Le cinque grandi lezioni di Rocky e Adonis

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Sylvester Stallone(da sinistra), Tessa Thompson e Michael B. Jordan a Filadelfia (Wikipedia).

Rocky ha ormai chiuso con la boxe. Se ne sta nel suo ristorantino a Filadelfia a guadagnarsi da vivere e va spesso al cimitero a trovare sua moglie Adriana e suo cognato Paulie. Unici legami con il suo passato da grande campione sono alcune foto che tiene esposte sulla parete del suo locale. Tra queste, in particolare, una che lo ritrae sul ring insieme al suo primo rivale e poi amico Apollo Creed. Un giorno arriva un ragazzo nero che guarda quell'immagine e inizia a fargli domande su aspetti di cui nessuno era a conoscenza, tranne la moglie di Apollo. Si tratta, infatti, del figlio illegittimo di quest'ultimo, Adonis Creed, che è un puglie agli inizi e che gli chiede di allenarlo.

Rivediamo così comparire sul grande schermo uno dei personaggi più amati dal pubblico di tutto il mondo, a nove anni di distanza dall'ultima pellicola in cui avevamo potuto ammirarlo: Rocky balboa. Pensavamo che fosse l'ultima volta. Invece l'alter-ego di Sylvester Stallone, ormai, torna al cinema perché ha ancora da dirci qualcosa di importante. E mai come questa volta è riuscito a convincere fan e critici, tanto da aver ricevuto una nomination agli Oscar, dopo aver già vinto il Golden Globe.

Ma perché è tornato? E che cosa ha da comunicarci? Innanzitutto questa volta non combatte più, vista l'età, sul ring. E poi non è il solo. Ha  un pupillo anche lui spuntato di bassifondi per raccontarci una storia importante. Infatti è quest'ultimo il protagonista stavolta, mentre per Balboa c'è un ruolo da mentore. Bisogna dire che all'inizio l'ex campione del mondo rifiuta di fare l'allenatore. Non ne vuole più sentir parlare di boxe. Ed è molto determinato a non riaprire questo capitolo. Adonis deve insistere parecchio per convincerlo, tanto che a un certo punto Rocky gli dice che è peggio di un martello. Ed è proprio questa la prima grande lezione che possiamo imparare da questo film straordinario: se vuoi il successo devi imparare ad essere molto ostinato. L'ostinazione conta più del talento, come ci insegna tra l'altro il grande coach americano Anthony Robbins che nel suo libro Come migliorare il proprio stato mentale, fisico, finanziario scrive:

L'ostinazione supera anche il talento come risorsa più valida ed efficace per creare e modellare la qualità della vita.

L'altra grande lezione del pugile agli esordi è che certe carriere non si scelgono, ma in qualche modo si è scelti. Infatti a un certo punto dice: «È tutta la vita che combatto. La mia non è una scelta». Perciò possiamo stare tranquilli. Non si sceglie di fare il sacerdote, l'atleta o l'attore. Si tratta in realtà di una vocazione, una chiamata alla quale si risponde oppure no. È tutto qui. Qualcuno ci vede Dio come autore di questo appello, altri no. Di sicuro, però, certi percorsi non si decidono. Semmai ci siamo dentro dalla nascita, da sempre. Anche se bisogna stare attenti a non rispondere a richiami che non abbiamo ricevuto. «Quella all'arte è una chiamata alla quale molti rispondono anche senza essere stati chiamati» ho sentito dire spesso a un regista e amico con il quale ho studiato e lavorato, il buon Enzo Toma.

Rocky Balboa finisce con il capire il suo allievo e quindi gli passa la sua esperienza, le sue conoscenze, ciò che ha imparato a suon di pugni e gli ripete spesso quel che è una sorta di mantra di tutto il film: «Un passo alla volta, un pugno alla volta, una ripresa alla volta». In questo modo imprese che ci sembrano gigantesche e perciò impossibili si smontano pezzetto per pezzetto, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto. Un modo di fare, questo, che ci suggerisce anche il Vangelo di Matteo ai versetti 33 e 34 del Capitolo 6:

Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

Questo non vuol dire che non bisogna pianificare la propria vita. È piuttosto l'invito a umanizzare le imprese e le sfide che abbiamo davanti, costruendole mattone dopo mattone.

Lungo la nostra strada incontriamo spesso sofferenze e dolori. Fanno parte della vita, nonostante si possa fare molto per non subirle. Se però vogliamo il successo dobbiamo imparare a liberarcene, perché sono la zavorra che ci impedisce di volare. Come? Ce lo dice Rocky quando a bordo ring urla ad Adonis: «Butta fuori tutto quella che ti ha fatto soffrire! Loro non sanno che abbiamo passato». Il segreto è mettere le afflizioni e le tribolazioni alle nostre spalle e farci spingere da esse. Bisogna farle diventare la benzina che alimenta il motore delle nostre migliori performance come manager, imprenditori, atleti, cantanti, artisti, insegnanti, ecc. Tutto ciò che ci ha intristito e ci ha fatto penare, per anni, diventa così il combustibile del nostro razzo verso lo spazio.

Non facciamo tutto questo da soli, è naturale, ovvio. Ci serve l'aiuto di qualcuno che ci sappia motivare e mettere in condizioni di usare le tecniche migliori. Esiste una figura meravigliosa per questo, si tratta del mentore, del quale ho già parlato nel post Cambiare vita grazie a un mentore. Qui voglio solo sottolineare la necessità di individuare quello giusto per noi, con il quale abbiamo le maggiori affinità. Adonis Creed non può che avere Rocky Balboa come mentore. Cercatelo ed esso apparirà. Ricordate l'adagio zen che dice "il maestro appare quando l'allievo è pronto"?

La cosa migliore che possiamo fare è goderci il fantastico film chei Ryan Coogler, il giovane regista, è riuscito a realizzare e metterne in pratica gli insegnamenti che sono:

  1. essere super-caparbi nell'ottenere quello che vogliamo;
  2. ricordarsi che per certe carriere "si è scelti";
  3. affrontare il ring della vita "un passo, un pugno e una ripresa alla volta";
  4. imparare ad usare la sofferenza invece di esserne dominati;
  5. trovare il mentore che fa per noi.

Per voi quali sono i grandi insegnamenti di questo film?

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