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L’undici settembre della mamma celeste

Benedetta prima comunione
Mia mamma Benedetta nel giorno della prima comunione.

Mia cara mamma, un anno fa, l'11 settembre del 2014, ti trovai senza vita, all'alba, al termine dei tuoi quaranta giorni di viaggio nel deserto del tumore terminale. Scegliesti di non sottoporti più a chemio e radioterapia, che tanta angoscia e sofferenze ti avevano dato. Scegliesti di morire nella tua casa, che era stata l'abitazione dei tuoi genitori, che tu stessa avevi visto costruire tufo dopo tufo da quel papà che da bambina ti sembrava tanto grande. A loro ti sei rivolta nelle ore della tua agonia e a quel figlio ventenne che hai perso quando avevi quarantanove anni. Li hai chiamati al capezzale del tuo letto insieme a quella nonna, Benedetta, di cui sempre con orgoglio hai portato il nome. Li hai invocati perché ti aiutassero nel passaggio più difficile della tua vita: l'ingresso nel regno dei cieli alla cui sovrana hai dedicato la tua devozione: la madre del Signore.

È a lei che ti rivolgevi quando cercavi conforto alle tue pene, quando desideravi che fossero risparmiati dolori alle persone a te care. Apprendesti a recitare il rosario da sola, nel ricordo di tua nonna Benedetta che da piccola guardavi spesso con la corona in mano e che ti raccontava essere circondata dalle anime alla ricerca di conforto, che lei giurava di vedere.  E ogni volta che andavi in ospedale sul tuo comodino non poteva mancare la statuetta dell'Immacolata che ti è stata donata e che ora giace sottoterra con te.  Avevi provato a pregare con il rosario anche in chiesa, con le vecchiette, ma ci sei stata poche volte delusa dalla loro sclerotizzazione, da tanta durezza di parole e cuore. Preferivi la tua stanza da letto o quella cucina che è stata la tua prigione.

La chiamavi "La Mamma Celeste" e spesso a lei mi raccomandavi quando dovevo allontanarmi da casa in macchina, specie dopo la scomparsa per incidente di mio fratello. Papa Luciani soleva dire che Dio è mamma, non solo padre. Quella mamma celeste per me è Dio stesso e grazie a te, cara madre, ne ho potuto fare esperienza. Ho conosciuto il divino grazie a te, alle tue cure, al tuo infinito amore, alle tue sollecitudini. Non si può ricevere dono più grande. Anche se almeno altri venti anni di vita ti sono stati portati via dal cancro, dalle ancora scarse possibilità di cura, checché se ne dica. Spesso con tanto candore chiedevi agli oncologi perché gli scienziati non avevano messo a punto delle cure adatte. Nessuno di loro era in grado di rispondere. Nessuno di loro è stato in grado di restituirti la salute.

Spesso mi chiedo perché con tutta la fede che tu hai avuto, con la tua vita di grandi sacrifici e rinunce, con tutte le invocazioni che salivano dal tuo cuore la mamma celeste non ti abbia ascoltata. Tu chiedevi di restare in vita per tuo figlio Giuseppe, per continuare ad occuparti della tua famiglia. Forse un altro urlo invece è stato accolto: il grido della tua anima rinchiusa nella gabbia delle mortificazioni quotidiane. Da esse meritavi liberazione, come gli Israeliti dalla terra d'Egitto. Per questo hai penato per quaranta giorni, prima di essere accolta nel mondo della consolazione infinita.

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