Il pensiero visivo coinvolge almeno tre
ambiti mentali, come ci ricorda
Alberto Scocco in
Costruire mappe per rappresentare e organizzare il proprio pensiero
(Franco Angeli) che si è occupato di due tra gli strumenti che di seguito
consiglio per
il fattore “A.P.O.”
(di cui ho parlato nel precedente post): mappe mentali e mappe concettuali. Questi tre
ambiti sono:
-
percezione;
-
memorizzazione;
-
sviluppo.
In sintesi Scocco insiste sul fatto che
“secondo il senso comune, la percezione è una mera registrazione sensoriale,
determinata solo dalle priorità fisiche rilevate nell'ambiente. La psicologia
insegna, invece, che si tratta di un processo ben più complesso, nel quale le
informazioni sensoriali sono il frutto di un'elaborazione mentale, di una
decodifica e di un'interpretazione della realtà che risentono di elaborazioni
cognitive molto articolate”. In altri termini intervengono dei “filtri
mentali che orientano la percezione e l'interpretazione”. Avviene cioè che
spesso vediamo ciò che vogliamo vedere oppure certi elementi lontani finiscono
per essere accostati (la creatività), oppure ancora ne vediamo alcuni a scapito
di altri.
Tutti
questi filtri possono giocare nella nostra squadra invece che nella squadra
avversaria. I grandi pittori sono i più bravi utilizzatori di questi meccanismi.
Pensiamo a Michelangelo che vedeva già nel blocco di marmo la figura che
secondo la sua concezione neoplatonica vi era rimasta prigioniera e che lui
doveva liberare. Una cifra della sua poetica, questa, che egli accentuò sempre
più fino ad una delle sue opere finali come la Pietà Rondanini che lascia
in una sorta di “non finito” per cui l'opera risulta ben scolpita in alcune sue
parti, meno scolpita in altre e addirittura non scolpita in altre parti ancora.
Per cui chi la osserva vede una sorta di fotografia della genesi in atto di
un'opera che non è solo d'arte ma che è il frutto di uno spirito a cavallo tra
Umanesimo e Manierismo. In tutta la sua opera, in fondo, c'è un dinamismo che fa
sì che le sue opere siano più che reali, che diventino “iperreali”: fanno
penetrare il nostro sguardo sulle forze spirituali, culturali, naturali che
agiscono nella realtà. Tutta la sua opera d architetto si allontana, appunto,
dal canone umanistico per seguire questo percorso. Michelangelo ci mette “a
portata d'occhio” oltre che le inquietudini del suo tempo l'educazione alla
visione di un grande maestro dello sguardo quale lui è stato.

“Dipingere è il mestiere di un cieco”
pensava Pablo Picasso. “Egli non dipinge ciò che vede, ma ciò che pensa,
cosa dice a se stesso su ciò che ha visto”. Anche Picasso è un buon allenatore
di filtri dello sguardo, li ha fatti giocare a meraviglia ad esempio in
Guernica: il più grande manifesto contro tutte le guerre che sia mai stato
realizzato. Ci ha messo “a portata d'occhio” un grande problema come la guerra
che prima o poi il genere umano deve decidersi a dichiarare tabù. Questi due
ultimi esempi ci fanno capire che oltre a grafici, disegni, diagrammi, mappe dei
nostri progetti è bene che abbiamo a portata d'occhio anche opere d'arte,
fotografie, paesaggi. Tutto questo non ha una funzione solo decorativa, come
accade spesso in uffici di rappresentanza o diplomatici, o di formazione del
gusto. In realtà buone opere d'arte, buone fotografie, buone scene di film
illustrano spesso come certi problemi sono stati risolti o in che modo si
possono affrontare. Questo, almeno, in un'arte non asservita al potere.
Un
grande dei nostri tempi non asservito al potere è Dario Fo che utilizza
molto spesso nei suoi spettacoli dei disegni che vengono mostrati al pubblico
durante lo spettacolo. Ho avuto modo per un giorno di poterlo veder realizzare
disegni e bozzetti, molti dei quali poi utilizza nei suoi spettacoli o nei suoi
libri. Fo utilizza ormai le immagini che produce come scrittura scenica
con notevoli vantaggi sia dal punto di vista spettacolare ma anche di
memorizzazione delle parti dell'affabulazione. Ma il più grande vantaggio credo
che sia il grande sviluppo dell'immaginazione che questo metodo consente di
sviluppare al massimo. L'affabulatore, il griot, lo storyteller in fondo è uno
che narra di problemi buoni e di problemi meno buoni e lo fa quasi sempre
utilizzando le immagini, come mi ha rivelato in un'intervista
Ascanio Celestini. Avere sotto gli occhi delle immagini, anche nella
memoria, aiuta a tenere vivo il discorso e a far andar avanti la storia che si
sta raccontando.
Spesso ci lamentiamo di non avere o di
avere scarsa immaginazione e soprattutto di non saperla utilizzare nel nostro
lavoro quotidiano. Ma l'immaginazione è una facoltà che va coltivata,
cercando di utilizzarla, e che va anche nutrita. Quindi mostre, documentari,
film, spettacoli non devono mai mancare nella nostra agenda. Prima di tutto però
occorre recuperare la nostra capacità di produrre immagini. Come dice un vecchio
adagio “le immagini valgono mille parole”. La ragione di ciò “è che esse fanno
uso di un'imponente gamma di capacità corticali: colore, forma, linea,
dimensione, consistenza, ritmo visivo e specialmente immaginazione” come fa
notare Tony Buzan, l'inventore del metodo delle mappe mentali che
descrive nel suo libro
Mappe mentali (NLP Italy). Nonostante questo però
lo stesso Buzan fa notare che nel 95% dei casi in cui si prendono appunti non si
fa ricorso al beneficio delle immagini.
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