(nella foto attori dell'Ares Teatro impegnati in un'improvvisazione)
Partecipando ai corsi di improvvisazione teatrale mi sono venute alcune riflessioni sul valore della contrainte, della regola, nelle arti e nell'improvvisazione teatrale. Ho perciò deciso di realizzare un percorso fra struttura matematica, creatività, “décalage” e naturalezza. Questo che leggete è il post di introduzione. A ciascun argomento elencato prima dedicherò un post specifico.
Questo articolo prende le mosse da un'intervista di Piergiorgio Odifreddi a Umberto Eco e pubblicata su la Repubblica di giovedì 13 Marzo 2008 e che mi è stata segnalata da Francesco Burroni, in occasione del Festival della Matematica, dal titolo I Numeri di Eco. Si accennerà alle strutture alla base dei romanzi di Eco e ad altri esempi relativi a Joyce e Quenau, per parlare poi della creatività e del valore delle costrizioni nell'improvvisazione teatrale.
Scopo di questo articolo è dimostrare come l'improvvisazione teatrale, non finalizzata alla didattica o alla preparazione di drammaturgie ma alla scena, sia l'apice, in questo momento, di un processo iniziato con il surrealismo e poi sfociato nel teatro dell'assurdo. L'improvvisazione teatrale, così come codificata nei Match d'improvvisazione teatrale nel 1977 in Canada da Robert Gravel e Yvon Leduc ma anche nei poeti improvvisatori in ottava rima e nel Teatrojazz, è una brillante mediazione tra la sur-realtà e la ricerca di un linguaggio codificato e universale. In altri termini, la poetica dell'inconscio di Breton trova nell'improvvisazione teatrale un canale sicuro in cui fluire.
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