Il disordine risveglia nell'uomo un istinto dimenticato: l'istinto dell'armonia con se stesso. Gli ricorda il concetto di bellezza, lo obbliga a pensare in modo diverso, a fantasticare e a creare. Il caos fa dell'uomo un artista.
Di Giuseppe (del 30/11/2008 @ 14:57:31, in Diario, linkato 349 volte)
Giornata freddina e ventosa a
Lecce. Si lavora ancora alle musiche e alle diapositive da proiettare
stasera alle 21 al teatro Paisiello durante la replica de Le Baccanti di
Euripide. Ieri sera la prima davanti ad un pubblico che ha riempito il teatro.
Qualche problema ancora da risolvere, come sempre. Non sto avendo tempo di
scrivere
un diario come volevo ma dalla settimana prossima scriverò qualche altro
post. Stamattina ho sentito notizia della possibilità di altre repliche in
estate. Intanto qui a Lecce si aspetta con impazienza ed entusiasmo lo
spettacolo del Cirque du soleil
del 5 dicembre.
Di Giuseppe (del 22/11/2008 @ 15:31:30, in Diario, linkato 464 volte)
La
locandina è pronta. Si cuciono i costumi. Si preparano la scenografia e gli
oggetti di scena. Si prova ogni giorno di più. Sono rimasti gli ultimi sei
giorni di lavoro e poi Le Baccanti di Euripide andrà in scena al Teatro
Paisiello a Lecce. Altri sei giorni a prendere appunti su posizioni, battute,
movimenti e a riferirli al regista Antonio De Carlo. Circa due settimane fa
ho iniziato a collaborare con lui come assistente. Ho fatto un bel tuffo
finora nel teatro antico, nella tragedia, in Euripide e in quello che oggi la
sua messa in scena può restituirci. Un'altra settimana ancora e il saggio che
concluderà un laboratorio teatrale con diversi docenti di canto, dizione,
recitazione, danza e storia.
A me girano nella testa le parole dell'ultimo messagero:
"Per ogni civiltà arriva il giorno in cui deve scendere a compromessi con
i suoi valori, se vuol perdurare". Chissà, forse Euripide aveva capito davvero
in cosa era consistita la scomparsa di Atlantide. Forse questa civiltà non ha
voluto accettare il nuovo che avanzava e quindi ne è stata travolta. Inondazione
o Tsunami che fosse la causa della sua scomparsa è stata il non voler aprire gli
occhi su quello che sta cambiando. Cosa pensate che sia accaduto per lo Tsunami
del 2006 in Asia? Non pensare alla natura è follia. Continuare a surriscaldare
il pianeta e riempirlo di veleni è la nostra follia.
Con questo post continuo un piccolo diario su questo
laboratorio e sullo spettacolo. Ho già parlato dell'inizio
della mia collaborazione e poi dell'invasamento
delle baccanti. Appuntamento in settimana per i prossimi post. Continua a
stare "tuned"
In che modo prendiamo gli appunti?
In modo lineare e testuale? Oppure ci sono altre tecniche per strutturarli
meglio?
In che modo apprendiamo? Usiamo solo la memoria? Oppure leghiamo in modo
significativo le nuove informazioni?
Sono queste alcune delle domande a cui si cercheranno delle risposte durante
l'incontro del 3 dicembre presso l'ECIPA,
l'ente di formazione del CNA, a Brindisi. Esso fa parte di un percorso di
formazione il cui primo modulo, all'interno del quale la lezione si inserisce, è
dedicato alle strategie di comunicazione. E' rivolto a dipendenti di enti
pubblici, imprenditori, formatori e quanti vogliono ampliare la propria
formazione. In particolare ci si occuperà di mappe del pensiero, come
mappe mentali, mappe concettuali e solution map. Si tratta di forme di
rappresentazione del pensiero che pensa, organizza, gestisce, apprende e crea.
Saranno prese in considerazione esigenze e problemi di chi vi partecipa e a
partire da essi imbastire un percorso personalizzato. Il tutto con l'aiuto di
mappe da osservare e capire e con la realizzazione in aula di mappe da parte dei
partecipanti stessi.
Tutor di questo incontro sarò io. Chi volesse maggiori informazioni può
scrivermi. Materiali e
post sull'incontro li pubblicherò subito dopo la sua conclusione in questo blog.
Stay tuned...
Fino a poco tempo fa pensavo che un problema fosse qualcosa che era andato storto nella mia vita, ma che non dipendesse da me. Quando qualcuno mi diceva che avevo tale e tal altro problema pensavo, dall'alto della mia arroganza, che questi non mi stesse capendo e non riuscisse ad apprezzare il mio operato. Solo tardi, nella mia vita, ho capito che i problemi sono connaturati alla nostra esistenza, ne costituiscono una sorta di segnalazione provvisoria notturna per un atterraggio di un aereo fuori dalle piste dell'aeroporto. Quindi dobbiamo ringraziare chi ha messo quella segnaletica e dobbiamo fidarci dei segnali luminosi, altrimenti usciremo fuori pista e andremo a sbattere. Faremmo un danno a noi stessi e agli altri, che è poi quello che fa lo stupido. La terza legge della stupidità dice, infatti: "Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un'altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita". Questo è il grande rischio di chi non sta attento a quei segnali di pericolo o di salvezza che sono i problemi. Questa legge fondamentale enunciata da Carlo Maria Cipolla nella sua Teoria sulla stupidità presuppone che gli esseri umani rientrino in una di quattro categorie fondamentali:
gli sprovveduti, che sono quelli che si fanno sfruttare e che quindi danno vantaggi agli altri ma danni a se stessi;
gli intelligenti: vantaggi a se stessi e agli altri;
i banditi: vantaggi a se stessi e danni agli altri;
gli stupidi: danni a se stessi e agli altri.
Chi non ascolta i problemi è sprovveduto e quindi ci rimette in proprio o è stupido e quindi non solo si fa male da solo o da sola ma provoca problemi negativi agli altri. Nella migliore delle ipotesi viene vista come una persona che perde tempo o che spreca risorse.
Per tornare a me, dirmi che avevo qualche problema equivaleva ad arrecarmi un'offesa. Proprio non volevo accettare di avere dei problemi. Per me "problema" era sinonimo di qualcosa di irrimediabile, di grave che io avevo e che non potevo rimuovere o modificare. Quando, poi, l'indicazione di qualche problema riguardava le mie aspirazioni artistiche allora pensavo che i miei interlocutori non mi stessero capendo e che se avessi fatto vedere il mio operato a qualche altra persona più colta ed illuminata mi avrebbe compreso. Sono andato avanti così per tantissimo tempo, sognando e lavorando per quella età della mia vita in cui mai avrei avuto problemi. Ed utilizzavo ogni risorsa in tal senso: pensavo che studi, esperienze, riflessioni ecc. mi avrebbero prima o poi portato ad uno stato tale in cui non avrei avuto più alcun problema. Ma mi sbagliavo.
Mi accadeva quel che Eugen Herrigel descrive bene in Lo zen e il tiro con l'arco. Chi pratica una qualche disciplina ritiene spesso che arrivati ad un certo livello la padroneggerà senza problemi, salvo accorgersi poi che quel livello che si è raggiunti comporta nuovi e insospettabili problemi.
Un giorno ho iniziato a pensare che non si trattava del fatto che fossi un incompreso ma che avevo davvero dei problemi e che questi si potevano affrontare. E' stato durante i diversi laboratori teatrali che ho frequentato. Per qualche motivo un personaggio o una scena o una situazione non funzionano. Bisogna fermarsi, analizzare e riprovare finché tutto funziona ma accettare anche il fatto che qualcosa di fissato può tornare a non funzionare. Nelle altre arti e nelle imprese umane accade più o meno la stessa cosa. All'inizio abbiamo bisogno di un metodo rigoroso e preciso. Dopo potremo fare di testa nostra.
Umberto Eco in Come si fa una tesi di laurea racconta di studenti che fanno di testa propria e quando ricevono un voto basso o non all'altezza delle loro aspettative sono pronti a sostenere che non sono stati compresi. Questo può accadere ma è più saggio non fare subito di testa propria, controllare e padroneggiare bene tutta la materia prima. In questo consiste una delle maggiori differenze tra Occidente e Oriente. Basti pensare alla totale sottomissione dell'allievo nei confronti del maestro e alla fiducia da quelli riposta in questi.
Non accettare i nostri problemi o i problemi generati dalle nostre azioni e dalle nostre decisioni comporta solo ulteriori e più gravi problemi. Può accaderci di arrivare sull'orlo del precipizio un passettino per volta:
quando all'inizio c'era molto spazio tra noi e il precipizio siamo rimasti tranquilli;
quando poi ci stavamo avvicinando pensavamo che c'era sempre tempo di tornare indietro;
solo quando stiamo per cadere nel burrone ci pentiamo di non aver fatto nulla per non essere là in quel momento.
Accorgersi dei problemi, accettarli e ascoltarli può farci allontanare dall'orlo del Grand Canyon. Sarà difficile, doloroso perché ormai non ci resta che dare un forte colpo di reni all'indietro ma ci salveremo e in seguito impareremo a camminare verso dove vogliamo davvero andare, ma questo è un discorso da affrontare in una prossima occasione.
Di Giuseppe (del 15/11/2008 @ 10:34:51, in Diario, linkato 619 volte)
Le Baccanti invasate sul monte Citerone guidati da Dioniso, arrivato a Tebe, la città delle sette porte, stanno per compiere la feroce punizione per Penteo, re della città che non accetta i culti dionisiaci. Possono accadere vicende anche terribili se non c'è un equilibrio nell'uomo in cui il vino e tutto cià che comporta non viene accettato. In epoca di alcolismo adolescenziale questo potrebbe suonare come un incentivo all'abuso di alcool. In realtà è un invito all'armonia con il vino, la natura, se stessi, il proprio corpo... quell'armonia che con il laboratorio di Scenastudio a Lecce, con cui sto collaborando, gli allievi stanno imparando giorno dopo giorno fino alla fine di Novembre, quando ci sarà il saggio.Una di loro, Bruna, ha disegnato la baccante che si vede qui di lato. Ha iniziato a visualizzarla, a partire dalle immagini si può fare un grande lavoro teatrale, come ho provato a spiegare, tra l'altro, con i miei recenti post sul pensiero visivo. In questi giorni intensificherò i post del diario di questo laboratorio, stay tuned.
Dopo aver parlato in diversi post di
comunicazione di problemi e di
pensiero
visivo, voglio proporre oggi alcune slide dedicate appunto al visual
thinking perché lo spiegano in modo pratico, interattivo e contestualizzato.
Buona visione.
Grafici,
disegni, diagrammi, mappe dei nostri progetti è bene che li abbiamo sempre a
portata d'occhio anche opere d'arte, fotografie, paesaggi perché illustrano
spesso come certi problemi sono stati risolti o in che modo si possono
affrontare. Ne abbiamo parlato in un precedente post dedicato al
pensiero
visivo. Il nostro percorso è iniziato dalla
comunicazione di problemi, ha dedicato spazio alla
potenza
della metafora e
ha
introdotto il fattore A.P.O. (a portata d'occhio, ha accennato al
pensiero
visivo ed ora prosegue con questo post dedicato al pregiudizio
logocentrico. Le due foto che si vedono in questo post sono di
torres21 e rappresentano
delle mappe concettuali, strumenti di cui parleremo nel prossimo post.
Perché
però invece di parlare per immagini continuiamo a usare le parole scritte o
dette? “Permane nella nostra cultura una sorta di pregiudizio e di abitudine
logocentrica, che continua a privilegiare il linguaggio verbale e la scrittura,
rendendoci ciechi o poco consapevoli di fronte all'immagine” scrive in proposito
Eleonora Fiorani in Grammatica della comunicazione (Lupetti). E se ci
pensiamo anche solo per un attimo è uno dei più grandi paradossi del nostro
tempo. Siamo di continuo bombardati di immagini ma siamo analfabeti. Non abbiamo
un pensiero per capire le stesse immagini che vediamo. Spesso non sappiamo
distinguere nemmeno tra segno e significato. Ma quel che è più deleterio
è che abbiamo rinunciato a produrre immagini nelle attività di studio e di
lavoro. E qui c'è un altro grande paradosso o pregiudizio, se volete, presente
in molti insegnanti i quali ritengono che lo scopo della rappresentazione sia di
produrre immagini il più somiglianti possibili con il modello.
Abbiamo
già visto con Picasso che in realtà non si riproduce ciò che ci sta
davanti ma ciò che diciamo a noi stessi (e agli altri) di quel che vediamo.
Secoli prima di Picasso
abbiamo
vistoMichelangelo insofferente al realismo caricare le sue opere
architettoniche, pittoriche e scultoree di elementi spirituali e quindi plastici
all'opera nella realtà. La rappresentazione scrive sempre Fiorani “serve dunque
a rappresentare, cioè a 'mettere davanti', rivolgendosi quindi alla nostra
attenzione, o a farci vedere, o a mettere in evidenza. E quindi è un far
scoprire, un inventare e ovviamente anche deformare e mentire. Costruisce
modelli, schemi di mondi possibili” (grassetti miei). Gli insegnanti e
molti adulti ritengono, invece, che i disegni dei bambini, ad esempio, quando
non usati a scopi psicologici, siano fatti male perché i bambini non sanno
disegnare. “Ciò che fa dei disegni dei bambini dei disegni 'infantili' non è il
loro carattere approssimato o 'primitivo', è la presenza di una sola logica.
Però molti disegni 'ben fatti' di bambini più grandi o di adulti seguono
anch'essi una sola logica. Il fatto che siano più riconoscibili, che mostrino di
possedere le regole condivise non li fa meno banali. Nelle opere di un vero
pittore, numerose logiche sono contemporaneamente in azione. Egli si inserisce
in una tradizione, ne usa le regole o le infrange sapientemente, sorprendendo;
oltre a trasmettere un modo di vivere, rappresenta anche un modo di
rappresentare il mondo, e traduce sulla tela non solo l'immagine, ma anche il “gestus”,
la qualità del moto che ha guidato il pennello. In questo senso si può dire che
ha 'conservato in sé il bambino' (...), ha tessuto insieme logiche parallele o
piuttosto gemelle, senza sostituire l'una con l'altra”. Quel che un grande del
teatro come Eugenio
Barba scrive in L'arte segreta dell'attore (Argo) ci serve per
incanalarci nel giusto rapporto con le immagini e quindi con il problema
della rappresentazione. Preoccupiamoci quindi di più della rappresentazione
e meno della somiglianza. Con questo non voglio dire che un buon corso di
disegno non vada seguito con scrupolo e dedizione. Anzi un corso e tanto
training sono consigliabili a chi ritiene di non saper disegnare o a chi vuole
valorizzare le sue capacità.
La
nostra attenzione deve essere rivolta soprattutto alla rappresentazione, come
abbiamo visto, per realizzare “schemi di mondi possibili” come quelli raccontati
da Italo Calvino in Le città invisibili dove capita che l'uomo
cammini “per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l'occhio si ferma su
una cosa, ed è quando l'ha riconosciuta per il segno di un'altra cosa:
un'impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia
una vena d'acqua, il fiore dell'ibisco la fine dell'inverno. Tutto il resto è
muto e intercambiabile; alberi e pietre sono soltanto ciò che sono”. L'augurio è
che nelle immagini che produciamo per i nostri studi e per i nostri problemi e/o
progetti è che il nostro occhio, o gli occhi di coloro ai quali vogliamo
comunicare, si fermino su quelli che sempre Italo Calvino chiama “emblemi, che
una volta visti non si possono dimenticare né confondere”. Emblemi di oggi
sono di sicuro gli accurati marchi e loghi che rappresentano una società
piuttosto che un'altra. Le nostre immagini non siano da meno. Quando sono ben
realizzate chi le guarda capisce al volo cosa deve fare, con chi e quando.
Un'utopia? Qualcosa di irrealistico? Pare proprio di no a giudicare da come i
giocatori delle squadre di calcio o di basket o di pallamano sappiano spesso a
memoria dove passare la palla, sicuri che ci troveranno un compagno. Hanno in
testa uno schema che il loro allenatore ha fatto veder loro sulla lavagna nei
giorni di allenamento. Questo schema, poi, può venire adattato a seconda delle
assenze di questo o di quel giocatore e del modo di giocare, anche, della
squadra avversaria. Gli schemi in uso negli sport sono degli ottimi
esempi del
fattore “A.P.O.”: una determinata rete di passaggi della palla e di
spostamenti senza palla si traduce in azioni concrete sul campo di gioco. Su
quest'ultimo avvengono, poi, molte più azioni che sono decisamente più
complicate degli schemi che le due squadre possiedono. Ma al momento opportuno
c'è qualcuno che lancia lo schema, che viene subito riconosciuto e applicato.
Nel prossimo post vedremo all'opera alcuni
strumenti che possiamo utilizzare per rendere operativo il fattore A.P.O.
Di Giuseppe (del 05/11/2008 @ 09:39:24, in Politica, linkato 387 volte)
Dove
gioca la speranza? Gioca sempre nella nostra squadra, semplice. La vittoria di
Barack Obama è lì a dircelo con la forza della storia. Adesso tutti i
giornalisti quasi e gli analisti dicono che la sua è una vittoria annunciata e
che era prevedibile e che tutti costoro lo avevano detto. Balle. All'inizio
nessuno scommetteva su Obama. Chi avrebbe pensato che un afro-americano
sarebbe andato alla Casa Bianca solo un anno fa? Chi avrebbe pensato che Obama
avrebbe potuto vincere prima contro la potente corazzata dei Clinton e poi
contro McCain l'indomito e il suo grande stratega delle elezioni che aveva portato per due
volte Bush alla vittoria?
Obama ha parlato di sogni e cambiamento
durante la sua lunga campagna elettorale. Ora si dirà che la crisi di wall
street gli ha dato una mano ed è invece vero il contrario: la recente crisi
finanziaria dimostra che un capitalismo di speculazione e di alta finanza è
un'aberrazione. Perciò la ricetta di protezionismo e di aiuto alle
fasce più deboli di colui che è divenuto ora presidente USA ha funzionato
per la sua vittoria.
Si dirà che dopo una presidenza disastrosa
del repubblicano George Bush qualsiasi democratico avrebbe vinto. E questo non è
vero. Con McCain è stata una competizione dura, difficile. Nonostante
Bush, molti milioni di americani hanno ancora fiducia nei repubblicani
guerrafondai come Bush, come dimostra una recente dichiarazione di un soldato
americano in Iraq, rimasto senza una gamba, in favore del candidato
repubblicano. Perciò l'"yes we can" non è stato uno slogan pubblicitario ma una
convinzione al lavoro negli Stati Uniti d'America.
Ora si dirà anche che finita la sbornia
elettorale tornerà la dura realtà e che i sogni dei sostenitori di Obama si
asciugheranno come le lacrime di Jassie Jackson e tornerà la realtà di ogni
giorno con i suoi incubi. Ma questo è un altro capitolo. Intanto
l'America e il mondo hanno detto che non ne possono più di guerre e di finanza
speculativa e di lobby del petrolio e delle armi. E' già un cambiamento. E' già
una vittoria. Ora si aprono nuovi orizzonti e nuovi problemi e avremo bisogno di
nuove speranze. Ma questo domani. Ogni giorno ha i suoi affanni... e le sue
piccole vittorie. Il paradiso può attendere
In sintesi Scocco insiste sul fatto che
“secondo il senso comune, la percezione è una mera registrazione sensoriale,
determinata solo dalle priorità fisiche rilevate nell'ambiente. La psicologia
insegna, invece, che si tratta di un processo ben più complesso, nel quale le
informazioni sensoriali sono il frutto di un'elaborazione mentale, di una
decodifica e di un'interpretazione della realtà che risentono di elaborazioni
cognitive molto articolate”. In altri termini intervengono dei “filtri
mentali che orientano la percezione e l'interpretazione”. Avviene cioè che
spesso vediamo ciò che vogliamo vedere oppure certi elementi lontani finiscono
per essere accostati (la creatività), oppure ancora ne vediamo alcuni a scapito
di altri.
Tutti
questi filtri possono giocare nella nostra squadra invece che nella squadra
avversaria. I grandi pittori sono i più bravi utilizzatori di questi meccanismi.
Pensiamo a Michelangelo che vedeva già nel blocco di marmo la figura che
secondo la sua concezione neoplatonica vi era rimasta prigioniera e che lui
doveva liberare. Una cifra della sua poetica, questa, che egli accentuò sempre
più fino ad una delle sue opere finali come la Pietà Rondanini che lascia
in una sorta di “non finito” per cui l'opera risulta ben scolpita in alcune sue
parti, meno scolpita in altre e addirittura non scolpita in altre parti ancora.
Per cui chi la osserva vede una sorta di fotografia della genesi in atto di
un'opera che non è solo d'arte ma che è il frutto di uno spirito a cavallo tra
Umanesimo e Manierismo. In tutta la sua opera, in fondo, c'è un dinamismo che fa
sì che le sue opere siano più che reali, che diventino “iperreali”: fanno
penetrare il nostro sguardo sulle forze spirituali, culturali, naturali che
agiscono nella realtà. Tutta la sua opera d architetto si allontana, appunto,
dal canone umanistico per seguire questo percorso. Michelangelo ci mette “a
portata d'occhio” oltre che le inquietudini del suo tempo l'educazione alla
visione di un grande maestro dello sguardo quale lui è stato.
“Dipingere è il mestiere di un cieco”
pensava Pablo Picasso. “Egli non dipinge ciò che vede, ma ciò che pensa,
cosa dice a se stesso su ciò che ha visto”. Anche Picasso è un buon allenatore
di filtri dello sguardo, li ha fatti giocare a meraviglia ad esempio in
Guernica: il più grande manifesto contro tutte le guerre che sia mai stato
realizzato. Ci ha messo “a portata d'occhio” un grande problema come la guerra
che prima o poi il genere umano deve decidersi a dichiarare tabù. Questi due
ultimi esempi ci fanno capire che oltre a grafici, disegni, diagrammi, mappe dei
nostri progetti è bene che abbiamo a portata d'occhio anche opere d'arte,
fotografie, paesaggi. Tutto questo non ha una funzione solo decorativa, come
accade spesso in uffici di rappresentanza o diplomatici, o di formazione del
gusto. In realtà buone opere d'arte, buone fotografie, buone scene di film
illustrano spesso come certi problemi sono stati risolti o in che modo si
possono affrontare. Questo, almeno, in un'arte non asservita al potere.
Un
grande dei nostri tempi non asservito al potere è Dario Fo che utilizza
molto spesso nei suoi spettacoli dei disegni che vengono mostrati al pubblico
durante lo spettacolo. Ho avuto modo per un giorno di poterlo veder realizzare
disegni e bozzetti, molti dei quali poi utilizza nei suoi spettacoli o nei suoi
libri. Fo utilizza ormai le immagini che produce come scrittura scenica
con notevoli vantaggi sia dal punto di vista spettacolare ma anche di
memorizzazione delle parti dell'affabulazione. Ma il più grande vantaggio credo
che sia il grande sviluppo dell'immaginazione che questo metodo consente di
sviluppare al massimo. L'affabulatore, il griot, lo storyteller in fondo è uno
che narra di problemi buoni e di problemi meno buoni e lo fa quasi sempre
utilizzando le immagini, come mi ha rivelato in un'intervistaAscanio Celestini. Avere sotto gli occhi delle immagini, anche nella
memoria, aiuta a tenere vivo il discorso e a far andar avanti la storia che si
sta raccontando.
Spesso ci lamentiamo di non avere o di
avere scarsa immaginazione e soprattutto di non saperla utilizzare nel nostro
lavoro quotidiano. Ma l'immaginazione è una facoltà che va coltivata,
cercando di utilizzarla, e che va anche nutrita. Quindi mostre, documentari,
film, spettacoli non devono mai mancare nella nostra agenda. Prima di tutto però
occorre recuperare la nostra capacità di produrre immagini. Come dice un vecchio
adagio “le immagini valgono mille parole”. La ragione di ciò “è che esse fanno
uso di un'imponente gamma di capacità corticali: colore, forma, linea,
dimensione, consistenza, ritmo visivo e specialmente immaginazione” come fa
notare Tony Buzan, l'inventore del metodo delle mappe mentali che
descrive nel suo libro Mappe mentali(NLP Italy). Nonostante questo però
lo stesso Buzan fa notare che nel 95% dei casi in cui si prendono appunti non si
fa ricorso al beneficio delle immagini.