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Come fare il vuoto per lasciarci riempire dalla leggerezza

leggerezza
leggerezza (Photo credit: Kliò)

Se vuoi raggiungere la leggerezza è necessario fare il vuoto prima. Se la valigia che abbiamo riempito di tanta roba non la svuotiamo resterà sempre pesante. Siamo destinati a trascinarci in un'esistenza greve e piena di affanni se non impariamo a liberarci da ciò che la appesantisce. Questo lo sapeva bene un maestro della leggerezza come Italo Calvino che ne Le Città invisibili fa dire al Kan, che ha sognato una città, da Marco Polo queste parole:

E Polo: − La città che hai sognato è Lalage. Questi inviti alla sosta nel cielo notturno i suoi abitanti disposero perché la Luna conceda a ogni cosa nella città di crescere e ricrescere senza fine.
− C'è qualcosa che tu non sai, − aggiunse il Kan. − Riconoscente la luna ha dato alla città di Lalage un privilegio più raro: crescere in leggerezza.

Subito dopo troviamo la città di Ottavia che viene così introdotta:

Ora dirò come è fatta Ottavia, città-ragnatela. C'è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle.

Per crescere in leggerezza Lalage o Ottavia hanno bisogno del vuoto. Allo stesso modo di un ragno che deve stendere i suoi fili. Tutto quel che occorre è un capo e un altro capo dai quali sospendere la fitta rete. Laddove c'è un pieno di qualcosa questo non è possibile. Perciò se cerchiamo la leggerezza occorre togliere ciò che riempie uno spazio che deve invece restare sgombro. Come nella storia zen del professore universitario che fa visita al maestro zen Nan-in. Questi riempì di tè la tazza del suo ospite ben oltre la sua capacità tanto che il tè fuoriusciva.

Il professore osservò il tè che stava traboccando, fino a che non poté più contenersi: «È strapiena. Non ce ne sta più!».
«Come questa coppa», disse Nan-in, «tu sei colmo delle tue opinioni e preconcetti. Come posso mostrarti lo Zen se non svuoti la tua tazza?».

Ma come possiamo fare il vuoto? Da che cosa, con precisione, dovremmo liberarci? Provo a farvi qui di seguito dieci esempi di zavorra che faremmo meglio a gettare via il prima possibile:

  1. i moralismi di ogni sorta, perché invece che aprirci alla comprensione dell'altro ci pietrificano nel conformismo;
  2. le idee stabilite a priori;
  3. i giudizi sommari sulle persone e le situazioni;
  4. ogni rigidità di pensiero;
  5. il proprio ego o, se preferite, la tronfia celebrazione del proprio io sempre e comunque;
  6. tutti gli autoritarismi e ogni forma di imposizione dall'alto;
  7. l'ideologismo;
  8. i buoni propositi o, se preferite, le buone intenzioni con cui, si sa, sono lastricate le vie dell'inferno;
  9. gli intellettualismi;
  10. le aspettative, su se stessi e sugli altri.

E voi, avete altri aspetti o elementi dai quali sarebbe meglio liberarsi o almeno da mitigare?

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