Come risolvere qualsiasi problema

cubeNel post di oggi impareremo a risolvere qualsiasi problema, di qualunque natura esso sia: nella vita, nel lavoro, in azienda, nelle relazioni. Nessuno escluso.

Conosco già la prima obiezione: «a cosa serve questa domanda? A cosa serve chiedersi come risolvere un problema? Non serve a niente, è completamente inutile, perché se io incontro un problema lo risolvo e amen. Perché mai dovrei stare lì a farmi pippe mentali. Io affronto il problema e lo risolvo. Non c'è bisogno né di questa né di altre domande. Se possibile, poi, i problemi io li evito, di sicuro non vado a cercarmeli. Uno non se li deve proprio porre, i problemi. Crearseli è il vero problema. E se non te li crei sei a posto o quasi. Qualsiasi problema è una scocciatura, una fregatura e le persone che li creano vanno allontanati. Perché già i problemi arrivano da soli, figuriamoci se qualcuno porta altri problemi. E peggio ancora se uno comincia a farsi delle strane domande».

«Amico mio, in realtà è la tua vita che è complicata già di suo se pensi in questo modo. Se pensi così avrai non uno ma molti problemi, ma davvero. E quel che è peggio è difficile che riuscirai a risolverli, molto difficile».

Vi siete mai chiesti, per esempio, perché i problemi si ripresentano? Quante volte vi succede di dire: «ah ma io pensavo di averlo risolto quel problema e invece rieccolo! ». Ricompare a volte per mesi, anni, decenni o per tutta la vita o di generazione in generazione. Avete, poi notato, che spesso ci sono dei problemi irrisolti? Quante volte pensate che ci sono problemi che non si possono risolvere. Almeno questo si crede nel senso comune. Avrete anche notato che i problemi vanno sempre accoppiati, insieme, come le donne quando vanno al bagno: una aspetta l'altra, si accompagnano a vicenda. Ciascun problema va insieme all'altro, come i guai, che non vengono mai da soli. I problemi addirittura vanno in gruppo, alle volte ce ne sono a valanghe. Quante persone sentite durante la giornata che si lamentano: «ma quanti problemi che ho!». I problemi non finiscono mai, come gli esami di Eduardo De Filippo.

Ma vediamo un po', cosa significa "risolvere un problema". Consideriamo proprio alla lettera questi due termini: "risolvere" e "problema". Qual è il loro significato, qual è il loro etimo? Risolvere viene dal latino: re + solvere, slegare, sciogliere, lasciar andare qualcosa che è contratta, come un muscolo, che ha bisogno di essere rilassato, ammorbidito, una fibra che ha bisogno di essere lisciata o un nodo di capelli o di una corda che ha necessità di essere sciolto, qualcosa che sta in mezzo e che si deve rimettere a posto, un buco nel muro che va stuccato, una cerniera di una porta che non scorre più bene... Vediamo ora l'altra parola "problema". In greco essa significa ostacolo, qualcosa che ci sta davanti e in latino veniva tradotto con "progetto": qualcosa che buttiamo avanti. Avete notato già che salto culturale da "problema"a "progetto"? Se compissimo questo salto inizieremmo a vedere le nostre difficoltà in un'ottica diversa. Il problema cominceremmo a identificarlo non per forza come qualcosa di fastidioso ma anzi come qualcosa che ci permette di affrontare il futuro, un ponte verso il luogo che vogliamo raggiungere, una scala verso le novità che possono rendere migliore la nostra vita. Se iniziassimo a guardare i problemi con occhi diversi da quelli ai quali siamo abituati cominceremmo a pensare in modo differente. Proprio questo tipo di sguardo è uno degli elementi più importanti che impareremo da questo post dedicato al processo con il quale possiamo risolvere qualsiasi problema. Apprenderemo ad approfittare dei problemi perché, come abbiamo visto, essi non sono qualcosa che stanno lì davanti ad ostacolarci ma in realtà stanno lì addirittura per aiutarci.

Pronti a risolvere qualsiasi problema, senza lasciarne nemmeno uno? Davvero una gran bella promessa, vero? Quasi non ci si crede. Ma com'è possibile che adesso possiamo risolvere qualsiasi problema? Che storia è questa? Ma chi ci crede? Sembra irreale ma in realtà è più che possibile.

Ora, la domanda è: ma quale problema? Uno direbbe: «ma quale problema? Quello che c'ho davanti, quello che mi capita no? Come abbiamo detto prima, io se c'ho un problema mi metto e lo risolvo. Io i problemi li risolvo tutti».

«Ah sì, caro amico? Ma perché, allora, ti lamenti di avere sempre problemi? Perché hai sempre l'impressione che i tuoi problemi non finiscono mai?».

Se ragioniamo così siamo come quelli che vogliono guarire da una malattia soltanto occupandosi dei sintomi. Ho mal di testa, prendo una compressa, un antidolorifico e ho risolto il problema. Poi il mal di testa a distanza di qualche ora si ripresenta, e allora giù un'altra compressa e poi si presenta ancora, il giorno dopo o dopo una settimana e giù ancora con le compresse, che a questo punto provocano un ulcera allo stomaco mentre lo stesso problema continua a tormentarci. Almeno finché non ci si rende conto che è un sintomo che va curato altrove che è, poi, quello che fa un medico o uno specialista che fa una diagnosi non soltanto considerando i sintomi ma prescrivendo degli esami specifici. Grazie a tutte queste informazioni può poi decidere le cure del caso. Se ciò succede per una cosa tanto importante come la salute perché non lo facciamo per un'altra cosa altrettanto importante che è la nostra vita o la nostra carriera o la nostra azienda?

Perciò il primo passo da fare è definire il problema, fare il cosiddetto problem setting, occorre mettere a fuoco il problema. Bisogna definire il disagio in tutti i suoi aspetti, l'ansia che c'è dietro perché i problemi spesso sono legati ad una condizione di paura, di apprensione. Si scatena, ahimè, tutto un apparato di sentimenti negativi in queste situazioni. Occorre lavorare al contesto del problema: a quale persone è legato? In quale situazione si verifica? In quali luoghi? In quali momenti del giorno o della settimana o del mese o dell'anno? Importanti sono anche le soluzioni che sono state tentate ma che non si sono rivelate efficaci per evitare di ripetere gli stessi errori. Che cosa è stato fatto finora e che non ha funzionato? Troppo spesso tentiamo di trattare alcune questioni sempre alla stessa maniera sperando che funzioni. Ed è una cosa, se ci riflettete, da pazzi.

Il nostro stato d'animo, la nostra mentalità, i nostri umori sono essenziali davanti a qualsiasi situazione e quindi, una volta realizzato il setting del problema, ci serve qualcosa per iniziare a stare meglio, per avere più forza, per avere più capacità. Per esempio le nostre difese immunitarie delle volte vanno in deficit e hanno bisogno di supporti esterni, hanno bisogno di essere rinforzate perché la minaccia, il virus che in un primo momento sta avendo la meglio, sia combattuto e scacciato dall'organismo che ha attaccato. Abbiamo bisogno di rinforzi un po' come quando, durante una battaglia, un esercito comincia a soccombere e allora ha bisogno di nuove forze. Oppure come quando nei film d'azione vediamo che un poliziotto o le forze dell'ordine o chi per loro sono costrette a chiamare dei rinforzi perché i cattivi che stanno affrontando sono soverchianti perché più organizzati, sanno dove colpire, hanno sfruttato l'effetto sorpresa e quindi hanno saputo spiazzare i tutori della legge. Allo stesso modo noi all'inizio abbiamo bisogno di riflettere, guardarci intorno, organizzarci, per cominciare a smuoverci e fare un piano. Ma prima ancora potremmo aver bisogno di riprenderci dal colpo e di riavere maggior vigore. Questo significa crescere rispetto al problema. Bisognerebbe proprio capire la scala dei nostri problemi e cioè partire da uno a dieci e mettersi lì e chiedersi: quant'è grande questo problema? Può essere 2 o può essere 5 o 6 o 8 e poi di fronte alla stessa scala chiedersi: quanto io sono grande questa volta. Perché è chiaro che se io sono a 2 e il mio problema è a 8 esso sarà enorme, un macigno pazzesco e dovrò fare uno sforzo sovrumano per affrontarlo. Se invece noi stiamo a 6 o a 7 e il nostro problema è a 3 l'impegno necessario sarà inferiore. Ci serve capire qual è il livello delle nostre capacità e qual è il livello del nostro problema e se il problema è più grande di noi ammettere con sincerità che al momento è a un livello superiore a dove siamo. Questo non vuol dire che non possiamo crescere e anche abbastanza in fretta. Cominciando a far qualcosa iniziamo già a prendere dei provvedimenti e quindi una delle domande che dobbiamo farci di fronte a un problema più grande di noi è: come posso crescere per affrontarlo? Dopodiché possiamo cominciare a raccogliere le idee di soluzione.

Iniziando a pensare alle soluzione, spostiamo il focus dal problema alle soluzioni e questo ci libererà dalla negatività perché se noi di continuo stiamo lì a rimuginare sul problema senza pensare alle soluzioni, succederà che invece di crescere noi faremo crescere il problema, lo ingigantiremo. Invece dobbiamo essere noi più grandi e più forti di esso. Anche perché altrimenti le idee non arrivano, ci paralizziamo dalla paura, rimaniamo fermi, come quando guidiamo una macchina a forte velocità accanto ad un muro: se pensiamo che ci schianteremo su di esso molto probabilmente avverrà, se invece ci concentriamo sullo spazio a disposizione ne usciremo indenni o almeno abbiamo buone probabilità che avvenga. Questo ci permetterà di raccogliere quante più idee possibili, nessuna esclusa, anche quelle che ci sembrano stupide o inadeguate. Almeno in una prima fase conviene non censurarle. La voce critica che inizia a dire che questa o quella idea non va bene in questo momento deve tacere o non deve essere ascoltata. La cernita, la selezione va fatta in un secondo momento. Va da sé che è meglio scegliere tra cento idee che tra due o tre.

Dopo il brainstorming delle nostre idee è la fase di quel che io ho chiamato il Problem Telling: l'arte di risolvere i problemi raccontandoli. I problemi, infatti, li raccontiamo innanzitutto a noi stessi perché quando ne nasce uno la prima persona a cui lo raccontiamo siamo appunto noi stessi. Magari no ce ne facciamo un racconto articolato come I Promessi Sposi però ci diciamo, per esempio: «cavolo, ho un problema, che cosa è successo qui? Perché questo cassetto non chiude più? Che cosa lo blocca? Oppure: perché l'auto non si mette in moto?». Per quanto stilizzato, minimale, c'è già un primo racconto che magari poi formalizziamo con qualche dettaglio in più al falegname per il cassetto e al meccanico per l'automobile. Ed è importante che sia fatto in termini positivi perché se noi iniziamo a dire: «ah lo sapevo, come ogni mattina questa macchina non si mette in moto, ormai è andata, non funziona più» noi peggioreremo soltanto la situazione. Il secondo momento in cui torniamo raccontare il problema è dopo aver raccolto le possibili soluzioni. Faremo un nuovo racconto rispetto alla soluzione che noi stiamo attuando. A maggior ragione se il problema coinvolge altre persone oltre a noi è necessario parlarne, e quindi raccontarlo, per confrontarsi, coordinarsi, ecc. Soprattutto se sono in tanti ad occuparsi di un problema, come ad esempio un gruppo, onde evitare che tutti facciano la stessa cosa è bene che chi prende l'iniziativa racconti che cosa sta facendo e come lo farà. Alle volte il problema va raccontato a degli esperti. Per esempio allo psicologo dovrò raccontare i miei problemi. Lo stesso dicasi per il manager che va dal pubblicitario che lo deve aiutare a fare promozione. Soprattutto nell'ultimo caso il racconto del problema deve essere il più preciso e positivo possibile per non perdere tempo e soldi da un lato e per avere un'energia di slancio già in partenza dall'altra. Nessuno vuol lavorare con chi si lagna. Altre volte ancora magari un gruppo di ricercatori, ad esempio, è alla ricerca di fondi o un imprenditore vuol mettere insieme dei capitali. Allora la qualità del racconto, un buon Problem Telling può fare davvero la differenza perché la sua peculiarità, ciò che lo contraddistingue dallo storytelling tout court è la sua grande connessione al problema, le sue componenti di setting del problema e di sviluppo, poi, delle strategie migliori.

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