro. Nel camerino Ascanio mi apre il cancello del suo mondo e mi parla di sua nonna, che gli raccontava storie di belle streghe e diceva che erano vere. Poi mi parla di quando faceva il restauratore o l'imbianchino. Non mi sorprende la sua vivace e veloce favella. Lo avevo già conosciuto nel 1996 al Centro Teatro Ateneo dell'Università Roma La Sapienza, in un corso sulla Commedia dell'arte. Durante una delle lezioni lo sentì e lo vidi nel monologo della fame dello Zanni. Non si muoveva molto, ciò che vibravano erano la sua voce e le sue mani.

Metto in borsa registratore e taccuino e con Daniela affianco ci rechiamo nel cortile del castello dove Ascanio stava per dare lo spettacolo a Melpignano. È il momento del sound check e lui prova un pezzettino del testo, ripetendolo, più volte, in loop. Ascanio è in forma, raggiante, con la sua fidanzata con la quale da lì a poco si sposerà.

Poi lascia il palco, dove restano la sedia e le lampadine accese, che gli servivano da scenografia. Il pubblico entra un po' alla volta e si siede. Ascanio arriva in scena, quasi non visto, si siede e inizia il suo monologo di ripetizioni, di suoni che tornano, di frasi una simile all'altra, ancora una volta tanti loop con il suo romanesco timido ma vivo, da gente semplice ma che la sa lunga, come quella di Casal Morena, a Roma, dove è cresciuto. Gente che ha vissuto il bombardamento di San Lorenzo, durante la Seconda Guerra Mondiale, che lo stesso Ascanio racconta in Storie di uno scemo di guerra che ho visto alcuni anni dopo al comunale di Latiano, in provincia di Brindisi, una sera d'inverno, una sera fredda che faceva freddo pure sul palco dove toccò mettere una stufa alogena accanto alla sedia da dove Ascanio raccontava. E anche questa volta la dolce musica dei suoi loop.

Quella volta a teatro ero solo. Daniela era partita per Milano. In questo spettacolo Ascanio raccontava di più, faceva tante divagazioni, ma ogni tanto rimetteva il disco daccapo e a volte lo scratchava, come i migliori dj. All'ingresso, prima di cominciare il suo racconto, mi aveva salutato con calore e umiltà, anche se ormai era un gigante, un marziano. E io, piccolo piccolo piccolo, lo vedevo lassù in alto sul palco con quella stufetta alogena che mi sembrava la luce arancione di Marte.

Poi non ho più rivisto Ascanio e Daniela per anni.

Il 21 Gennaio 2014, appena mi accorgo che c'è La Pecora Nera, il film di Ascanio su Rai 5 metto il promemoria nel mio tablet ed esco. Appena sento l'alert torno a casa e mi metto davanti alla televisione. Non mi par vero. Assisto ad un piccolo concerto di immagini & parole, un mulinello, una "struttura a conchiglia", un logaritmo, un loop, ancora una volta, che mi ipnotizza, mi prende, mi trascina, mi risucchia. Mi ritrovo matto tra i matti, all'istituto. A parlare anche io di santi, di Gesùcristo, di miracoli, di una suora che scoreggia ma che non sente le scoregge, del papa che muore e che, resuscitato dalla suora, si lamenta delle sue scoregge e di come puzzano, di riviste cinesi con le donne che leccano gli uomini, di marziani, di uova fresche che puzzano ancora del culo della gallina. Mi metto anche io a scavalcare novantanove cancelli e a fermarmi all'ultimo per tornare indietro, visto che mi stanco. Mi ritrovo nelle barzellette che raccontavamo sui matti alle elementari e nelle prime cose che ci dicevamo tra maschietti sulle ragazzine della scuola e che qualche volta raccontavamo alle ragazzine stesse.

Mi ritrovo anche a far la spesa al supermercato per rivedere la ragazza del cuore. Il mio pensiero va a quella volta che, dopo anni, rividi Daniela a Milano, vicino Porta Romana. Mi parlò del suo lavoro al Brico Center a e di quanto le mancava il suo fidanzato a Roma. Bevve un'aranciata con me e dopo un'ora esatta scappò via. Di più non se la sentiva di stare.  Di ritorno dallo spettacolo di Ascanio, nel 2003, quella volta mi aveva raccontato delle sue preferenze in fatto di ragazzi: io non le andavo bene perché ero troppo deciso, macho, non dolce come era invece un certo ragazzo che le piaceva. Se solo lo avessi capito, come se Nicola, la pecora nera, avesse capito per tempo che doveva credere alla bambina che gli disse di aver mangiato il ragno...

Finito il corso al Centro Teatro Ateneo di Roma La Sapienza frequentai per qualche sera Ascanio che mi parlò di un posto appena fuori Roma dove aveva iniziato a far delle prove di teatro con degli amici. Mi invitò. Ma io non ci andai. Sapevo che era bravo ma mi sembrava impossibile far carriera nel mondo del teatro. Lasciai quel mondo, Roma e Ascanio.

Tornai a casa, in Puglia. Mi misi a lavorare con mio padre. Dopo qualche anno passato a supportarlo nel suo lavoro di pittore per le giostre del luna park iniziai a fare ricerche su come si potevano raccontare storie con le figure dipinte sulle facciate degli spettacoli viaggianti. Ma forse volevo tornare al teatro al quale pensavo spesso, tanto che mi iscrissi a un corso di teatro ai Cantieri Teatrali Koreja, a Lecce. Feci delle ricerche su Internet. Mi imbattei nel sito web di un tale Ascanio Celestini. Vidi che teneva uno spettacolo in Puglia. Era l'agosto del 2003.

«Sei proprio un comico» dice la ragazza del cuore a Nicola che capisce che le bambine non amano i comici ma gli eroi. E Ascanio è sia un comico sia un eroe, per avercela fatta, per le migliaia di interviste a tanti operai e lavoratori prima dei suoi spettacoli, per essere rimasto se stesso, anche se ora è un gigante, un marziano. Avrei voluto essere l'eroe, anche se comico, di Daniela, chissà dov'è adesso... Io però ancora ci provo a essere eroe e comico, non ho ancora quaranta anni, "sono giovane, sono ancora studente"...

P.S.: una recensione seria, in cui si parla proprio del bel loop mentale del film, l'ha scritta Marco Bruciati.

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