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Un destino d’attore per Dario Fo, buffone serio

Autografo di Dario Fo
Autografo di Dario Fo

Il 24 Marzo del 1926 è nato Dario Fo. L'Italia, il mondo intero deve festeggiare questa data. Per sempre. L'universo intero deve essere grato a lui e a Franca Rame, sua musa, sua moglie, sua compagna di lavoro, scomparsa lo scorso 29 maggio. Dario è il più grande affabulatore di ogni tempo e di ogni luogo, il più grande raccontatore di storie. E insieme a Carmelo Bene, Eduardo De Filippo e pochi altri è uno dei più grandi drammaturghi del teatro italiano e non solo. La sua figura di giullare, poi, nel senso pieno della parola, di artista efficace e scomodo, è stata confermata dal premio nobel alla letteratura che gli è stato consegnato il 9 Ottobre del 1997. Non dico niente di nuovo.  Per generazioni di teatranti Dario è un grande maestro e lo sarà per tutta la storia del teatro e dell'umanità. Ma prima di tutto è uno straordinario attore. Ho avuto modo di accorgermene quando l'ho incontrato per la prima volta durante un seminario che tenne con la moglie Franca e il figlio Jacopo alla Libera Università di Alcatraz, nell'Agosto del 2003. Un attore che, per esempio, recita tutti i personaggi della sua opera più nota Mistero Buffo. Che vi entra e vi esce, di continuo, nella migliore delle tradizioni brechtiane. Un destino d'attore, se si vuole, il suo. Voglio testimoniarlo attraverso tre passaggi di tre libri di cui due scritti da lui e un altro che parla di lui.

Tutto dipende da dove sei nato, diceva un grande saggio. E, per quanto mi riguarda, forse il saggio ci ha proprio azzeccato.
Tanto per cominciare devo dire grazie a mia madre, che ha scelto di partorirmi a San Giano, quasi a ridosso del Lago Maggiore. Strana metamorfosi di un nome: Giano bifronte, antico dio romano, che si trasforma in un santo cristiano completamente inventato, per di più presunto protettore dei fabulatores-comicos".

Così scrive Dario ne Il Paese dei Mezaràt, in cui narra la sua infanzia. Che è come dire che nasce con l'imprinting degli attori-narratori-affabulatori che frequentavano il Lago Maggiore e dalle cui storie si lascia trasportare.

Da giovane, poi, frequenta l'Accademia di Brera dove, tra l'altro, dipinge. E qui si capisce che doveva far l'attore, come ci racconta Chiara Valentini in La storia di Dario Fo:

"Dario era soprattutto un esecutore velocissimo e abilissimo," ricorda un suo compagno d'Accademia. "Lavorando non smetteva mai di raccontare le sue storie incredibili, su argomenti inventati lì per lì, tirava avanti per ore, col risultato che noi smettevamo di dipingere per ascoltarlo." Qualcuno gli diceva: "Ma perché non vai a fare l'attore?".

E Dario, dopo le iniziali titubanze, ci andò a far l'attore, come sappiamo. Ma con quale obiettivo? Ce lo dice lui stesso nel suo Manuale minimo dell'attore:

Personalmente non sono entrato in teatro con l'idea di recitare l'Amleto, ma con l'aspirazione di fare il clown, il buffone... ma seriamente.

Buon compleanno Dario, buffone serio 😉

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