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Future Or Bust!
Future Or Bust! (Photo credit: Vermin Inc)

La Pasqua è un periodo di rinascita, di rinnovamento. Che si creda o meno in Dio la natura in questo periodo riprende il suo corso più rigoglioso. Perciò le nostre menti, i nostri sensi si aprono al mondo, a nuove esperienze e conoscenze. Quale momento, allora, è il migliore per allargare il proprio sguardo al mondo e pensare ai principali cambiamenti che ci attendono? Anche perché se il futuro non sarà roseo comunque andiamo incontro a tanti miglioramenti, a scenari meno drammatici che in passato. Oggi voglio considerarne alcuni insieme a voi.

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Ultima modifica il 14 maggio 2018 alle 16:51

Suzaku Catches Retreat of a Black Hole's Disk
Suzaku Catches Retreat of a Black Hole's Disk. NASA Goddard Space Flight Center.

Hai mai dato qualcosa di gratis ai tuoi clienti? Qual'è la reputazione della tua azienda? Due domande, queste, che hanno sempre una maggiore importanza, grazie soprattutto alla rete. E alle quali non ci possiamo più sottrarre. In questo post spiego perché.

I luoghi che si sono isolati dal resto dell'universo hanno fornito una delle forze con la maggiore influenza nel plasmarlo. Stiamo parlando dei buchi neri che sembra abbiano una forza regolatrice per la galassia in cui sono inseriti. Pare che il buco nero della nostra galassia l'abbia plasmata a tal punto da permettere la vita sul pianeta terra. È un contributo questo che viene da una forza opposta ed equilibratrice rispetto alla formazione di nuovi corpi celesti. Ne parla un articolo di Caleb Scharf, astronomo americano, dal titolo La generosità dei buchi neri apparso nel numero di settembre 2012 su Le scienze, dedicato proprio al complesso legame tra il buco nero al centro della Via Lattea e la vita sulla terra.

È un sistema, questo, in cui sono previste due opposte forze: una creatrice e l'altra divoratrice. Ciò crea l'equilibrio per il sistema stesso. Da una parte chi crea e produce, dall'altra chi consuma e divora. Se una delle due forze prevale il sistema salta: o viene consumato tutto o si produce troppa materia oppure ancora si finisce per non avere più stimoli per produrla.

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Ultima modifica il 16 agosto 2013 alle 11:57

community
Community. Fotografia di Nancy White.

Agli inizi di settembre parteciperò ad una due giorni di lavori assieme a dei professionisti della formazione che vogliono costituire un team utilizzando i modelli delle comunità di apprendimento e gli ultimi sviluppi del web, come i cosiddetti web 2.0 e web 3.0. Perciò oggi voglio offrire un mio contributo su questi temi che parta da quelle che a mio avviso sono le basi del progetto e cioè le persone che dovranno interagire con questo team, per poi passare a dare uno sguardo ad una caratteristica del web che più ci riguarda e cioè il web potenziato. Quindi cercherò di delineare che cos'è o che cosa potrebbe essere una community di professionisti dell'apprendimento, oltre che della formazione. Infine indicherò gli attributi che secondo me dovrebbe avere. Mi auguro che queste mie riflessioni possano essere utili sia ai relatori e ai colleghi che incontrerò sia a chi si occupa di questioni simili più in generale.

Iniziamo da ciò che in questi casi non si deve fare: la gestione del portafoglio clienti. Soprattutto se il nostro network è piccolo. Stiamo parlando di realtà con più o meno una ventina di collaboratori. Già la stessa espressione "portafoglio clienti" oltre che non essere adatta ad una società che opera nel campo della formazione, denota un approccio d'altri tempi, precedente al world wide web. Si basa, infatti, sulla segmentazione e profilazione della clientela secondo tecniche da ricerca di mercato che possono essere più o meno affinate ma che non tengono in nessun conto di quella speciale relazione interpersonale, unica che si può e si deve stabilire tra docente e discente, persino tra servizio ed utente e addirittura tra prodotto e cliente. Sto parlando di qualcosa che va al di là della Customer Relationship Management.

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Pagina su La Gazzetta del Mezzogiorno
Pagina su La Gazzetta del Mezzogiorno del 9 agosto 2012.

C'è un ampio e generoso articolo nei miei confronti su La Gazzetta del Mezzogiorno, edizione brindisina, di oggi 9 agosto 2012 in cui vengono narrati un  po' tutti gli ultimi aggiornamenti che mi riguardano: dal film con Daniele Ciprì all'altro film di Paolo Bianchini, dal mio ultimo impegno teatrale allo show tenuto su Tirradeo e alla rubrica che sto per inziare sempre su Tirradeo.  Be' accattatevi La Gazzetta del Mezzogiorno, leggete e diffondete  😎

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Emergenza
Emergenza. Di Francesco Edemetti.

Oggi voglio tornare a parlare di gestione delle emergenze,  dopo averlo fatto già in un primo post. In esso attraverso un passaggio del libro di Umberto Santucci, Fai luce sulla chiave, avevamo esaminato il concetto di failure management, che Tom Peters compendia in tre parole: fail, forward, fast. Sbaglia, vai avanti, fa presto dunque. Questo per tamponare quelle situazioni che richiedono un rapido, necessario, inderogabile intervento. In questo nuovo post, invece, voglio parlare della necessità di anticipare l'emergenza. Lo faccio sulla scorta di un altro libro, di Adriano Pennati questa volta e che ha per titolo Risolvere problemi dentro e fuori le organizzazioni.

L'emergenza esiste prima di manifestarsi: dunque, deve poter essere conoscibile prima della sua "epifania"

scrive Pennati. L'emergenza è dunque latente nelle nostre attività, nelle nostre decisioni, nei nostri comportamenti. Non sappiamo se si manifesterà però intanto c'è, è già presente al di là del suo venire alla luce. E' questo il criterio che ispira l'installazione degli estintori e delle scale antincendio negli edifici. Essi, si badi, non servono a prevenire gli incendi ma a tamponarne le conseguenze e a mettere in salvo le persone. Però si basano sul presupposto che un incendio potrebbe verificarsi, sulla potenzialità dell'emergenza. Perciò la domanda è: facciamo sempre tutto il possibile per evitare che un'emergenza potenziale si manifesti? La nave Concordia della Costa Crociere, naufragata il 13 Gennaio del 2012 al largo dell'isola del Giglio, per esempio, aveva avuto un'avaria quattro giorni prima del naufragio che sarebbe dovuta essere riparata una volta che la nave fosse arrivata a Savona. Non solo: viaggiava con le porte stagne aperte e con mappe «non approvate». Questo almeno a quanto asserisce Il Corriere della Sera. In modo più quotidiano però esempi di questo tipo ce li abbiamo sempre sotto gli occhi. Due giorni fa, per esempio,  due operai dovevano tinteggiare la parete di una casa nella strada dove abito. Li ho visti realizzare la necessaria impalcatura in barba a qualsiasi norma di sicurezza: niente elmetti, nessuna traccia di guanti o calzature anti-infortunio, nessuna segnalazione luminosa notturna.

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Ultima modifica il 15 maggio 2018 alle 18:02

Berlin 1989, Fall der Mauer, Chute du mur
Berlin 1989, Fall der Mauer, Chute du mur. Credit: Raphaël Thiémard.

Continuo a parlare di cambiamento a seguito di alcuni articoli che ho letto sul Falling Walls, conferenza che si tiene ogni anno a Berlino. In questo mio post cerco di spiegare come riuscire a ottenere quei cambiamenti personali che ci sembrano spesso difficili.

Quali muri devono ancora cadere? A Berlino durante l'edizione 2011 del Falling Walls scienziati ed esperti di diverse discipline ne hanno descritti alcuni come il muro della guerra, il muro che limita l'evoluzione, il muro dell'inizio del tempo ed altri.  Una sintesi di tutti gli interventi la si può trovare in un articolo di Luca De Biase.  Tra di essi Elke U. Weber ha parlato del muro della resistenza al cambiamento.  Se ci sono muri da abbattere, da una parte, dall'altra le persone non amano il cambiamento, in genere: perché preferiscono lo status quo. Questo in estrema sintesi l'intervento della professoressa colombiana. Hanno addirittura paura di cambiare. Noi tutti sappiamo, ad esempio, che dobbiamo cambiare la nostra alimentazione, che dobbiamo fare esercizio fisico, che dobbiamo cambiare alcune nostre abitudini ma non lo facciamo. Un mio prozio, per fare un altro esempio, è morto per un cancro ai polmoni molto probabilmente causato dalle tante sigarette che fumava. Eppure fino all'ultima ora non ha mai smesso un istante di fumare.  Tra il cambiare e il non cambiare scegliamo quasi sempre quest'ultima opzione. Bisognerebbe, invece, invertire la scelta. Soprattutto a livello personale, che è più difficile. A livello politico, infatti, quando arriva l'ora del cambiamento persino l'invincibile Berlusconi può essere costretto alle dimissioni.

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monete
Credit: Lodigs.

Ieri ho scritto un elogio del piccolo cambiamento, che è un invito a imparare a compiere piccoli cambiamenti (dipendenti da noi) e ad approfittare dei grandi cambiamenti (indipendenti da noi) rivolto prima di tutto a me stesso e poi ai venticinque lettori del blog. Avevo promesso, però, di spiegare quali sono i passi per ottenere qualche piccolo cambiamento nella propria vita. Ve li propongo oggi attraverso questo decalogo. Questi dieci punti, lungi dall'essere un vademecum psicologico perché non ne ho le competenze, sono per me altrettanti percorsi su cui lavorare che magari possono essere d'aiuto ad altri a parte me.

  1. Informarsi e confrontarsi. E' una delle prime cose da fare quando si vuole ottenere un cambiamento. Vogliamo, ad esempio, andare in palestra? Cerchiamo di sapere quali palestre ci sono in città, cosa propongono, quanto si paga, ecc. Lo stesso dovremmo fare per le nostre abitudini o per gli altri cambiamenti: informazioni, informazioni, informazioni. E qualche parere per schiarirci le idee.
  2. Essere realistici. Occorre guardare in faccia la situazione. Senza una diagnosi precisa e spietata di una situazione non conosceremo a fondo come stanno le cose e sprecheremo tempo prendendo le decisioni sbagliate. Se devi affrontare un problema sappi che la maggior parte delle persone non sa neanche definirlo un problema, come si può immaginare quindi di affrontarlo? Occorre, prima di tutto, un buon setting del problema.
  3. Capire cosa c'è da cambiare e in che modo. Non tutto è da buttare via. Concentriamoci su cosa va curato e cerchiamo gli strumenti, le terapie adatte. Altrimenti finiamo per "buttare il bambino con l'acqua sporca".
  4. Capire cosa si salva e va bene. Ricordarsi dei propri successi, delle cose che ci piacciono o che almeno sono soddisfacenti ci dà un poo' di quella autostima necessaria a non abbatterci. Non solo: magari ci suggerisce la strada per nuovi successi.
  5. Fare i conti con i propri limiti. Potremmo anche dire: non fare il passo più lungo della tua gamba. Perché altrimenti avrai uno strappo muscolare, ti farai male e dovrai fermarti. All'inizio vai piano, così magari dopo chissà potrai allungare i passi, visto che sarai più allenato.
  6. Dare continuità ad aspirazioni, progetti, nuove abitudini. Se ogni giorno ricominciamo daccapo e ci buttiamo in una nuova impresa e l'indomani siamo già stanchi e facciamo altro dubito che andremo lontano.
  7. Fare un passo alla volta. Certe volte presi dalla foga di voler cambiare tutto e subito ci mettiamo a correre o facciamo diecimila cose tutte insieme. Ma il nostro cervello non ci segue, si affatica. Ne abbiamo già parlato ieri.
  8. Trovare il coraggio di provare. A volte non impariamo a nuotare perché abbiamo paura dell'acqua, non amiamo perché abbiamo paura del rifiuto, non ci buttiamo perché non abbiamo fiducia negli altri o in noi stessi.
  9. Pensare a delle alternative. Non le vediamo? Immaginiamole,. sforziamoci, inventiamo, sogniamo, basta che mettiamo in moto il cervello, che inizi a guardare alla situazione da altri punti di vista. In questo ti è molto d'aiuto il pensiero laterale.
  10. Provare a mischiare le carte. In certe mani di gioco con le carte perdiamo o vinciamo di brutto, specie a scopa, perché le carte sono un po' troppo accoppiate perché non sono state mischiate bene dopo la mano precedente. Se le mischiamo, invece, dovremo affidarci al caso che è un vero, grande motore di cambiamento se impariamo ad approfittarne.

Che ne pensi di questi dieci suggerimenti? Cosa aggiungeresti, cosa toglieresti, cosa modificheresti? Fammelo sapere nei commenti. Grazie.

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Ultima modifica il 6 agosto 2013 alle 15:16

Una delle due facciate della moneta da 50 lire.I cambiamenti improvvisi non dipendono da noi e possiamo solo prenderne gli aspetti positivi. I piccoli cambiamenti sono invece alla nostra portata e ci danno la possibilità di forgiare i nostri progetti. Vediamo perché e come.

Credo che i cambiamenti improvvisi ci possano essere, ma in natura nulla si verifica ex nihilo, dal nulla. Una valanga è annunciata pur sempre da piccoli smottamenti, l'esplosione di un vulcano è preceduta da segnali come piccoli terremoti o altro. Altrimenti i napoletani o sono rassegnati all'eruzione del Vesuvio o si fidano della rete di monitoraggio. Un cambiamento improvviso è quasi sempre drastico, radicale e su di esso di rado possiamo intervenire. Mentre il piccolo cambiamento, o cambiamento continuo, è quello su cui invece possiamo lavorare in ogni momento. La distinzione su cui riflette Umberto Santucci, non è secondaria, è importante. Egli conclude il suo post con un passaggio che sarebbe bene fare nostro:

Se ci troviamo di fronte ad un cambiamento radicale, cerchiamo di coglierne gli aspetti positivi invece di sprecare energie a resistere ad esso. Se non c’è nessun grande cambiamento ma tutto scorre come prima, cominciamo a cambiare qualche piccola cosa noi stessi, senza aspettare il messia!

Resistere al cambiamento è infatti roba da tragedie nelle quali i protagonisti, per definizione, più si opponevano al fato più finivano per realizzarne le profezie. Si pensi al Macbeth: più Macbeth si accanisce contro Banquo più ne favorisce la discendenza. E' molto più saggio riconoscere che Panta Rei, tutto scorre ed è bene non opporvisi, pena qualche disastro. Una lezione questa che dopo le alluvioni in Liguria di questi giorni dovremmo tenere bene a mente. Ma la stessa etimologia del verbo cambiare suggerisce la lentezza perché deriva dal greco Kàmbein: curvare, piegare, girare intorno. Provate per esempio a piegare un ferro con una botta sola di martello: non solo non ci riuscirete, vi farete male anche alla mano che ha dato il colpo. Perché quel pezzo di ferro, giustamente, non accetta il trauma. Dovrete convincerlo con le buone scaldandolo e dandogli piccole martellate. Questo lo sapeva bene Vulcano, il dio romano del fuoco, colui che forgia le armi, effigiato anche sulle 50 lire, ve lo ricordate?. Un dio costretto a faticare, come gli uomini, al quale Italo Calvino si volge nelle sue Lezioni americane quando deve parlare della concentrazione e della craftsmanship (abilità e perizia) necessarie allo scrittore. E' naturale che questo lavoro richieda i suoi tempi ma è necessario che sia così. Senza di essi il cambiamento rapido non può avvenire. Ce lo spiega lo stesso Calvino:

Anche la vita, forse, è fatta di questo, di un “composto squilibrio” tra i tempi delle due divinità: il tempo di Vulcano per fabbricare con meticolosa e paziente fatica e il tempo di Mercurio per mettere le ali ai piedi.

Sta a vedere che il cambiamento richieda tempo, fatica e lavoro. Stamattina a causa di un po' di malumore dovuto a qualche problema di salute e al fatto che non mi sento del tutto soddisfatto della mia vita ho provato a cercare su google: "come cambiare la mia vita". Ebbene tra i tanti un post in particolare mi ha colpito: Solo un passo alla volta si può cambiare vita. Il motivo è semplice: insoddisfatti della nostra vita cerchiamo con foga di cambiare tutto oppure molte cose oppure ancora più di una cosa, adottando quella che Paul Watzlawick chiamerebbe una "ipersoluzione".  Così facendo mettiamo in crisi però il nostro cervello che purtroppo è più lento di quel che pensiamo e ha bisogno di tempo per abituarsi.

Vorrei che per me, e per te che leggi, siano chiare due cose a questo punto: 

  1. non possiamo mutare all'improvviso nulla;
  2. dobbiamo abituarci a fare piccoli e piccolissimi cambiamenti.

In che modo sarà oggetto del prossimo post. Intanto in tuo commento fammi sapere se hai mai provato a cambiare qualcosa della tua vita e come è andata.

Su come avere successo con i piccoli passi puoi leggere un bel post di Jacopo Fo: Come fallire in maniera pazzesca.

stra trek guys
Star Trek Guys

A questo punto Kublai Kan s'aspetta che Marco parli d'Irene com'è vista da dentro. E Marco non può farlo: quale sia la città che quelli dell'altipiano chiamano Irene non è riuscito a saperlo; d'altronde poco importa: a vederla standoci in mezzo sarebbe un'altra città; Irene è un nome di città lontano, e se ci si avvicina cambia.

Mi ricorda l'atteggiamento di Kublai Kan quello di una mia amica che è alla ricerca della risposta ultima a tutte le cose. Lei cerca la ragione superiore di tutto il nostro agire che gli dia senso. Quella risposta che si trova alla fine di tutte le domande di una vita. E' ovvio che in questo faticoso percorso si sia stancata.

Il fatto è che mi sono stufata dei problemi e anche delle analisi dei problemi e dei perché e dei per come. A me servono SOLUZIONI!

mi ha scritto. Quante volte tutti noi pensiamo in questo modo? Ci stufiamo delle domande senza risposta, delle tante analisi che sembrano portare a niente e vogliamo le soluzioni qui e ora, senza se e e senza ma. Scagli la prima pietra chi non lo fa. E pur tuttavia sono rari i momenti in cui impugniamo finalmente "la soluzione" e per giunta questa porta nuovi problemi e nuove domande. La vera difficoltà, però, non è trovare le risposte ma fare le domande. Quante volte, infatti, conversando con qualcuno o leggendo qualcosa ci pare di trovare delle risposte alle nostre domande? Invece fare le domande giuste è l'arte più importante e quindi più difficile.

Ma tutte queste domande dovranno portare ad una risposta "finale" non credi? Oppure devo continuare a farmi domande in eterno?

Chiede la mia amica.  Eccoci dunque arrivati nientedimeno che al finalismo il quale afferma che il nostro agire è sempre subordinato ad uno scopo, ad un fine all'interno di un universo in cui l'uomo è padrone di tutto le cose per volontà divina. Il finalismo è un vecchio conoscente del pensiero occidentale a partire dal pensiero greco. Se però per Aristotele era esclusa un'intelligenza ordinatrice e provvidenziale il Cristianesimo che lo ha ripreso e amplificato è arrivato a fare di esso uno dei cardini di tutta la dottrina cristiana: i novissimi e quindi l'escatologia diventano la ragione stessa del nostro agire. Braccio operativo di Dio è quella Provvidenza che diventa il deus ex machina dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il nostro agire ha senso solo dopo il giorno del giudizio e diventa quindi subordinato all'Assoluto. Questo piace tanto ai Cattolici. Ma la mia amica rettifica il tiro e scrive a questo punto:

Non voglio addentrarmi in un discorso teologico sulle religioni rivelate, ma se ci soffermiamo ad un livello semplicemente umanistico, perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale? Non parlo dell'aldilà ma anche qui e ora penso che la ragione possa guidarci sul da farsi: essere persone oneste, rendere la terra abitabile per tutti, aiutare i più deboli, godere della bellezza naturale o dell'arte umana, bandire la violenza, cercare la giustizia, proclamare la verità... perché soffermarsi su questo concetto "di moda" della giungla metropolitana, della legge del più forte e cavolate varie che ci propinano come se non ci fossero stati milioni di anni di evoluzione?!

"Perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale?" dunque. Ora la domanda è: chi la conosce? Chi può rivelarcela? Le Sacre Scritture? Un profeta? I cattolici sono convinti che si possa conoscere, bontà loro. In fondo non fanno male se li aiuta a vivere con serenità, riconciliati con il mondo. Ma questo avviene di rado e comunque porta via molto tempo e molte energie. Succede infatti che questa risposta finale sia più un ostacolo insuperabile che un ausilio. Seguiamo ciò che dice un esperto di problem solving come Umberto Santucci in Fai luce sulla chiave (l'Airone):

Quando Alessandro Magno si trova davanti al nodo di Gordio, che nessuno era riuscito a sciogliere fino ad allora, e invece di tentare di scioglierlo come hanno fatto tutti gli altri lo taglia con un colpo di spada, che cosa fa? Elude il problema? Lo banalizza? Lo dissolve?

La risposta è facile: lo dissolve. I problemi (che sono sempre delle domande, come quelle della mia amica) a volte sono del tipo di quelli che non possono essere risolti perché sono al di là dei nostri limiti umani, come tutti i problemi della metafisica. Allora non vanno affrontati come problemi ma come immagini, sogni, incubi, illusioni.

A questo punto la mia amica chiarisce ancora di più ed arriva ad affermare che ci salveremo se useremo la logica. Allora mi è venuto in mente Spock di Star Trek: usava la logica e spesso questa voleva dire sacrificare il singolo. Mentre Kirk, il capitano, cercava sempre di salvare anche il singolo. Un mondo di pace è il sogno che Dio riserva a tante figure bibliche, come ad esempio Mosè che vede l'arcobaleno dopo il diluvio. E' qualcosa che va oltre la logica. Se poi parliamo di logica bisogna fare attenzone: quale? Quella verticale, spesso troppo utilizzata e dannosa, o quella laterale, che se fosse più usata riusciremmo a trovare le giuste soluzioni?

Termino qui le mie considerazioni sul finalismo. E voi vi sentite più finalisti oppure più concentrati sul qui e ora? Fatemelo sapere nei commenti. Oltre a quella del finalismo, potrebbe interessarti anche la malattia del fatalismo.

Ultima modifica il 14 maggio 2018 alle 17:24

La "Fugue" di Kandinskij.
La "Fugue", di Kandinskij (1914).

Apocalittici o integrati? Dopo che  nel 1964 Umberto Eco pubblicò un suo saggio destinato negli anni ad essere molto studiato e citato, generazioni di studiosi hanno dovuto non solo schierarsi ma hanno iniziato a fare i conti con questo bel saggio che senza dubbio possiamo definire postmoderno, per almeno tre ragioni:

  1. il rifiuto del logocentrismo;
  2. le analisi dei fumetti e delle canzoni di consumo, allora giudicate eccentriche;
  3. l'eclettismo.

Ho delle buone notizie per voi. Il 24 settembre potremo ufficialmente dichiarare morto il postmoderno. Come faccio a saperlo? Perché in quella data al Victoria and Albert Museum si inaugurerà quella che che viene definita la "prima retrospettiva globale" al mondo intitolata Postmoderno - Stile e sovversione 1970-1990.

Questo annuncia oggi 3 settembre 2011 il giornalista e scrittore Edward Docx su la Repubblica  in un articolo tradotto in italiano da Anna Bissanti. E' ovvio che ora le domande sono: ma cos'è il postmodernismo, posto che abbiamo capito in cosa consiste la modernità. Allora facciamo uno, anzi due passi indietro. Iniziamo proprio dalla modernità, che possiamo definire grazie a queste caratterisiche:

  • lo sviluppo dell'industria grazie al sempre massiccio utilizzo della tecnologia reso possibile dal capitalismo;
  • l'estensione delle cure sanitarie e del benessere a fasce sempre più ampie di popolazione;
  • la possibilità di accedere all'istruzione medio-alta;
  • la grande disponibilità di materie prime;
  • il predominio della borghesia;
  • la fiducia nella scienza e nel positivismo.

Si riconoscerà subito che questa epoca è iniziata con la rivoluzione industriale ed è andata avanti fino alla prima guerra mondiale, in cui qualcosa si è rotto in tutte queste convinzioni. Già da prima, a partire dal 1870, ha iniziato a farsi strada il postmodernismo definibile come una corrente di pensiero che privilegia un apporto al moderno che non è né l'antimoderno né l'ultramoderno: né negazione quindi, né superamento. Si fanno, insomma, i conti con il capitalismo maturo o, meglio, con i suoi primi guasti come il colonialismo, con la globalizzazione e con l'avvento dei media. La razionalità, l'obiettività e il progresso della modernità sono valori che non solo vengono messi in discussione ma sempre di più ci si rende conti della complessità del reale. Le grandi narrazioni e la centralità del logos non affascinano più e si fanno quindi avanti nuovi modi di concepire la filosofia, il design, l'arte, l'architettura, la letteratura, ecc.

Ora, però, siamo sul letto di morte del postmodernismo per il ritorno dell'autenticità e della specificità che sono in netto contrasto con esso. Non a caso l'articolo, citato prima, si intitola: Benvenuti nell'era dell'autenticità e addita in Jonathan Franzen l'autore che scrive bene, che è autentico e che dice qualcosa di intelligente come esempio della "Età dell'Autenticità". Voglio ripercorrere ora queste tre tappe (modernità, postmodernità, autenticità) additandovi tre esempi di scrittori italiani:

  1. Italo Svevo che annovero come moderno, sebbene già conscio dell'opposizione alle leggi sociali e del valore della lotta per la vita, come segno di sfiducia nelle "sorti magnifiche e progressive" del periodo appena precedente o contemporaneo al suo. Conserva però piena fiducia nella letteratura, nella scrittura.
  2. Italo Calvino è uno dei maggiori esponenti del postmodernismo a partire dalla sua adesione all'oulipo e alla letteratura combinatoria, con tanta maestria utilizzata ne Il castello dei destini incrociati. Non disdegnò di scrivere della camzoni e amò i labirinti. Seppe porre lo stesso problema che pone Eco nel suo saggio, che ho citato prima: "dal momento che la presente situazione di una società industriale rende ineliminabile quel tipo di rapporto comunicativo noto come insieme dei mezzi di massa, quale azione culturale è possibile per far sì che questi mezzi di massa possano veicolare valori culturali?".
  3. Addito ad esempio della fine del postmodernismo Erri De Luca. Se penso all'autenticità non posso fare a meno di pensare alla cima dieci che da vecchietto scala e che ambientazione ma anche "personaggio" di uno dei suoi racconti in Il contrario di uno oppure all'essenzialità e allo stile lapidario con cui parla del quartiere napoletano di Montedidio.

Ma ora non posso eludere la domanda che ho fatto nel titolo: ma io sono moderno, postmoderno o autentico? In tutta sincerità non so decidermi perché:

  • della modernità ho imparato e apprezzo la razionalità;
  • del postmodernismo conservo tutto il valore del gioco, dell'ironia, della combinatoria;
  • dell'età dell'autenticità che inizia in questo mese di settembre 2011 credo di aver avuto già dei prodromi anche in poeti come Eugenio Montale.

E tu ti senti più moderno/a, postmoderno/a o autentico/a?

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Ultima modifica il 23 marzo 2017 alle 6:03

Romano Prodi
Romano Prodi (Photo credit: Wikipedia)

Torno ad occuparmi della crisi finanziaria dopo l'articolo di ieri. Questa volta voglio occuparmi della debolezza dell'Europa e delle possibili misure in Italia.

Cara Europa, cara Italia se ci siete battete un colpo, avrà chiesto Romano Prodi in una seduta spiritica come quella in cui fu coinvolto ai tempi del rapimento di Aldo Moro. Dopo la seduta avrà preso tastiera e schermo per scrivere l'editoriale pubblicato da Il Messaggero di oggi 21 agosto 2011 in cui fa appello al Parlamento Europeo a fronte dell'attuale crisi finanziaria perché torni a giocare il suo ruolo politico. Gli fa eco Giuliano Amato che dalla colonne de Il Sole 24Ore, sempre di oggi, chiede a Herman Van Rompuy, attuale presidente del Consiglio Europeo, di convocare una riunione dell'Ecofin. Due politici di lungo corso che nutrono fiducia nella politica dunque, per rispondere al dilemma di ieri, che secondo loro può ancora governare ciò che non solo sembra ingovernabile, come il mercato finanziario, ma che sembra governare esso stesso le sorti dei paesi europei costringendoli addirittura a cambiare le loro costituzioni come vorrebbe fare  chi vuole introdurre il pareggio di bilancio nella carta costituzionale.

Nelle borse mondiali c'è chi vende scommettendo nell'incapacità dei governanti europei (e non solo) e chi compra sperando che siano capaci di tornare a governare, se lo hanno mai fatto davvero. In tutto questo la Germania dice no agli Eurobond, le obbligazioni del debito pubblico dei paesi dell'Unione. Ma perché? Perché la Merkel e i suoi connazionali hanno paura dell'inflazione spiegano gli esperti. I tedeschi non saranno favorevoli a questi titoli finché i paesi dell'unione non si saranno avviati ad un sano pareggio dei loro bilanci. Non è un caso che si stia rafforzando il franco svizzero con una Svizzera che presenta addirittura un avanzo di bilancio. Chi può allora investe in franchi svizzeri o in yen o in oro, aspettando il ritorno dell'Unione Europea.

Intanto in Italia si pensa di intervenire sulla previdenza, insieme alle altre misure come il ritocco dell'aliquota Iva e il contributo di solidarietà. Che è come dire: caro cittadino che hai maturato il diritto alla pensione, siccome finora siamo stati incapaci qui al governo di risanare il nostro mostruoso debito pubblico e visto che le borse di tutto il mondo ci stanno dando addosso adesso in pensione ci vai più tardi e continui a lavorare là dove stai per rimediare a questa situazione. Lascio immaginare come si sentano queste persone, soprattutto se pensiamo che quasi nessuno propone la riduzione delle spese militari o l'ICI sugli immobili del Vaticano.

Un'altra importante mossa può venire dalla eliminazione dei sussidi di stato alle aziende in cambio di sconti fiscali, come ci consigliano di fare i cinesi e come ci ricorda un'analisi di Francesco Sisci pubblicata su Il Sole 24Ore di quest'oggi. Sovvenzionare le aziende non solo non è sano ma sottrae ingenti fondi allo stato che potrebbero aiutarci a ripianare il debito che abbiamo. In questo modo se le aziende diventano più sane, perché camminano con le loro gambe e non con le stampelle, riusciamo a recuperare forse quella parte degli 88 mila posti di lavoro persi nel 2011 come denuncia oggi Unioncamere.

Spero tanto che Romano Prodi nella sua prossima seduta spiritica si faccia dare consigli da Don Sturzo e La Pira, che gli apparvero nella seduta su Moro, consigli su come dobbiamo fare ad avere un vero governo, un governo all'altezza della situazione, che sappia agire con equità.  E se questi due spiriti confidano in un terzo governo Prodi per favore tengano la nave Italia al riparo da tempeste che non lo scalzino dal timone per la terza volta.

E voi a cosa state ricorrendo per scacciare la crisi? A corni, amuleti e sedute spiritiche anche voi?

Headshot di Martin Gommel
Headshot di Martin Gommel

Stamattina mi sono imbattuto nella lettura di Istruzioni per non essere fanatici di Roberto Casati su Domenica, l'inserto domenicale de Il Sole 24Ore. E ho quindi subito infranto la prima regola dei fanatici: non leggere mai giornali, nel malaugurato caso di farsi influenzare da opinioni altrui, fino ad arrivare alla deprecabile abitudine di capire addirittura il pensiero degli altri. In quanto aspirante del fanatismo tu ti guarderai da tutto questo che costituisce l'anticamera del male.

Ad ogni modo, caro o cara neofita del fanatismo, voglio darti dieci regole sicure per mantenerti sulla retta via del settarismo. I primi sei punti sono suggeriti dall'articolo stesso che ho citato. Gli altri quattro sono mie aggiunte. Inutile dirti che non puoi discutere nessuno di questi punti, che dovrai impararli a memoria e considerarli dei comandamenti ai quali in nessun caso potrai venir meno. L'articolo di Roberto Casati, che dovrai guardarti bene dal leggere, parla di una fantomatica ricerca della conferma che noi tutti frequentatori dei social network cercheremmo attraverso i "sistemi di raccomandazione": quando ci viene raccomandato un libro, un amico, ecc.  E' come se tutti noi fossimo intrappolati sempre di più nelle nostre convinzioni, opinioni e visioni del mondo dai meccanismi del web che ci fanno rinchiudere sempre di più nelle nostre preferenze, nei nostri gusti, nei nostri orientamenti. Ma tu cara o caro partigiana o partigiano del pensiero unico sai bene che è questo l'unico sostegno, l'ultimo baluardo ad un mondo pieno di confusione, dove gli assoluti stanno cadendo come le statue durante le rivoluzioni. Eccoti allora un breve vademecum per rimanere saldo in quel che credi e che crederai per sempre:

  1. Tenete la porta chiusa al caso. Non fare mai click per caso, non aprire mai una email per caso, non accettare mai un'amicizia per caso. Il caso è un tarlo che ti mangerà il cervello con i dubbi e gli orizzonti che ti aprirà e che quindi potrebbe sconvolgerti. Uomo avvisato mezzo salvato.
  2. Fottetevene del perché vi raccomandano questo o quell'amico, questo o quel libro. E' follia pura il consiglio di Roberto Casati di rendere "esplicita la strategia alla base della raccomandazione". A voi la causa non interessa, accettate e basta.
  3. I nostri avversari sono brutti, sporchi e cattivi sempre e comunque, solo perché avversari, solo perché osano non essere d'accordo con noi. Chi non è con noi è contro di noi.
  4. Non siate diplomatici, prendetevi quel che volete. Il rito precederebbe il mito ci ricorda Casati. Noi sappiamo invece che se una donna ci piace, ad esempio, non ha nessun diritto di respingerci. Oltretutto le donne devono restare sottomesse agli uomini. Il corteggiamento è roba da debosciati.
  5. Non traete mai esempio dalla scienza. Il metodo scientifico e la razionalità non solo non servono ma sono addirittura pericolosi. Questo si vede dai risultati: dove ci sta portando la razionalità scientifica se non a sempre ulteriore debolezza?
  6. Evitate di esporvi ai dati e ai casi che non confermano il vostro punto di vista. Se non lo confermano a che può servirvi? Vi portano sulla cattiva strada. Il mondo andrebbe molto meglio se avesse un unico punto di vista. Non prendete esempio da quel cattivo maestro che nel film L'attimo fuggente invita gli studenti a salire sulla cattedra per "guardare le cose da angolazioni diverse".
  7. Il terzo non è mai dato. Di fronte ad un bivio esistono solo due alternative, mai una terza. Il mondo è diviso in due: alto o basso, giorno o notte, bianco o nero. Non fate l'errore di leggere il capitolo Tertium non datur di Paul Watzlawick in Di bene in peggio dove orrore degli orrori un certo Wokurka "non riuscirebbe nemmeno a fare l'aspirante suicida. Sarebbe capacissimo di trovare un tertium anche all'alternativa tra continuare a vivere e suicidarsi". Quando il mondo era diviso in due blocchi si stava molto meglio.
  8. Avete più ragione degli altri, non c'è alcun dubbio. Sappiamo benissimo cosa pensano gli altri, ancora prima che parlino. Anzi, c'è di più: noi sappiamo cose che loro che non hanno il coraggio di esprimere. Non serve discutere. La ragione di questo, è che se anche siamo tutti uguali ci sono alcuni più uguali degli altri. Animal farm docet.
  9. Usate solo il pensiero verticale. Mai, in nessun caso, dovete incuriosirvi al pensiero laterale. Non leggete il libro di Edward de Bono, Il pensiero laterale (Bur). Seguite la logica consequenziale, le deduzioni ovvie, le definizioni.
  10. Evitate come la peste le nuove idee che sono il virus che potrebbe portarci tutti alla morte, all'estinzione. Appena vedete una nuova idea non solo non dovete incuriosirvi ma dovete evitare con ogni mezzo il suo diffondersi.
A questo decalogo aggiungo una raccomandazione: perseverate e non arrendetevi mai. Nemmeno quando avrete perso tutti i vostri amici. La meta, dovreste saperlo, è il martirio. Se continuerete su questa via un giorno potrete sparare su una folla di studenti o farvi esplodere in qualche posto significativo. Ma anche se non arriverete a queste sublimi vette potrete essere ad esempio un o una docente ferma di polso, che evita ogni disordine nella sua scuola, oppure un o una dirigente che sa amministrare con inquadrando tutto e tutti e così via. Diventerete inflessibili come il procuratore ne La metamorfosi di Franz Kafka. Nessuno avrà niente da ridirvi. Come potrebbe?

Ultima modifica il 8 agosto 2012 alle 17:27

Venticinque anni fa morì a Siena Italo Calvino, lo scrittore a cui debbo una cifra della mia stessa esistenza, quella leggerezza che è linguaggio di chi nel mondo conduce la sua guerra alla disumanità, usando lo scudo per guardare l'immagine della Medusa, che altrimenti ti pietrifica come fa Teseo, per ricordare un episodio caro allo stesso Calvino. Perciò ora voglio ricordarlo con un paragrafo della mia tesi di laurea in cui parlo di quella che ho voluto definire "la nausea" di Italo Calvino nel suo saggio del 1960: Il mare dell'oggettività.
Il distacco critico tra soggetto e oggetto e quindi la coscienza razionale che permette un giudizio rispetto alla realtà “oggettiva” passa attraverso il recupero del soggetto rispetto al “magma dell’oggettività che annega l’io” come è stato descritto da Italo Calvino ne Il mare dell'oggettività in Il Menabò di letteratura n. 2 (Giulio Einaudi Editore, 1960). È in questa dinamica che la crisi della cultura e della letteratura - che investì il mondo della cultura e delle arti dopo la seconda guerra mondiale - riceve una risposta attraverso il lavoro epistemologico che affianca quello creativo e nel quale è necessario che la coscienza o il soggetto riesca a ristabilire il suo distacco critico rispetto all’oggettività dilagante. Avvisaglia dello smarrimento dell’io per Calvino era stata venti anni prima “la discesa agli inferi” di Antoine Roquentin nel quale svanisce, come dice Calvino, “la distinzione tra sé e il mondo esterno”. Tuttavia questo smarrimento avviene ancora in una salda posizione di alterità rispetto a quanto accade invece in Dylan Thomas nel quale, secondo Calvino, la natura “non è più sentita come alterità”. È insomma accaduto un passaggio tra il flusso soggettivo dell’Ulixes (1922) di James Joyce e l’incipiente “calibrato sistema di pause e silenzi” del Molloy (1951) di Samuel Beckett. In altri termini ci fu uno spostamento piuttosto repentino dalla pienezza verbale di Joyce al “balbettio creatore” (Gilles Deleuze) delle estetiche che seguiranno allo scrittore irlandese a partire da Beckett.
Marrone e Argento I - Pollock
Jackson Pollock, Marrone e Argento I, 1951; smalto e vernice argento su tela, 145 x 101 cm; Lugano, coll. Thyssen-Bornemisza

Corrispettivo di questo “capovolgimento di termini” è il passaggio nella pittura dall’espressionismo astratto all’action painting dello statunitense Jackson Pollock (1912-1956). Ponendo la tela non più sul cavalletto ma sul pavimento l’artista, con Pollock, entra fisicamente all’interno di essa. Ne deriva quella che Calvino chiama “la totalità esistenziale indifferenziata dall’io: cosmo, mondo naturale e febbre meccanica della città moderna racchiusi nello stesso segno”. Un segno ottenuto per “sgocciolamento”, quello di Pollock, per esempio in Marrone e argento I (1951) in cui scompare la sovrapposizione dei piani per far posto all’articolarsi della materia pittorica che si alterna agli spazi non coperti dalla pittura dando vita a un brulicare di forme tanto vitali quanto intrappolate nella loro “superficialità”. Riesce difficile comprendere, quindi, come un’“autentica razionalità incarnata” passi attraverso un Pollock o un Robbe-Grillet mentre la coscienza di Calvino possa essere un “vuoto simulacro” come sostiene Renato Barilli. I pittori dell’informale per quest’ultimo non rinunciano a progettare un habitat umano in cui l’uomo deve accettare di esser condizionato dall’altro da sé, dalla materia. Ma è proprio nei confronti di questo condizionamento che Calvino – al di là delle presunte preoccupazioni razionalistiche e moralistiche di cui parla Barilli – prende le distanze. Se con l’espressionismo, Joyce e il surrealismo il monologo interiore e l’automatismo dell’inconscio, avverte Calvino, il soggetto aveva finito con l’essere un fiume che aveva inondato tutto, ora l’oggettività è diventata “il vulcano da cui dilaga la colata di lava (…), il ribollente cratere nel quale il poeta si getta”. In questo gettarsi può accadere che il poeta o lo scrittore o l’artista o il critico finisca con l’annullarsi, con il perdere la propria identità e quindi la propria funzione. Si gioca tutta qui la resa nei confronti del mondo:  non solo si rinuncia a volerlo cambiare ma ci si arresta anche di fronte alla difficoltà di comprenderne tutta la complessità. È in questa ottica che Calvino nel seguito de Il mare dell’oggettività pone “la crisi dello spirito rivoluzionario”:

“Rivoluzionario è chi non accetta il dato naturale e storico e vuole cambiarlo. La resa all’oggettività, fenomeno storico di questo dopoguerra, nasce in un periodo in cui all’uomo viene meno la fiducia nell’indirizzare il corso delle cose, non perché sia reduce da una bruciante sconfitta, ma al contrario perché vede le cose (la grande politica dei due contrapposti sistemi di forze, lo sviluppo della tecnica e del dominio delle forze naturali) vanno avanti da sole, fanno parte d’un insieme così complesso che lo sforzo più eroico può essere applicato solo al cercar di avere un’idea di come è fatto, al comprenderlo, all’accettarlo”.
È, ancora una volta, il tema sartriano dell’engagement che nasce non dalla nausea della “deiezione dell’esserci”, questa volta, ma dal constatare che “le cose vanno avanti da sole”: nel bene e nel male “l’uomo a una dimensione” di Marcuse si trova davanti a un sistema complesso che prescinde dal suo contributo. Si badi che non si tratta soltanto del sentirsi inermi di fronte al sistema neocapitalistico o comunista che sia (o di fronte al loro contrapporsi oppure intrecciarsi) ma del sentimento di smarrimento, di confusione e di sgomento di fronte alla coscienza dell’articolazione della complessità della vita dell’uomo in toto, così come si è andata sviluppando nell’età moderna, che ha ricevuto un’accelerazione a partire dalla rivoluzione industriale e che ha registrato la necessità di una sua rifondazione epistemologica subito dopo la seconda guerra mondiale. Tremendo o meno che fosse il compito che spettava anche ai collaboratori del Menabò era quello di riformulare non solo le basi epistemologiche della letteratura ma anche quello di ripensare lo stesso esserci dell’uomo in cui gli steccati tra le discipline non reggono e si sente quindi la necessità di far ricorso a più saperi possibili. In letteratura Carlo Emilio Gadda, su tutti, compie addirittura l’immane operazione di ricorrere a tutto lo scibile possibile, pur privilegiando la filosofia soprattutto di Leibniz e di Bergson. Dobbiamo parlare in questo caso di enciclopedismo sulla scorta del mito dell’enciclopedia inseguito dagli scrittori del Cinquecento e del Seicento, come dice Giancarlo Roscioni.
Il senso di nausea, di sgomento di fronte all’indistinto esistente e all’indecifrabilità della vita moderna o della vita tout court aveva trovato in Virginia Woolf un’interprete acuta. La vita è “pura esteriorità”, “immagine enigmatica” per la scrittrice e pertanto manifesta una irriducibilità e quindi un’inafferrabilità che solo attraverso una “catena simbolica” costruisce una grammatica di una rivelazione che lei cercò di trascrivere attraverso la “lotta tremenda” della lingua. Per Nadia Fusini l’oggetto in relazione al soggetto, in questo caso, assume una puntualità mistica che porta la scrittrice ad attaccare il procedimento realistico reo di un approccio non poetico e quindi inadeguato al reale. Ora, se le cose vanno avanti da sole qual è il posto che spetta all’uomo? È possibile che possa ritagliarsi solo una stoica accettazione del destino? Oppure gli è possibile ritrovare una libertà perduta? È Calvino stesso a chiederlo. Scrive, infatti, nel saggio che stiamo esaminando:
“In mezzo alle sabbie mobili dell’oggettività potremo trovare quel minimo d’appoggio che basta per lo scatto di una nuova morale, d’una nuova libertà?”.
Locandina de Il Cavaliere inesistente
Locandina del film "Il Cavaliere inesistente" di Pino Zac (Italia, 1970)

Comincia qui la pars costruens del saggio. Infatti Calvino indica due percorsi possibili per la letteratura che passano per Gadda e Pasolini. Questi due percorsi vengono sintetizzati nella conclusione del saggio nella formula “dalla letteratura dell’oggettività alla letteratura della coscienza” che costituisce un atto di fiducia, ancora una volta, nella letteratura. Tutta l'esperienza di Calvino degli anni '60 è segnata dalla fiducia nella funzione progettatrice della letteratura per Mazzarella. Nella lettera di Calvino a «Mondo Nuovo» del 3 aprile 1960 Calvino stesso rivela come Il cavaliere inesistente sia una storia "sui rapporti tra esistenza e coscienza, tra soggetto e oggetto" e come sia stato scritto in contemporanea a Il mare dell'oggetività di cui il romanzo è incarnazione. È il concetto di alienazione dell'uomo che Calvino si propone di indagare. E da questo punto di vista è sempre Calvino stesso a stigmatizzare nella figura dei cavalieri del Sacro Graal, il misticismo, la comunione con il tutto. Giova ricordare come egli presenta nella stessa lettera i due principali personaggi de Il Cavaliere inesistente:

“Quando sarebbe stato possibile dar vita ad Agilulfo, il cavaliere inesistente, se non oggi, nel cuore della più astratta civiltà di massa, in cui la persona umana tanto spesso appare cancellata dietro lo schermo delle funzioni, delle attribuzioni e dei comportamenti prestabiliti? Chi più simile a un guerriero chiuso e invisibile nella sua armatura, delle migliaia di uomini chiusi e invisibili nelle proprie automobili che ci sfilano ininterrottamente sotto gli occhi? E lo scudiero Gurdulù, il quale c’è ma non sa di esserci, potrebbe forse essere concepibile al di fuori di tutta la letteratura d’oggi, volta a indagare l’umanità precosciente, l’esistenza ancora indifferenziata dal mondo delle cose?”