Vitale's Blog
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 Eccomi qui : - )... di Giuseppe
 
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Non è compito dello psicologo capire quello che non capisce. Noi non faremo i ciarlatani e diremo francamente che a questo mondo non si capisce niente. Sanno tutto e capiscono tutto solo gli sciocchi e i ciarlatani… Coloro che scrivono, e gli artisti in particolare, dovrebbero ormai riconoscere che a questo mondo non si capisce nulla, come a suo tempo lo riconobbero Socrate e Voltaire.

Anton Checov
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\\ Blog : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Giuseppe (del 30/12/2006 @ 09:46:40, in Arte dell'attore, linkato 511 volte)
Il saggio non sa subito dove andare, è lento, ci mette tempo, ci mette il suo tempo. Può darsi che ci voglia un attimo come può darsi una vita. Non c'è una calamita che lo attrae all'istante ma è libero di muoversi. Quindi esplora, guarda, osserva, senza fretta. Questo sto imparando, tra l'altro, dal training con Ian Algie. Non ha una direzione ma ha un suo compito preciso, prima ancora che arrivi la decisione di far qualcosa. E' il comportamento pre-espressivo dell'attore, di cui parla Eugenio Barba, la sua base, il caos prima che prenda forma. Il saggio si fa sostenere dalla Madre, per questo è selvaggio, naturale. Questo dice il Tao The Ching.
Checov in una letter scrisse: "Solo gli sciocchi e gli ignoranti sanno tutto e capiscono tutto. A questo mondo non si capisce niente come sapeva bene Socrate". Per questo il saggio s'interroga e pensa, senza essere schiavo dei suoi pensieri e senza farsi mettere addosso il giogo dell'esperienza. Il saggio non eccelle, rimane sempre un passo indietro. Rimane isolato, com'è bene che rimangano isolati i rami di un albero dopo la potatura perché ciascuno possa attingere alla sua porzione di aria e di luce. E perché l'albero possa distendersi rigoglioso a primavera.
Questo isolamento prima dell'esplorazione è la consapevolezza, la maschera neutra dell'attore, ciò che sta prima delle azioni fisiche. L'attore è già in scena eppure è ancora distaccato. E' questa sospensione che gli permette di creare, di crescere, di svilupparsi.
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Di Giuseppe (del 27/12/2006 @ 21:23:11, in Blog, linkato 535 volte)
Da stasera gli articoli di questo blog si possono ricevere via email. Ogni volta che inserisco un nuovo post, infatti, è possibile essere avvisati con un messaggio di posta elettronica. E' sufficiente inserire la casella di email presso la quale si vuole ricevere l'avviso nel box della newsletter nella colonna qui a destra. E' vero che ci sono i feed rss con cui si possono leggere i post in modo automatico. In questo caso però bisogna avere un lettore di feed i quali, tra l'altro, ogni tanto generano un codice non valido e finiscono spesso con il non funzionare. Io trovo comodo ricevere gli aggiornamenti dei post quando scarico la posta. Ho inserito questa funzione che gestisco attraverso FeedBurner, per testarlo e perché, tra quelli trovati, mi sembra il più semplice.
Oggi ho anche fatto qualche prova con il motore di ricerca offerto dalla stessa da dBlog CMS, che è il sistema attraverso cui gestisco il blog. E devo dire che trovo utile come vengono evidenziate le parole ricercate all'interno degli articoli.
Più antipatici sono, invece, i numerini anti-spam che bisogna inserire per scrivere un commento. Purtroppo sono stato costretto a usare questo accorgimento perché dei software robot vanno in giro a inserire commenti con link a siti porno e non mi sembrava una cosa bella. Per farlo ho installato un plug-in disponibile sul dBlog Lab. Perciò chiunque voglia inserire un commento ora dovrà inserire nel primo campo dei numeri che il sistema genera in modo casuale. Così quei software che amano i siti porno... sono fregati! ; - ) Poi si può inserire il commento e, volendo, il nome e l'email, ma non è obbligatorio, com'è ovvio che sia.
Infine il titolo del blog, Vitale's Blog, ha trovato il suo posto accanto alla mia faccia nell'immagine dell'intestazione, come si può notare : - )
Certo, tutto questo l'ho fatto nella speranza di avere sempre qualcosa da dire... o, meglio, nella speranza di evitare di scrivere ogni tanto, nel sapere se e cosa vale la pena pubblicare, fermo restando che ormai nell'oceano dell'internet il mare della blogosfera sta diventando sempre più grande. E allora spero di non affogare! : - D
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Di Giuseppe (del 12/12/2006 @ 20:15:20, in Recensioni, linkato 677 volte)


Il documentario Amaviti di cui Annamaria Gallone, presidente e regista della Kenzi Productions, mi ha fatto dono di una copia mi ha permesso di guardare agli ultimi sviluppi del fenomeno della pizzica che negli ultimi anni ha avuto un'esplosione dal punto di vista musicale, è ovvio, a partire dal Salento dov'è nata. Il documentario è girato San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, e si incentra su una delle tre forme di pizzica conosciute: non la Pizzica Tarantata che era in voga nel periodo in cui Ernesto De Martino pubblicò La Terra del rimorso (1956) ma la più recente "Pizzica De Core", la pizzica del cuore, dei sentimenti, della vita che si affranca dai dolori e dalle sofferenze della vita nei campi per conoscere l'agiatezza e un forse maggiore senso di libertà. Per questo, penso, nel documentario si sentono pochissimo i tamburelli e si sentono tanto, invece, gli strumenti a corda. Il ballo, invece, conserva le movenze di un tempo sebbene innestate nelle capacità motorie della coppia di danzatori che viene utilizzata per le riprese di Annamaria. Meno comprensibile è la ripetizione ai giorni nostri delle movenze sul lenzuolo che erano tipiche delle tarantate. Questo è utile forse ai fini didattici e di comprensione del fenomeno ma non se ne intravede la necessità artistica. Questa necessità si fa urgente perché la pizzica è diventato fenomeno di moda, ci sono persino dei corsi nelle scuole di ballo e non c'è gruppo in Puglia che non abbia un repertorio di pizzica magari accanto all'ultima canzone di Laura Pausini.

Ma come la si può ritrovare questa vena? Forse può aiutarci la terza delle forme della pizzica: la Pizzica triste e muta. Ernesto De Martino, nel testo prima citato, elenca casi di tarantate ma soprattutto tarantati non sensibili alla musica. Tutt'al più si potevano intonare delle nenie funebri o melanconiche. De Martino cita, poi, Kircher che "attesta che spesso i tarantati rappresentavano la parte di soldati, di capitani, di governatori, di pugili, di oratori popolari". Una sorta di mondo alla rovescia insomma! In altri termini questa forma di pizzica poco incline al trattamento musicale era un carnevale. Per questo ho scelto la Canzune alla rovescia come sottofondo musicale alla presentazione che ho realizzato del documentario. Il morso della tarantola diventava dunque il tempo della festa, il tempo per sovvertire l'ordine costituito, riparare agli orrori del quotidiano. Da questo punto di vista è un fenomeno non dissimile alle feste della cultura popolare nella Francia moderna studiate da Robert Muchembled. Ma è significativa la vocazione allo spettacolo, al teatro che le attestazioni di Kircher chiamano in causa. Chi è stato testimone della richiesta della grazia che i tarantati facevano nella chiesa di "Santu Paulu" a Galatina potrebbe attestarlo. Tra le foto scattate dal gruppo di studiosi che accompagnò De Martino destano la mia attenzione quelle del tarantato Donato che si arrampica su una mensola dell'altare nella chiesa, mentre la tarantata Caterina è immersa nella sua depressione ansiosa, e poi stende la sua mano verso la tela che raffigura San Paolo con il serpente. Sin troppo evidente il tentativo di una narrazione per simboli che questo tarantato prova a fare. Ed è tuttuno con gli episodi ciati da Kircher e che non sono lontani dalla Danza delle spade, nella notte del 14 agosto a Torrepaduli, che è la sublimazione di antichi duelli zingareschi.

Un tempo ci si affrancava dal duro lavoro nei campi e dalle sue incertezze attraverso il tempo della festa, un tempo ben separato da quello quotidiano, molto di più di quanto lo è ora. In questo senso la pizzica era un anelito di umanità, di libertà e quindi di riscatto. Naturale quindi pensare al suo rapporto con la malinconia e con la depressione. E in questi casi la musica spesso scivolava addosso al corpo del tarantato che invece cercava un altro tipo di comunicazione le cui forme narrative e gestuali sono riconducibili al teatro popolare. Era, in sintesi, un modo di decolonizzarsi rispetto alla pratica onnipresente delle cure musicali che venivano prestate. Simile opera di decolonizzazione andrebbe forse oggi effettuata rispetto al pervadere dei troppi gruppi di pizzica. Analoga decolonizzazione andrebbe effettuata rispetto a tutte le culture del corpo egemonizzanti e di moda ai giorni nostri: hip hop, aerobica, balli pseudo "latino-americani" ma anche le troppo diffuse scuole di calcio, di danza, ecc. Dico questo forse perché mi sono accorto del valore decolonizzante che certo training teatrale consente e quindi sono di parte, schierato. Ma se vogliamo ricostruire un mondo autentico bisognerà liberarsi da tutto ciò che autentico non è.
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