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Come capire se un problema è risolto?

Lo studio di Harvard che spiega perché allontaniamo le soluzioni
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Lo studio di Harvard

Quando siamo vicini alla soluzione di un problema allontaniamo quest'ultima per cui quel determinato problema sembra più pervasivo di come appariva all'inizio. Finiamo per includere nel problema anche elementi che all'inizio avremmo giurato non appartenergli. Questo accade soprattutto nel campo sociale a causa del "cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza" che è stato oggetto di un  recente studio. Questo fenomeno ci complica la vita quando occorre capire se il problema è finito oppure no.  È stato dimostrato che quando i problemi diminuiscono, si fanno rari, noi vediamo più cose come problema. Nello studio di Harvard, pubblicato sulla rivista Science il 29 Giugno del 2018, ad un gruppo di volontari sono stati dapprima mostrati delle serie di puntini blu. Man mano che si procedeva la quantità di quei puntini veniva diminuita. A questo punto le persone hanno iniziato a includere i puntini viola in quelli blu. In un altro test, poi, sono stati mostrati dei volti aggressivi. Anch'essi venivano man mano diminuiti. Ed è successo che dei volti neutri sono stati definiti come aggressivi. Infine è stato simulato un comitato che doveva decidere se delle proposte avanzate erano etiche o meno. E ancora una volta più le proposte chiaramente non etiche si riducevano più delle proposte perfettamente etiche venivano etichettate come non etiche.
Sembrerebbe esserci del perfezionismo in questo approccio ai problemi, una sorta di scontentezza, di non adeguatezza per sopperire alla quale si fa ricorso a un ipercorrettismo. Quando c'è insoddisfazione, insomma, si tende a cercare di sopperire allargando i propri concetti e questo ci fa vedere difetti anche là dove non ce ne sono. Il problema è stato risolto ma noi ne allarghiamo la frequenza, la presenza, la ricorrenza e quindi per noi non è risolto. Risolvere problemi ci porta, infatti, ad espandere la loro definizione. Invece di apprezzare ciò che è stato fatto continuiamo a guardare ciò che va ancora fatto, ci inventiamo ancora qualcos'altro così da esaurire, tra l'altro, le nostre risorse e stressarci. 

Il pessimismo

Il "cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza" spiega, anche, perché c'è un diffuso pessimismo nonostante gli enormi progressi in tanti campi scientifici, culturali, sociali ecc. Facciamo un esempio. Quando ero ragazzino andavo a scuola da solo, sin dalla prima elementare. Ora i miei genitori verrebbero denunciati per abbandono di minore.  Questo pessimismo combinato dalle amplificazioni retoriche dei mass media e dall'incapacità di distinguere tra notizie false e quelle vere fa sì che, per esempio, molti siano convinti che gli alberi nel mondo stanno diminuendo quando invece sta accadendo esattamente il contrario. Tutto questo, in fondo, potrebbe anche essere un residuo dell'influenza del nostro cervello rettiliano, la parte più antica della nostra mente, che amplificava i pericoli per evidenti ragioni di sopravvivenza quando la nostra tecnologia e le nostre risorse erano pressoché inesistenti in un tempo in cui per procurarci il cibo dovevamo andare a caccia nella foresta.

Cambiamento di concetto e cervello

Dall'altro lato questo cambiamento di concetto è dovuto alla struttura stessa del cervello, alla sua elasticità. Pensiamo ai medici del pronto soccorso. Di continuo devono adattare il loro concetto di urgenza a seconda dei pazienti che arrivano. Per cui un giorno se ci sono diversi feriti da armi da fuoco e un'altra persona con un braccio fratturato giustamente faranno aspettare quest'ultimo. Ma se in un'altra occasione si presenta qualcuno con delle fratture e non ci sono casi di feriti in fin di vita le cose cambiano. Se, invece, un radiologo cerca le tracce di un tumore e non ne trova deve capire quando fermarsi, non cercarlo all'infinito.
In questo ci viene in aiuto il Tao The Ching di Lao Tzu che dice:
Conoscere ciò che è abbastanza è libertà.
Conoscere quando fermarsi è sicurezza.

Obiettivi e ricerche

Il "cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza" può essere più evidente laddove c'è confusione, quando non abbiamo ben definito il nostro problema, non abbiamo le idee chiare e quindi facilmente facciamo slittare la nostra idea di problema verso qualcosa che problema proprio non è. Se in un'assemblea di condominio non si stabiliscono per bene quali sono le priorità rispetto agli interventi da fare e i criteri univoci per la definizione delle soluzioni migliori si andrà avanti all'infinito con lamentele, insulti, litigi. Se ad una reunion di compagni di liceo non si definiscono almeno uno o due criteri per la scelta di data e luogo per rivedersi si avranno tante proposte quante sono gli ex alunni con il rischio di decidere all'ultimo momento e male. Se in un qualunque programma che si rispetti non si definiscono bene gli obiettivi si rischia di prendere tante e infruttuose direzioni, spesso in contraddizione l'una con l'altra.
Questo meccanismo di cui stiamo parlando influenza anche le ricerche, di qualsiasi natura esse siano. Abbiamo già visto il caso del radiologo. Ma più banalmente quando andiamo a fare la spesa e cerchiamo delle banane gialle includeremo anche quelle mature con i puntini neri all'interno di questo elenco se non ne troviamo altre. Oppure uno storico potrebbe allargare le maglie di un periodo come il Rinascimento o il Medioevo a seconda degli elementi che finisce per includervi. Perciò ad esempio per alcuni il Rinascimento potrebbe cominciare nel '400 o nel '300 addirittura e per altri potrebbe riguardare solo il '500 e neanche tutto.

Il mondo è un gioco

Come si fa allora a capire che un problema dallo psicologo è risolto e quindi risparmiare sedute e soldi? Come si fa a dire che l'intervento di un coach è terminato? Quando si può dire che un determinato fenomeno ormai è sparito? Guardando ciò che è stato fatto, al lavoro che è stato svolto, i risultati raggiunti e premiando questi invece di nutrire l'ansiosa ricerca di ciò che ormai non c'è più. Questo diventa più facile quando stabiliamo delle mete intermedie nella nostra tabella di marcia e ci diamo delle ricompense ogni volta che ne raggiungiamo una. Un po' come quando in una gara ciclistica ci impegniamo oltre che a vincerla a fare nostri dei traguardi intermedi come il gran premio della montagna e altri. Potremmo utilizzare la cosiddetta Gamification, la ludicizzazione, l'utilizzo, cioè di elementi mutuati dai giochi all'interno di contesti come l'azienda o la vita quotidiana. Per intenderci noi utilizziamo già la Gamification quando facciamo la raccolta punti al centro commerciale. Un altro esempio riguarda le RC Auto che premiano gli automobilisti più prudenti. Ecco, se noi fossimo più stimolati, in modo ludico, a distinguere bene ciò che fa parte  di un fenomeno e ciò che invece sta fuori eviteremmo la trappola del "cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza". Vediamone una possibile applicazione nella raccolta differenziata della spazzatura. Da quando è stata introdotta nel mio comune è stata una vera rivoluzione, un cambiamento radicale di paradigma in favore dell'innovazione. Ma la cosa con il passare del tempo è rimasta lì, non si è evoluta. Tanto che a distanza di diverso tempo in tanti facevano e continuano a fare confusione su come farla finendo per mescolare i rifiuti e quindi vanificando la stessa raccolta differenziata. Sono state tentate un paio di campagne di informazione e sensibilizzazione che però non devono aver raggiunto i risultati sperati se l'azienda che se ne occupa ha minacciato gli utenti di non ritirare i rifiuti non conformi. Sembra di essere tornati a scuola quando gli asinelli venivano puniti con le bacchettate. Si potrebbe intanto considerare che la raccolta differenziata è una realtà ormai consolidata e comunque il comportamento virtuoso degli utenti è in crescita anche se in modo lento. A questo punto perché non introdurre dei premi per quelli che s'impegnano a differenziare per bene, in modo corretto magari prevedendo anche degli sconti sulla tassa dei rifiuti? Non è difficile, in molti comuni è già stato fatto.
Se il mondo è un gioco tutti siamo stimolati non già a competere gli uni con gli altri ma semmai a migliorarci di continuo, a raggiungere successivi livelli come, in fondo, ci induce a fare la crescita personale, quel percorso di sviluppo e maturazione al quale sempre più persone nel mondo si dedicano e all'interno del quale il raggiungimento di obiettivi sempre maggiori non solo permette lo sviluppo di qualità psicologiche, morali, sociali ecc. ma permette di superare tante trappole mentali come quella del "cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza" di cui abbiamo parlato qui.
E tu hai mai notato questo fenomeno nella tua vita? In quali occasioni? E cosa hai fatto per compensarlo? Parlane liberamente nei commenti, la tua esperienza può essere utile a molti.
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