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Il pensiero visivo
Di Giuseppe (del 01/11/2008 @ 08:55:50, in Mind mapping, linkato 1214 volte)

Il pensiero visivo coinvolge almeno tre ambiti mentali, come ci ricorda Alberto Scocco in Costruire mappe per rappresentare e organizzare il proprio pensiero (Franco Angeli) che si è occupato di due tra gli strumenti che di seguito consiglio per il fattore “A.P.O.” (di cui ho parlato nel precedente post): mappe mentali e mappe concettuali. Questi tre ambiti sono:

  1. percezione;

  2. memorizzazione;

  3. sviluppo.

In sintesi Scocco insiste sul fatto che “secondo il senso comune, la percezione è una mera registrazione sensoriale, determinata solo dalle priorità fisiche rilevate nell'ambiente. La psicologia insegna, invece, che si tratta di un processo ben più complesso, nel quale le informazioni sensoriali sono il frutto di un'elaborazione mentale, di una decodifica e di un'interpretazione della realtà che risentono di elaborazioni cognitive molto articolate”. In altri termini intervengono dei “filtri mentali che orientano la percezione e l'interpretazione”. Avviene cioè che spesso vediamo ciò che vogliamo vedere oppure certi elementi lontani finiscono per essere accostati (la creatività), oppure ancora ne vediamo alcuni a scapito di altri.

Pietà RondaniniTutti questi filtri possono giocare nella nostra squadra invece che nella squadra avversaria. I grandi pittori sono i più bravi utilizzatori di questi meccanismi. Pensiamo a Michelangelo che vedeva già nel blocco di marmo la figura che secondo la sua concezione neoplatonica vi era rimasta prigioniera e che lui doveva liberare. Una cifra della sua poetica, questa, che egli accentuò sempre più fino ad una delle sue opere finali come la Pietà Rondanini che lascia in una sorta di “non finito” per cui l'opera risulta ben scolpita in alcune sue parti, meno scolpita in altre e addirittura non scolpita in altre parti ancora. Per cui chi la osserva vede una sorta di fotografia della genesi in atto di un'opera che non è solo d'arte ma che è il frutto di uno spirito a cavallo tra Umanesimo e Manierismo. In tutta la sua opera, in fondo, c'è un dinamismo che fa sì che le sue opere siano più che reali, che diventino “iperreali”: fanno penetrare il nostro sguardo sulle forze spirituali, culturali, naturali che agiscono nella realtà. Tutta la sua opera d architetto si allontana, appunto, dal canone umanistico per seguire questo percorso. Michelangelo ci mette “a portata d'occhio” oltre che le inquietudini del suo tempo l'educazione alla visione di un grande maestro dello sguardo quale lui è stato.

Guernica di Pablo Picasso

“Dipingere è il mestiere di un cieco” pensava Pablo Picasso. “Egli non dipinge ciò che vede, ma ciò che pensa, cosa dice a se stesso su ciò che ha visto”. Anche Picasso è un buon allenatore di filtri dello sguardo, li ha fatti giocare a meraviglia ad esempio in Guernica: il più grande manifesto contro tutte le guerre che sia mai stato realizzato. Ci ha messo “a portata d'occhio” un grande problema come la guerra che prima o poi il genere umano deve decidersi a dichiarare tabù. Questi due ultimi esempi ci fanno capire che oltre a grafici, disegni, diagrammi, mappe dei nostri progetti è bene che abbiamo a portata d'occhio anche opere d'arte, fotografie, paesaggi. Tutto questo non ha una funzione solo decorativa, come accade spesso in uffici di rappresentanza o diplomatici, o di formazione del gusto. In realtà buone opere d'arte, buone fotografie, buone scene di film illustrano spesso come certi problemi sono stati risolti o in che modo si possono affrontare. Questo, almeno, in un'arte non asservita al potere.

Disegno di Dario FoUn grande dei nostri tempi non asservito al potere è Dario Fo che utilizza molto spesso nei suoi spettacoli dei disegni che vengono mostrati al pubblico durante lo spettacolo. Ho avuto modo per un giorno di poterlo veder realizzare disegni e bozzetti, molti dei quali poi utilizza nei suoi spettacoli o nei suoi libri. Fo utilizza ormai le immagini che produce come scrittura scenica con notevoli vantaggi sia dal punto di vista spettacolare ma anche di memorizzazione delle parti dell'affabulazione. Ma il più grande vantaggio credo che sia il grande sviluppo dell'immaginazione che questo metodo consente di sviluppare al massimo. L'affabulatore, il griot, lo storyteller in fondo è uno che narra di problemi buoni e di problemi meno buoni e lo fa quasi sempre utilizzando le immagini, come mi ha rivelato in un'intervista Ascanio Celestini. Avere sotto gli occhi delle immagini, anche nella memoria, aiuta a tenere vivo il discorso e a far andar avanti la storia che si sta raccontando.

Spesso ci lamentiamo di non avere o di avere scarsa immaginazione e soprattutto di non saperla utilizzare nel nostro lavoro quotidiano. Ma l'immaginazione è una facoltà che va coltivata, cercando di utilizzarla, e che va anche nutrita. Quindi mostre, documentari, film, spettacoli non devono mai mancare nella nostra agenda. Prima di tutto però occorre recuperare la nostra capacità di produrre immagini. Come dice un vecchio adagio “le immagini valgono mille parole”. La ragione di ciò “è che esse fanno uso di un'imponente gamma di capacità corticali: colore, forma, linea, dimensione, consistenza, ritmo visivo e specialmente immaginazione” come fa notare Tony Buzan, l'inventore del metodo delle mappe mentali che descrive nel suo libro Mappe mentali (NLP Italy). Nonostante questo però lo stesso Buzan fa notare che nel 95% dei casi in cui si prendono appunti non si fa ricorso al beneficio delle immagini.

 
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