Il disordine risveglia nell'uomo un istinto dimenticato: l'istinto dell'armonia con se stesso. Gli ricorda il concetto di bellezza, lo obbliga a pensare in modo diverso, a fantasticare e a creare. Il caos fa dell'uomo un artista.
Tutti noi siamo stati creativi e spontanei fino all’adolescenza. Poi siamo diventati grigi e noiosi. Ma attraverso il gioco possiamo recuperare quella spontaneità ed essere persone piene di immaginazione e fantasia. Dobbiamo smettere di cercare di essere originali sulla scena ma anche nella vita. E’ molto meglio ed utile non bloccare la propria immaginazione anche se “censurabile”.
Nel precedente articolo di questa rubrica Arte dell’attore ho parlato della relazione che c’è tra lo status del personaggio e la postura dell’attore che lo interpreta. In questo nuovo articolo mi soffermo sulla spontaneità: una delle più importanti risorse per un attore ma anche per qualsiasi artista e in fondo per ciascuno di noi nella vita di tutti i giorni. Infatti, il ritornello che tutti gli attori principianti sentono, fin da quando iniziano a recitare nelle parrocchie da ragazzi, è: «sii spontaneo!». Quando in parrocchia realizzavamo le nostre recite si misurava la bravura di uno rispetto alla sua spontaneità. Lo stesso succede per le recite scolastiche o amatoriali. Ma anche nei teatri il metro per la capacità degli attori è ancora la spontaneità. E crediamo che un attore è spontaneo nel momento in cui riesce ad essere creativo. Per Keith Johnstone, il padre dell’improvvisazione teatrale dei giorni nostri, si riesce ad essere più creativi quando crediamo di essere dei ripetitori invece che creatori. Oggi questo sembra un paradosso. A scuola ci hanno insegnato che l'arte è originalità o non è. E nelle produzioni artistiche tutti i principianti cercano di essere il più possibile innovativi ed originali. Siamo, in fondo, tutti alla ricerca di quel qualcosa che ci distingua, che ci renda unici ed inimitabili. Legato a questo è la concezione dell'arte come espressione di sé. In tantissimi ambiti sentiamo spesso quest’altro ritornello: faccio questo o quell'altro perché "voglio esprimere me stesso". E siamo pronti a censurare tutto ciò che crediamo essere osceno o non interessante o psicotico per il nostro pubblico. Questa concezione è relativamente nuova. E' figlia del genio romantico. Per la maggior parte della storia dell'uomo gli artisti si sono ben guardati dall' "esprimere se stessi". Lo stesso Johnstone, in Impro, ci parla dei costruttori di maschere che dovevano digiunare e pregare per settimane prima di intagliare una maschera perché nessuno voleva vedere le loro maschere ma quelle del dio. L'artista era quindi visto come medium. Non diversa è la posizione dei pittori di icone che sono dei tramiti per la rivelazione divina come gli scrittori dei testi sacri. Questa concezione ci porta alla distruzione della nostra creatività perché ci blocca e ci espone a qualsiasi critica. Ancora una volta è molto più semplice e liberatorio pensare di essere qualcun'altro, magari qualcuno senza pensieri come nel caso degli uomini di affari ai quali per gioco si chiede di comportarsi come degli hippy e che rivelano insospettate doti di fantasia. Il rischio in questo genere di giochi è però quello di scimmiottare i personaggi nei cui panni ci mettiamo. Questo succede spesso, ad esempio, agli adulti ai quali viene chiesto di realizzare dei disegni come se fossero dei bambini. Ben presto queste persone cominciano a disegnare linee storte e mal fatte perché ritengono che i bambini "non sanno disegnare". Finiscono, quindi, con l'infantilizzarsi. Per l'adulto questi disegni, infatti, sono degli scarabocchi. In realtà il bambino non disegna ciò che vede ma ciò di cui ha fatto esperienza. Per questo privilegia un particolare piuttosto che un altro. Lo fa notare Eugenio Barba in L'arte segreta dell'attore, il suo dizionario di Antropologia Teatrale alla voce "Dilatazione". A questo proposito fa anche notare che "ciò che fa dei disegni dei bambini dei disegni 'infantili' non è il loro carattere approssimato o 'primitivo'" ma è "la presenza di una sola logica". Analogo rischio per un attore-improvvisatore è quello di impersonare un personaggio secondo gli stereotipi. Improvvisando un giapponese, ad esempio, potrebbe cominciare a recitare un personaggio che scatta in continuazione delle foto, che sorride sempre e a parlare con un grammelot che assomiglia al giapponese. Quando non si ha tempo di pensare come nell'improvvisazione è più o meno inevitabile che avvenga. Ma si può scongiurare questo pericolo cercando "la logica" o, meglio, "le logiche" del personaggio. Potrebbe essere ad esempio lo stesso gesto di scattare le foto o di salutare sorridendo e inchinandosi. Bisogna costruire il personaggio, anche se in pochi secondi, a partire da questo principio fisico (non psicologico) ed è essenziale che sia fatto con cura, con perizia. Il resto verrà da solo, come per magia, persino il suono della voce e il linguaggio che in nessun caso deve essere imitato come farebbe un pappagallo ma va imitato cercando di "sentire", di "percepire" i suoni. Per Keith Johnstone "creare qualcosa significa andare contro la propria educazione". Cita a questo proposito Grandma Moses, artista americana che ha cominciato a dipingere a settanta anni, alla quale veniva "consigliato" dagli "esperti" di aggiungere dell'azzurro alle scene di neve. Per sua fortuna non ascoltò questo genere di consigli.
L'educazione che si riceve, per quanto illuminata e aperta possa essere e per quanto ci prepari ad imparare sempre, si rivela essa stessa un ostacolo sulla via della libertà. Bisogna ad un certo punto rinnegarla, metterla da parte. Questo lo sanno bene, ad esempio, i musicisti jazz che diventano tali nel momento in cui hanno imparato tutto sul proprio strumento e possono "dimenticarselo". Questo non significa, però, che bisogna diventare dei mostri di erudizione. E' sufficiente conoscere quanto basta. Più che aggiungere nozioni, semmai, occorrerebbe "togliere" quelle che si conoscono. Ci soccorre il Tao in questo:
"Chi cerca l'erudizione, ogni giorno aggiunge qualcosa. Chi cerca il Tao, ogni giorno toglie qualcosa. Togli sempre di più, finché non arrivi alla non-azione."
La nostra conoscenza è troppo spesso pleonastica, farraginosa, addirittura fastidiosa e pesante. Bisogna imparare a modellarla e a renderla viva e non morta retorica. "E' possibile trasformare le persone prive di immaginazione in persone immaginative in un solo attimo" dice Keith Johnstone a proposito dell'esperimento in cui si chiese a degli uomini di affari di immaginarsi come hippy spensierati e che ho citato prima. Valgono quindi ben poco i test per misurare la creatività. Occorre invece che possiamo divertirci, non preoccuparci e non sentirci giudicati. E' la situazione del gioco, in cui le inibizioni sociali vengono meno. Impariamo, quindi, prima di tutto a giocare prima di affermare di non avere immaginazione. E' in questo modo che si liberano le energie creative dal torpore della quotidianità. Purtroppo la scuola, troppo spesso, distrugge la nostra capacità di immaginare. Scagli la prima pietra chi non ricorda almeno un aneddoto di quando era a scuola in cui non sia stato scoraggiato ad immaginare. Chi esce "fuori dalle regole" infatti viene subito "corretto" sulla "retta via". Fortunati sono coloro i quali, ad esempio, nessun insegnante ha mai corretto un disegno perché "sbagliato". Abbiamo passato tanti anni a scuola, poi, a studiare la "grande letteratura" nella convinzione che il miglior artista sia colui che fa le scelte più eleganti e originali. Su questo Keith Johnstone è drastico: l'educazione scolastica lo lascia con qualcosa di gravemente sbagliato nella sua immaginazione. Ma questa è un'esperienza comune. Sentiamo spesso persone che affermano di non saper disegnare, o scrivere, o ballare, o recitare, ecc. Anzi, spesso l'immaginazione viene messa al bando come attività inutile o addirittura dannosa se non deleteria. Non sto di certo parlando delle fantasticherie sulle attività dei vicini che molti maldicenti amano nutrire ma di qualcosa di ben più utile e vitale per la nostra vita, non solo per gli attori. La maggior parte di noi è stata creativa fino a dodici o quattordici anni circa. Poi, quasi all'improvviso, abbiamo dovuto cambiar atteggiamento perdendo quasi del tutto la spontaneità. E' successo che ci siamo innamorati di qualche modello e che abbiamo cominciato a scimmiottarlo. Oppure le convenzioni sociali hanno fatto breccia su di noi convincendoci che non eravamo abbastanza "in gamba", o "giusti" o "tagliati". C'è dietro il gran peso dei tumultuosi cambiamenti della pubertà, per cui si tende a nascondersi piuttosto che a mostrarsi. Per Keith Johnstone le migliori idee sono: 1) psicotiche; 2) oscene; 3) non originali.
Idee psicotiche. La sanità mentale è una questione di interazione più che dei propri processi mentali. E' quando qualcuno viene percepito come "imprevedibile" che viene escluso. Se sopprimiamo i nostri impulsi spontanei, distruggiamo la nostra immaginazione. Del resto più o meno tutti conviviamo con qualche piccola o grande manìa. Se Shakespeare avesse controllato la propria sanità mentale non avrebbe mai scritto l'Amleto e Stan Laurel non avrebbe mai schioccato le dita dando fuoco al pollice, fa notare sempre Johnstone.
Idee oscene. "L'idea della maggior parte delle persone su cosa sia o non sia osceno varia" Bisognerebbe che idee e pensieri non siano censurati perché nessuno viene giudicato. Altrimenti il rischio è che l'educazione diventi un processo distruttivo.
Idee non originali. Keith Johnstone riferisce di allievi che bloccano l'immaginazione perché hanno paura di non essere originali. Questo perché credono di sapere l'originalità come certi critici sanno riconoscere cos'è l'avanguardia, salvo scoprire che la vera avanguardia non è una moda come molti credono ma una risposta a un bisogno. L'improvvisatore, invece, più è ovvio più è originale. Quando è alla ricerca di qualche idea che lo faccia apparire brillante finisce con l'essere in ritardo e spesso noioso. Questo perché sforzarsi per raggiungere l'originalità ci porta lontano dal nostro io e rende mediocre il nostro lavoro.