Carmelo Bene, il regista bricoleur

Ritratto di Carmelo Bene.
Carmelo Bene by Gozer-the-Gozarian.

Chi ha detto che un film vada visto? E se dicessi che un film va ascoltato? Non sto parlando di supporti audio per ipovedenti. Mi riferisco all'essenza del cinema, almeno così come lo concepiva un regista mio conterraneo: Carmelo Bene. Proseguo, oggi, il mio viaggio nel mondo della regia. Dopo aver parlato del regista sincero mentitore, del regista mago e del regista leader oggi è la volta del regista narratore per sottrazione.

Avevamo la pellicola misurata, perché s’era lì col pretesto di filmare tre cortometraggi. Si girava quindi in 16 mm, ingrandito poi miracolosamente a 35 mm. Ci si arrangiava con gli scarti di pellicola, e con gli scarti s’addizionavano immagini ammantate di nulla, in nome di quel mio metodo ormai classico (?) che aggiunge per sottrarre. Si andava per eccesso decolorando l’immagine stessa.

A scrivere è l’attore e regista di Un Amleto di meno, Carmelo Bene a proposito del suo primo film, Nostra Signora dei Turchi, nella sua prima autobiografia Sono apparso alla Madonna (Tascabili Bompiani). Stiamo parlando di un artista che ha fatto proprio della sottrazione una delle cifre più importanti della sua esperienza. In essa rifiuta l’uso dell’immagine nel quale “si procede per attendibilità di racconto, scansione del logos ecc. ecc.”. Siamo quindi sulla sponda opposta a tanto cinema prima e dopo il 1968, anno in cui viene girato Nostra Signora dei turchi. In questo caso Bene è “attore, autore, scenografo, costumista, regista, produttore e macchinista primo secondo e terzo”. Fa quasi tutto da solo, come tantissimi principianti alle prese con il loro primo corto. Siamo però di fronte ad una esperienza rivoluzionaria dove il regista è un demiurgo al contrario: più aggiunge più sottrae. Ne fa le spese la stessa immagine che cede il passo piuttosto alla musicalità, alla phoné:

Invece del racconto questo bricolage di suoni e immagini destinato a una citazione di racconto, questa miriade di segni alla deriva dell’onda sonora che detta il movimento.

Nel cinema di Carmelo Bene la regia è ancora una volta phoné e quindi assenza dell'immagine. Condividi il Tweet

Carmelo Bene è un regista bricoleur che lavora con una mini-troupe: con lui c’erano soltanto il direttore della fotografia Mario Masini e l’attrice Lidya Mancinelli. Con quest’ultima ha avuto un sodalizio sentimentale e artistico. Un capitolo questo che pure merita la sua considerazione. Pensiamo a Giulietta Masina, per tornare a Fellini, di cui abbiamo parlato nel primo post. Il regista diventa quindi un marito, un amante, un partner che sa dare una certa direzione positiva ai suoi sentimenti, anche quando arriva una separazione più o meno dolorosa. Pensiamo, per esempio, a Roberto Rossellini e alla sua relazione con Anna Magnani. Tanto cinema, del resto, è stato e continua ad essere “ a conduzione familiare” e dirigere un film diventa quasi per davvero un hobby. Di recente, per esempio, mi è capitato di lavorare con una regista come Emanuela Piovano, in L'età d'oro,  che si definisce prima di tutto viticultora e che impiega i proventi delle sue attività agricole per fare film. Magari questo hobby è costoso oppure con un budget ridotto o inesistente. Accade allora che il sindaco del paese di Santa Cesarea Terme affronti i suoi concittadini, che volevano denunciare Carmelo Bene perché a causa di alcune sue riprese erano rimasti al buio a lungo, dicendo loro: «Davanti all’arte si sta così!». E qui il regista deve saper ben giocare tutto il suo carisma….

Per farci un'idea di questa sottrazione, di questa mancanza di cui abbiamo parlato vale la pena di vedere l'inizio del film che ho più volte citato in cui si assiste a un disfacimento, quasi, dei fotogrammi come trasportati dall'onda sonora.

Cosa pensate di Carmelo Bene e del suo cinema? Io vi do appuntamento al prossimo post che riguarderà il regista in campo.

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