Vai al contenuto

La mamma errante

Copia di letturaMese di relazioni, di ricordi, di preghiere questo di Novembre in cui commemoriamo le persone che non sono più tra noi. Per me al lungo elenco delle visite al cimitero quest'anno si aggiunge mia madre, che purtroppo l'undici settembre scorso ci ha dovuto lasciare, suo malgrado. Lei che diciassette anni or sono aveva perso un figlio, mio fratello, per un incidente stradale. E che ogni giorno ricordava e cercava nei suoi pensieri, nei suoi desideri, nelle sue azioni. Aveva molte domande sulla vita dopo la morte mia mamma Benedetta e nel tempo ha nutrito così tanto la sua fede che è andata via convinta di poter riabbracciare il suo prediletto Mimmo, sua mamma, sua nonna, tutti i suoi cari defunti. Sebbene volesse riabbracciarli un po' più in là.

A sessantasette anni mia mamma si definiva "ancora un poco giovane". Spesso la vedevo leggere dei libri sul destino ultraterreno degli esseri umani. Oppure rivolgeva domande su cosa ci aspetta dopo la morte. Si può dire che il suo è stato un cammino verso una meta precisa: meritarsi un posto nel paradiso, non per se stessa ma per i suoi affetti, in primis il figlio ventenne. Una vita errante la sua e anche orante, perché per anni ha recitato il rosario, per lo più da sola. Alle volte mi raccontava di sua nonna, che si chiamava Benedetta e dalla quale aveva preso il nome, che le raccontava da piccola che ogni volta che era intenta a pregare con il rosario vedeva delle anime che l'attorniavano.

Il cristianesimo ci fa vedere la vita come un percorso con un inizio e una fine apparente, che è passaggio verso l'eternità. È come se si provenisse dall'eternità per farvi ritorno. Il tempo allora diventa una parentesi dell'eternità o, piuttosto, come una bolla imprigionata in essa. I fisici con Einstein ci hanno insegnato che il tempo è relativo al punto di osservazione. Perciò per un abitante di una galassia lontana magari sono passati cinque minuti mentre per noi sulla terra quei cinque minuti diventano cinquanta o sessanta anni. Sempre più prendiamo cognizione del fatto che il tempo non esiste, che è una illusione della nostra esistenza. Possiamo quindi dire che non c'è un inizio e una fine. E neanche un durante. Non proveniamo da un posto per andare verso un altro luogo. Bella contraddizione questa. Non nasciamo così come non moriamo. Che ne è quindi del pellegrinaggio, dei tentativi di mia mamma di trovare la strada, magari non quella più corta, per ritrovare i suoi perduti affetti? Come creature siamo soggetti al tempo, ai suoi ritmi, al suo incedere.  C'è un tempo per ogni cosa ci dice il Qoelet. Proprio perché è relativo viviamo quella misura del tempo a noi adatta, anche se tutti vorremmo vivere di più e senza incidenti o malattie. Ma se alziamo lo sguardo dalla strada ci accorgiamo che sempre siamo stati e che sempre saremo. Un po' come quando tracciamo un percorso sul globo terrestre. A breve distanza da esso ci appare lungo. Ma se ci allontaniamo inizia ad apparirci più breve.

Forse la morte è il momento in cui tutto ci appare senza tempo, senza quella durata oggetto degli studi degli storici delle Annales in Francia che proprio sulla lunga durata avevano fissato il loro interesse scientifico. Forse nel suo peregrinare mia mamma ha sentito tutto il dolore che il tempo può dare ma è riuscita a vincere la voracità di Crono che mangia i suoi figli accorgendosi che è solo un Pac Man guasto o, meglio, fermo nell'istante senza scorrimento. Da lontano il tempo appare uno schermo fisso, una fotografia. L'istante è fisso, non passa, non dura. Il momento in cui sto abbracciato con mia mamma non è differente da quello in cui mi separo da lei. Non c'è distacco. Siamo nello stesso tempo quel Marco Polo in giro per le città dell'impero mongolo e quel Marco  Polo che nel palazzo sta raccontando le stesse città al Gran Khan, come ne Le città invisibili di Italo Calvino. Basta socchiudere gli occhi...

Print Friendly, PDF & Email

Rispondi