Siamo in guerra. Che fare?

NO WAR
NO WAR | by gaudiramone

Che cosa faresti se scoppiasse una guerra mi chiedeva alle volte mia mamma per esortarmi ad imparare la nobile arte della sobrietà, del sapersi arrangiare. Lei la guerra non l'aveva vissuta, ma il dopoguerra, che può anche essere peggio, sì. E poi aveva ben impressi nella mente i racconti dei nonni, nati al tempo della prima guerra mondiale e che in mezzo alla seconda e alle sue bombe sulle case c'erano passati. Io ho sempre guardato a questa eventualità come lontana, impossibile. A scuola ci ripetevano che ormai vivevamo in tempo di pace, che non scoppiava più un conflitto da tanto tempo, anche se da poco era finito lo scontro armato in Vietnam ma rispetto ai precedenti era ben poca cosa. Diversi anni dopo arrivò la Prima Guerra del Golfo con i tracciati della contraerea che di notte sembravano un videogioco. E in seguito la carneficina della ex Yugoslavia, con le fosse comuni, i gas mortali e le mine. Non includo in questo breve elenco le belligeranze perenni come quella tra Israele e Palestina, le ostilità dimenticate come quelle soprattutto africane e la pluridecennale guerra fredda. Tutte le guerre della mia lista rispondevano a un rituale preciso con la dichiarazione di guerra e la successiva invasione del territorio, magari preceduta da bombardamenti aerei. Robe, queste, che per lo più riguardavano i militari anche se alla fine morivano tanti civili.

Finché un giorno arrivò l'11 settembre del 2001 che ha portato alla ribalta un altro tipo di disputa che utilizza la tecnica, chiamiamola così, dei kamikaze, che era già emersa con i piloti degli aerei giapponesi che si schiantavano sulle portaerei americane durante la Seconda Guerra Mondiale. Cambia però lo scenario: siamo in un qualunque martedì di lavoro, al mattino, presso una delle glorie della potenza commerciale americana come le torri gemelle a New York. Anche se poi abbiamo avuto gli attentati di Madrid e Londra, nonostante le minacce prima di Al Qaida e poi dell'Is, sembrava che non avremmo avuto un'altra situazione paragonabile all'11 settembre. Ed invece ecco la sorpresa di Parigi di venerdì scorso con un altro mutamento di linguaggio: stavolta si spara per strada, nei bar, nei locali da concerto. Per la verità, però, dovevamo aspettarci qualcosa sin da quando Hollande ha deciso si bombardare la Siria.

Si tratta della terza guerra mondiale a pezzi di cui parla papa Francesco? Se non lo è molto ci somiglia per il gran numero di paesi coinvolti e per le tensioni geopolitiche in atto. Ora, visto che saremmo in guerra, che possiamo fare? Vogliamo che sia lunga e che porti altri morti? Vogliamo che i trafficanti di armi continuino a fare affari? Desideriamo che l'odio cresca fino a coinvolgere milioni di persone? Davvero vogliamo alimentare questa spirale? Non ci conviene, intanto, iniziare a capire chi è il nostro nemico? Quali sono i suoi obiettivi? Come possiamo evitare, da subito, altre stragi? Siamo sicuri che continuando a bombardare la Siria sia una scelta saggia? Non è forse meglio ripensare la politica estera dei nostri paesi? Fossi francese chiederei ad Hollande di dar conto delle decisioni prese. Cercherei di limitare un'azione che finora si è rivelata un disastro che è costato la vita a troppe persone. Come italiani dobbiamo pretendere che il nostro presidente del consiglio e il nostro ministro degli esteri facciano di tutto per evitare altre bombe, altri spari, altro sangue.

La strage di Parigi ci ricorda che non possiamo più vivere lontano dalle decisioni dei politici. Condividi il Tweet

Noi abbiamo già vissuto la stagione delle stragi e del terrorismo, anche se di natura diversa. Abbiamo già avuto i nostri morti alla stazione di Bologna, giusto per nominare una tragedia. Perciò dobbiamo tener fede all'articolo 11 della nostra Costituzione che ci impedisce di attaccare altri paesi. Si badi bene che non si tratta di buonismo. Noi dobbiamo giocare un ruolo che sempre, o quasi, ci è riuscito e cioè quello di mediatori. Per fare questo noi tutti dobbiamo svegliarci e non ricordarci della politica soltanto il giorno delle elezioni. Dobbiamo pretendere di contare di più, per esempio attraverso i referendum. Abbiamo bisogno di un passo ulteriore rispetto al Movimento 5 stelle che pure ha rinnovato le pratiche politiche. Sto parlando della necessità di rivedere la nostra relazione con la Cosa Pubblica. Per favore non accettiamo più, come cittadini, che ci amministrino senza trasparenza, con accordi sottobanco che finiscono per alimentare i signori della guerra. Impariamo a diventare i signori della pace quotidiana e cioè quelli che sanno vivere nella quiete ogni giorno della loro vita. Facciamola finita con le barricate innalzate per ogni sciocchezza: una parola di troppo, uno scazzo con i vicini, ecc. Basta con le risse verbali e non, con le divisioni tra guelfi e ghibellini e con l'odio tra fratelli, parenti e amici. Se vuoi la pace prepara la pace diventi il nostro mantra. Al bando gli scatti d'ira, i nervosismi per lo più ingiustificati e gli urli di rabbia. Distogliamo la nostra energia da tutto questo e convogliamola per migliorare la nostra vita e quella degli altri. Siamo in tanti, nel mondo, a potercelo permettere. Pensiamo al benessere perché ci conviene molto di più. La guerra, invece, non è mai la scelta giusta. Che dite?

Contro i signori della guerra c'è una sola cosa che possiamo fare: diventare signori della pace! Condividi il Tweet

Dove sono i pacifisti, in questo momento? Che fanno? Perché non si vedono più le bandiere della pace? Ce lo stiamo chiedendo in tanti. Risponde con lucidità a questa domanda un post di Jacopo Fo che vi invito a leggere.

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