Il disordine risveglia nell'uomo un istinto dimenticato: l'istinto dell'armonia con se stesso. Gli ricorda il concetto di bellezza, lo obbliga a pensare in modo diverso, a fantasticare e a creare. Il caos fa dell'uomo un artista.
Di Giuseppe (del 27/01/2009 @ 11:23:54, in Mondo, linkato 378 volte)
La
giornata delle
memoria è per il ministro Frattini occasione per lanciare l'ennesima
accusa a quel gran cattivone di Santoro. Non ne combina mai una buona.
Adesso è diventato addirittura antisemita. Pazienza. Del resto la giornata delle
memoria è da sempre la giornata della polemica: prima tra negazionisti e
coloro che affermano e testimoniano l'esistenza dei campi di concentramento e
oggi tra quelli che si "concentrano" su quanto accadde 64 anni fa e quelli che
dicono che bisogna estenderla anche ai palestinesi vittime degli israeliani. E
allora c'è chi in questi due ultimi giorni (26 e 27) ha tenuto la Giornata
dell'altra memoria con un
Reading per Gaza.
C'è anche chi ricorda gli ebrei sterminati dal nazifascismo ma nel contempo
pubblica la cartina dello stato di Israele.
"Ma quando vediamo che i primi a non aver
messo a frutto questa memoria, i primi che hanno fatto si che il mondo potesse
ancora assistere alla barbarie di bambini assassinati da un esercito di un Paese
civile e democratico, sono gli stessi che hanno subìto la gran parte di quella
follia, di quell'orrore, di quella barbarie, allora noi ci chiediamo se la
lezione del giorno della memoria serva davvero a qualcosa",
scrive Angelo del Fango. E si chiede se basta vedersi Schindler's List o
Moni Ovadia (aggiungo io) in televisione per sentirsi la coscienza a posto.
La volete sapere una notizia? Il Museo
di Auschwitz
rischia la chiusura perché non ha i fondi necessari per la manutenzione. E
allora che memoria è? E soprattutto: questa è la giornata della memoria o della
polemica? Io dico che è meglio la polemica di una memoria bislacca o, che
peggio ancora, ricorda solo gli ebrei e dimentica i popoli sterminati dagli
europei nelle Americhe e i genocidi come quelli della ex Yugoslavia e le vittime
civili del conflitto tra israeliani e palestinesi.
Postilla per gli iscritti a Facebook.
Fatevi amico Walter Veltroni e commentate il suo
messaggio di stato di oggi. Fategli capire che non ci sono solo gli ebrei ma
anche gli zingari e i gay, per esempio.
"Andare a teatro per assistere ad uno
spettacolo nei Quartieri Spagnoli di Napoli è un’esperienza sempre nuova e viva
– come andare a Ponticelli per vedere un film al cinema Pierrot oppure come
andare a sentire la grande musica jazz in piena estate alla villa comunale di
Pomigliano d’Arco – perché in questi luoghi la cultura sembra essere ancora
intrisa dell’elemento popolare. Attraversando i vicoli dei Quartieri Spagnoli si
penetra in un mondo sociale e storico molto teatrale, caratterizzato dalle
scenografie dei panni stesi, dallo sfondo sonoro della musica neomelodica, dal
passaggio violento di motorini pronti allo scippo, dagli odori delle cucine
delle pizzerie tradizionali che si mescolano con quelli provenienti dei bassi
abitati dalle ultime generazioni di immigrati africani ed asiatici, che a loro
volto vivono il quartiere da protagonisti contaminando e contaminandosi con una
fetta di sottoproletariato napoletano".
Stamattina ho trovato questa bella
introduzione ad una
recensione che vi invito a leggere per intero. Tutta Napoli è
teatrale, nel senso migliore del termine, o almeno la gran parte dei suoi
quartieri e dei suoi abitanti lo è. Per esempio io ho trovato molto teatrale il
quartiere dei presepi,
San Gregorio
Armeno. Basta guardare l'incredibile quantità di merce esposta, dai corni ai
tamburelli, dalle statue del presepe ai pupazzi di babbo natale, dagli angeli ai
puliciniell... e poi basta anche osservare l'incredibile fantasia espressa nelle
statuette più improbabili: da Berlusconi a Obama passando per Totò e Massimo
Troisi, da Pavarotti a Valentino Rossi ecc. Qui le due categorie di
"popolare" e "popolaresco", una volte distinte con lucidità da Carmelo Bene,
si uniscono in un mix unico e irripetibile. Non è un caso se i De Filippo, i
Giuffrè, Beppe Barra, Enzo Cannavale, Leo De Berardinis, Eduardo Scarpetta e
tanti altri sono figli di questa città. Vi raccomando l'elenco
completo.
La stessa lingua, i suoi suoni sono
teatrali. Il napoletano è una delle lingue più teatrali del mondo.
Opinione di Dario Fo che, non a caso, adotta spesso il
grammelot
napoletano. La stessa mimica facciale dei napoletani e la loro gestualità un
po' barocca e un po' figlia della necessità sono molto teatrali. Ai napoletani
va senz'altro data la laurea ad honorem in comunicazione.
E poi scusate ma il teatro a Napoli ci sta di casa. Perché è patria di una delle
più belle maschere di tutta la commedia dell'arte come Pulcinella. Perché
sta vivendo, nonostante tutte le sue crisi e i suoi problemi, una rinnovata
stagione del teatro grazie al festival
Napoli Teatro Festival Italia.Perché
esistono diversi gruppi che nei quartieri difficili fanno una grande opera
attraverso il teatro, come quello messo in piedi e diretto da
Mario Martone.
Ma sono sicuro che esistono diversi
altri motivi. Mi aiutate a questo punto voi lettori del blog a trovare tutti
gli altri aspetti sul teatro umano di Napoli? Scrivete la vostra nei commenti.
Di Giuseppe (del 22/01/2009 @ 16:38:42, in Recensioni, linkato 727 volte)
Fai
luce sulla chiave, il libro di
Umberto Santucci, riguarda il
problem setting, che è l'arte di definire i problemi prima di risolverli.
Perciò nella prima parte si dedica alla definizione del problema e degli ambiti
del solving e del setting. Passa poi a spiegare come orientarsi al problema e
alle tecniche da adottare. La parte successiva esplora le aree di interesse che
vanno dall'organizzazione al management, dalla consulenza al marketing, dalla
comunicazione al business e alle risorse umane. Chiarisce, poi, quando ricorrere
al problem setting per poi illustrarne la metodologia. Infine considera le
tecniche e gli strumenti da adottare. Chiude il libro una ricca
biblio-sitografia.
Il problema.
Un problema nasce sempre da un disagio o da uno stato d'ansia ed è la percezione
di una carenza. Come tale può essere risolto. I problemi irrisolvibili, per
definizione, non sono dei problemi. Un problema vero è un riduttore di
complessità perché da essa estrae le variabili necessarie alla sua soluzione.
Per poterci riuscire occorre fare molte domande per iniziare a distinguere tra
il solving, che riguarda cosa fare, e il setting, che riguarda la definizione
del problema. Il setting, infatti, ci mostra la scalinata da salire e che è
controllata dal project management. Il solving, invece, ci fa risalire la stessa
scalinata con la valutazione finale attraverso un debriefing.
La situazione.
Un problema non è mai isolato ma si trova sempre all'interno di una situazione.
La situazione del problema include le condizioni che sono diverse e che vanno
distinte dalle premesse e dai problemi stessi. Il traffico cittadino, ad
esempio, non è un problema ma una condizione. Il problema va quindi ben definito
nei suoi aspetti e bisogna farlo nel modo giusto verso se stessi e verso gli
altri.
Il problem solving.
Uno dei meriti di questo libro è spostare l'attenzione dal
problem solving
al problem setting. Scrive infatti Santucci: " In genere quando ci si riferisce
a metodi e tecniche di soluzione dei problemi si parla di 'problem solving',
forse perché si preferisce mettere in evidenza il momento risolutorio che ci
libera dallo stress del problema. Tuttavia il solving viene dopo il setting, ed
è anche meno importante dal punto di vista gerarchico. Chi pone i problemi in
genere ha un potere superiore a chi li deve risolvere. Basti pensare al maestro
che assegna il problema e all'allievo che deve risolverlo" (pp. 31-32).
Come fare problem setting.
E' un libro generoso quello di Santucci perché insegna con chiarezza come fare
problem setting. Per fare problem setting occorre definire la situazione e
quindi considerare:
cosa si è fatto;
le circostanze;
gli attori;
come potrebbe peggiorare la situazione;
le condizioni;
l'ambiente;
le cause sia esterne sia interne.
Invita, insomma, a diventare sensibili ai segnali deboli, come fanno le
organizzazioni che apprendono, e al disagio. Insegna, poi, a cercare le vie
d'uscita, definire i termini del problema, comunicarlo e raccontarlo. Il
problema va infatti narrato perché il problema va venduto "per ottenere consenso
intorno all'opportunità di risolverlo. E anche per ottenere decisioni e
finanziamenti".
L'orientamento ai problemi.
La gestione dei problemi implica per Santucci l'orientamento ai problemi stessi.
Questo orientamento richiede il passaggio dal pensiero logico, di tipo deduttivo
e induttivo, al pensiero laterale che usa metafore, visualizzazioni e
similitudini. Implica anche il pensiero sistemico che è proprio delle visioni
sintetiche.
Le domande.
Un problema è una struttura euristica. Quindi richiede delle domande che vanno
realizzate con la tecnica giusta e che devono essere interessanti per attivare
la collaborazione dell'intervistato che, altrimenti, può eludere, mistificare,
sostituire i problemi.
Un buon manuale. Fai luce sulla chiave è un buon manuale per le organizzazioni attente
alla catena del valore, che vogliono apprendere e che non si fanno sorprendere
dai cambiamenti in corso. E' un buon manuale per i manager che accettano la
sfida della complessità e che adottano il marketing laterale. E' il manuale per
i comunicatori verso il proprio gruppo di lavoro e verso gli stakeholder. E' il
manuale, infine, per le persone che utilizzano l'intelligenza emotiva nel
proprio lavoro.
Quando ricorrere al problem setting.
Una domanda importante per i lettori di questo libro è: Quando si ricorre al
problem setting? Se la risposta è "quando emerge il problema" si tratta della
risposta sbagliata. Perché in questo caso è già tardi. Al problem setting si
ricorre quando le cose vanno bene, a monte del processo perché altrimenti dopo
occorrono più sforzi e più risorse.
Merodi e tecniche.
L'altra domanda è: con quali metodi e con quali tecniche si attua il problem
setting? E' ovvio che non ci sono soluzioni pre-confezionate e che si tratta di
una consulenza di processo in cui occorre un gruppo di lavoro ben organizzato.
Perché si tratta di analizzare a fondo il disagio e le condizioni in cui si
verifica. Si tratta, poi, di individuarne le aree di criticità, di gerarchizzare
i problemi e di fare del buon problem
telling.
Di Giuseppe (del 20/01/2009 @ 20:05:57, in Mondo, linkato 322 volte)
Io
penso che la prosperità sia garantire le opportunità a tutti. Siamo tutti uguali
e abbiamo tutti diritto alla felicità, da raggiungere con il sudore e con il
lavoro. Noi possiamo farlo, we can. Ai cinici, che negano questa possibilità,
diciamo di guardare all'incredibile storia del sogno americano e a tutto quello
che da impossibile è diventato possibile. Come, ad esempio, il primo presidente
degli USA afroamericano quando 60 anni fa un nero non poteva entrare in un
ristorante.
Per due minuti, cari amici, ho preso in prestito le
parole del discorso di Barack Obama, pronunciato due ore fa, e ho parlato come
se fossi lui. E' come se Barack si fosse presentato al mondo e avesse detto:
scusate, ho un problema. E questo problema è che rappresento l'aspirazione di
milioni di persone ad un mondo più equo e in pace, in cui la guerra sia
dichiarata tabù (questo l'ho aggiunto io sulla scorta delle suggestioni di Alex
Zanotelli). Oggi mi sono ricordato che è opportuno e conveniente sognare.Obama
ha presentato il più bello e interessante dei problemi a tutti noi,
questo il senso del suo giorno che continua con il pranzo a Capital Hill mentre
scrivo. Non sono il solo a scrivere, sento il ticchettio di milioni di tastiere
in tutto il mondo. Mi sono chiuso in una stanza ma in questo momento mi sento
nelle redazioni di televisioni, giornali, testate online, singoli utenti che con
blog e micro-blog e chat continuano a vivere e commentano questo evento. Ma mi
sento anche in qualche bar e casa dell'Algeria o del Marocco o dell'Egitto o
dell'Angola o della Mongolia dove l'evento è stato vissuto guardando la
televisione o ascoltando la radio.
A tutti noi che scriviamo, che pensiamo o che, invece,
dell'evento ce ne infischiamo Obama ha posto il problema del diritto alla
libertà e alla felicità. Vi pare poco? E lo ha fatto con slancio e energia,
nonostante la grande carenza di fondi che in questo momento gli USA e quasi
tutti i paesi del mondo si trovano ad affrontare. E' coraggioso parlare di stato
sociale in questo periodo, non credete? E come pensa Obama di risolvere questo
problema? E' abile e ha affrontato una campagna elettorale tremenda. E' stato
governatore dell'Illinois. Sa molto bene che come disse Reagan durante il suo
discorso di insediamento che lo stato non è la soluzione dei problemi ma lo
stato è il problema. Lo stato stesso è la sfida, l'ostacolo da superare. E
per questo richiede quel sudore e quel lavoro per raggiungere la felicità di cui
Obama ha parlato.
Ma sapete che c'è? Obama da oggi ha un mucchio enorme di
problemi. Non sa da dove cominciare, sebbene abbia delle idee chiare. Ma
quand'anche comincerà a scalare la china che lo attende, sorpresa delle
sorprese, non si troverà in piano ma si troverà nuove sfide davanti. Insomma
risolto un problema quello stesso problema ne porrà di nuovi. Ma è sulla
natura dei nuovi problemi la scommessa per il new deal di Obama. Saranno
ancora problemi noiosi come crisi e guerre? O problemi interessanti come libertà
e uguaglianza? Noi scommettiamo che saranno buoni problemi, interessanti e
irresistibili e che il mondo, a differenza di quelli della presidenza dei due
Bush, vorrà condividerli.
Sapete perché Obama si è presentato così deciso ed
energico e ha fatto un discorso poco retorico? Perché è onsapevole che "il
mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso".
Cari
schiavi d'Egitto, caro popolo eletto e chiamato alla liberazione, la vostra
guida è stata sul monte della rivelazione ed ora è discesa in mezzo a voi che vi
stavate già scolpendo falsi idoli.
Un decalogo il dito del pensiero libero e della
narrazione dei problemi irresistibili ha scritto sulla pietra ed ora
ciascuno di noi lo scriva nel suo cuore e nella sua mente.
I. Io sono il tuo problema e ne avrai altri dopo di me. La vita è
piena di problemi e risolto uno di loro ne sorgono molti altri. Avremo sempre
problemi, non è una scoperta difficile da fare. Paul Hawken, padre del
capitalismo naturale, la descrive in una sua
pubblicazione.
II. Non nominare i problemi invano, ma chiama i problemi con il loro
giusto nome. Non ti lamentare dei tuoi problemi. A volte lo facciamo per
affettazione, con enfasi. Smettiamo di farlo avremo meno stress, una vera
liberazione.
III. Ricordati di fare festa dopo un problema risolto, perché dopo ne
avrai ancora altri. C'è sempre un tempo per gioire e un tempo per
preoccuparsi. C'è il tempo della festa e il tempo del lavoro. Quindi
lasciamoci andare alla gioia.
IV. Onora e ringrazia i tuoi problemi, perché sono loro che ti
tengono in vita. Senza saresti perso. Spesso pensiamo che una vita senza
problemi sia una vita invidiabile, una specie di paradiso da raggiungere a tutti
i costi. Chi non ha mai vissuto in campagna per esempio pensa che vivendoci avrà
raggiunto il suo karma, salvo poi scoprire che ci sono gli insetti, la pioggia
che rende la terra fango...
V. Non uccidere la tua fantasia e i tuoi talenti. Sono loro a
creare i tuoi problemi irresistibili, da condividere con gli altri. Ansia e
depressione sono due grandi malattie del nostro tempo. Spesso sono causate dal
fatto che non crediamo più in noi stessi magari per le tante delusioni della
nostra vita. Ma spesso queste delusioni sono ingigantite dal fatto che ci
rifiutiamo di vedere il lato positivo delle cose.
VI. Non creare problemi insani ma pensa sempre a problemi
cristallini, trasparenti e belli. Più è bello il problema più saremo
coinvolgenti e virali. E quindi sempre più persone lo vorranno condividere. La
nostra gelateria ha la fila fuori perché tutti vogliono il nostro gelato? Ecco
un bel problema irresistibile. Come creare problemi di questo genere?
Problemtelling.com può aiutarti.
VII. Prendere spunto dagli altri e vedere come hanno affrontato i
loro problemi è lecito. Quindi "ruba" i problemi degli altri.
VIII. Non crearti falsi problemi.
IX. Non desiderare altre donne oltre la tua... non basta quanti
problemi lei ti crea? Non me ne vogliano le donne per questa provocazione, è
chiaro che anche gli uomini creano tanti problemi noiosi
X. Non desiderare i problemi negativi degli altri, ma sii
invidioso di quelli buoni e positivi.
Di
tutte le mappe eri la più pericolosa
perché te ne stavi lì appesa in bacheca
e chi passava non poteva fare a meno di notarti.
Eri la più esibizionista con il tuo vezzo civettuoso
tutta colori, disegni e parole illustrate.
Di primo acchito non tutti penetravano
nei misteri della tua natura
cara mappa mentale.
Anzi, i più restavano come inebetiti mirando
il tuo radiale dispiegamento.
Ma un dì un netturbino dell'universo
ti ha inviluppata nel tuo stesso buco nero
e ti ha spedito nella costellazione delle galassie chiuse.
Qual femmina di bordello ormai consunta negli anni
le tue forme e i tuoi seni e i tuoi ammiccamenti
forse non aizzavan più i gusti dei clienti
che hanno smesso di ammirarti.
Eppure come ogni scarrafone eri bella a mamma toja.
Eri la sua prima mappa mentale, in cui lei credeva.
Con zelo e passione lei ti aveva disegnata
assieme al tuo papà, un giovane formatore.
Lui non ha potuto vederti, nemmeno in foto.
Eppure questo dì questi versi ti dedica.
E si chiede se accadde che per zelo
o per distrazione
o per altra sorte
è accaduto che la tua breve vita sia stata cestinata.
Chissà, al tuo papà e alla tua mamma
piace pensare che per una causa sei caduta.
"Non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi"...
Chissà forse la tua stessa natura
di mappa mentale
sui ritardi del personale
dava fastidio o paura.
Di Giuseppe (del 07/01/2009 @ 09:25:02, in Mondo, linkato 531 volte)
"In
quanti le abbiamo appese, dove sono finite? Che forse pace c'è stata?" si chiede
Alberto Cane
commentando una sua
foto
da vedere e che ha scatenato diversi commenti. Mi riferisco alle Bandiere
della pace che divennero famose durante la campagna "Pace da tutti i
balconi" del 2002, per manifestare contro la seconda guerra del golfo. Nei
commenti c'è chi esprime tenerezza quando vede qualche bandiera rimasta ancora
attaccata ai balconi magari sporca e sbiadita. C'è chi si lamenta perché qualche
anno addietro furono esposte. C'è chi dice che si è trattato solo di una moda
passeggera. C'è, poi, chi riferisce che il parroco in visita a casa per la
benedizione pasquale ha avuto da ridire sulla bandiera. Qual'è la vostra
opinione in proposito? Esprimetela pure nello spazio dei commenti alla fine
di questo post.
Questa bandiera ha una storia lunga.
Senza andare tanto indietro nel tempo, Picasso ne disegnò una analoga e che la
bandiera che ancora oggi utilizziamo fu adottata per la prima volta dal grande
pacifista italiano Aldo Capitini. Basta leggere la voce
Bandiera della pace
su Wikipedia per sapere tutto.
Quando nel 2006, scoppiò la guerra tra
Libano e Israele, qualcuno si chiese che fine avessero fatto le bandiere
della pace e quindi i pacifisti. Sebbene in tono minore rispetto al 2002 i
pacifisti però manifestarono anche contro quella guerra. Io seguì un po' quella
vicenda con un post
del mio vecchio blog che fu ripreso da Libero.
Oggi però quelle bandiere stanno per
tornare sui nostri balconi e per strada. E' una promessa ma anche un appello.
Basta vedere le
recenti manifestazioni contro l'attuale guerra tra Palestina e Israele,
appoggiate anche dal presidente della CEI Bagnasco. In queste manifestazioni
sono tornate le bandiere arcobaleno. Anche
grazie a Facebook. Il 2 gennaio scorso
è stato fondato un
gruppo sul famoso social network. Questo gruppo ora conta più di 4.750
iscritti.
Ma anche se tornano le bandiere ci sarà
pace, si starà chiedendo qualcuno. Pensiamo al caso contrario. Pensiamo
che nessuno protesti, che nessuno manifesti. Pensiamo alla guerra in Iraq e alla
violazione dell'articolo 11 della Costituzione italiana che è avvenuto in quel
caso. Pensiamo all'invio di truppe in tutto il mondo senza nemmeno una briciola
di dissenso. Tutto sarebbe più facile per i ministri e i governi, non credete?
Non preoccupatevi per i sogni non
realizzati, diceva un altro grande pacifista come il vescovo Tonino Bello:
esiste una banca dei depositi e prestiti dei sogni. Più ne depositiamo più
abbiamo speranza che qualcuno si realizzi.
Di Giuseppe (del 05/01/2009 @ 11:21:42, in Mondo, linkato 527 volte)
Per
i nati sotto il segno della fame il 2009 sarà ancora un anno di
privazioni e stenti. Anzi, vista la crisi finanziaria mondiale e la diminuzione
degli aiuti internazionali si prospetta un anno con più malnutrizione e morti di
fame.
Per i nati sotto il segno dell'AIDS
e che non possono avere i farmaci che costano sempre troppo saranno 12 mesi di
morte lenta.
Per i nati sotto le guerre e le bombe
c'è solo da sperare che Obama ritiri le truppe dall'Iraq e che si cominci ad
avere un po' di assenza di mortai, bombe e smitragliate nel mondo. Eccezion
fatta per Isrealiani e Palestinesi che si scanneranno come non mai.
Per i nati sotto il segno della povertà
la predizione è troppo facile: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri
sempre più poveri. Quindi un benvenuto ai milioni di nuovi poveri nel 2009.
Per i nati sotto il segno di un dio
minore sperate sempre che i vostri amici e i vostri parenti vi siano vicini.
Perché se sperate che barriere architettoniche e impedimenti per i disabili
spariscano rimarrete delusi nel nuovo anno.
Per quelli che stanno nascendo e
nasceranno nel 2009, scusate se vi abbiamo fatti nascere in un mondo dall'aria
irrespirabile, pieno di immondizie di ogni genere, di avidità, di egoismo, di
arrivismo e di menefreghismo. Ciucciate l'amorosa tetta di vostra madre finché
potete.
Per i nati sotto il segno della
disoccupazione che all'ufficio di collocamento neanche ci vanno più e che
gli annunci di lavoro hanno capito che sono fatti solo per farvi spendere 1 € e
50 alla settimana, se continuate a cercare lavoro da altri si prospettano 360
giorni di attese inutili.
Insomma per tutti i nati sotto un segno
sfigato non potete sperare in allineamenti di pianeti e in influenze
astrali. Se ti chiami Abdhullaye o Mohamed e sei appena sbarcato a Lampedusa è
già tanto, hai avuto ciò che potevi: fuggire da paesi di fame e guerre. Anche se
ti rimpatrieranno tu verrai ancora alle porte dell'Europa. Speri sempre in un
mondo migliore. Come i bambini con la pancia gonfia comunque continueranno a
sperare di mangiare. E i malati di guarire, e i poveri di avere l'indispensabile
per vivere e i disabili di non sentirsi più diversi e quelli appena arrivati
sulla scena di avere la loro parte di accoglienza e amore.
Chi è nato sotto un segno sfigato allora
può darsi che questo 2009 sia un buon anno alla fine, se conserverà, nutrirà e
si terrà la speranza a denti stretti. Sarà la sua compagna, la sua
amante, la sua arma, la sua ricchezza. Per tutti gli altri, per quelli che
possono permettersi un astrologo o che vanno dai maghi a farsi fare leggere il
futuro, o che questo futuro pensano di comprarlo con la beneficenza, anche con
laute offerte e che la domenica prima si confesseranno e poi dopo la messa si
faranno un giro con gli amici sullo yacht si prospettano mesi di rimorso, di
tormenti, di insoddisfazioni, di impotenza, di depressione.
Anche se ti chiami Berlusconi e stai
perseguendo un progetto politico di sovvertimento dell'ordine democratico per
instaurare il presidenzialismo dell'uomo forte, alleato con la mafia e le logge
massoniche si prospetta un anno proprio di merda. E' vero che anche i propositi
malvagi si realizzano spesso e meglio di quelli buoni, ma ormai è dal 1994 che
insegui questo obiettivo caro Berlusconi. Se non ci sei riuscito ci sarà un
motivo. Lo so che sei tornato al potere e ti senti più forte di prima. Ma è
proprio questa sensazione l'inizio della tua rovina. La gente ha cominciato a
non votare in massa, come in Abruzzo. Gli italiani hanno iniziato a
capire, anche se con ritardo. Smettila di fare il bambino che vuole il
giocattolo a tutti i costi. Hai rotto l'equilibrio (e le palle) ed ora quelle
forze che hai schiacciato daranno una spinta che ti ribalterà. E' questione di
fisica mio caro. Questo è l'anno del segno della bilancia.
Chi
nella vita non ha incontrato almeno un problema?
Quando abbiamo un problema pensiamo subito che
sia qualcosa di negativo che sta là a sbarrarci la strada. Vi si spezza la
chiave della serratura della porta il 15 agosto? Allora abbiamo un problema. Vi
hanno rubato l'auto? Abbiamo un altro problema. Vi hanno licenziato, abbiamo un
altro problema. In effetti questo genere di problemi ci causano disagio,
scoraggiamento, reazioni negative.
Ma non c'è anche un'altra categoria di problemi. Li
possiamo chiamare problemi irresistibili. Li ha descritti bene
Paul Hawken, padre del
capitalismo naturale.
“Se io avrò sempre problemi e ogni impresa avrà sempre problemi, qual'è la
differenza tra una buona impresa e una cattiva impresa?
La buona impresa ha problemi interessanti, l'altra problemi noiosi. Il buon
management è l'arte di rendere i problemi così interessanti e le soluzioni così
costruttive che tutti vogliono avere a che fare con esse. Il cattivo management
presenta i problemi in maniera tale che la gente cerca sempre di evitarli, di
trasformarli in promemoria, di delegarli o di cestinarli. I problemi buoni
galvanizzano. I problemi cattivi snervano.
Sono buoni problemi l'eccesso di domanda (o la domanda insufficiente) di
un buon prodotto, le troppe opportunità di espansione, i clienti che arrivano la
domenica pomeriggio chiedendo di visitare l'azienda, gli estranei che cercano di
attribuirsi il merito del nostro successo, i dipendenti più in gamba di noi
(caso non raro) e i concorrenti validi quanto noi, se non di più.
Sono cattivi problemi l'eccessiva domanda (o la domanda insufficiente) di
un prodotto che sappiamo scadente, la clientela ostile, i mutui da rimborsare,
lo staff sovraccarico, sottopagato, non apprezzato e perciò malcontento.
Il nostro compito come titolari e manager non è risolvere ogni problema. Il
nostro compito è creare un'azienda con problemi irresistibili che spingano
persone brillanti, non comuni, a unirsi a noi per risolverli” (Paul Hawken, Come
scegliersi un'attività e farne un business, Tascabili Bompiani)".
Esistono quindi problemi noiosi e problemi interessanti.
E la distinzione non è soggettiva. Non è perché io sono un appassionato di
musica lirica che tutti i problemi del Teatro alla Scala debba giudicarli
interessanti. La distinzione è oggettiva o, se volete, non è centrata su di me e
le mie passioni ma su quello che il mio problema può fare per i miei clienti,
per i miei amici, per la mia città... Facciamo una breve lista di problemi
interessanti, irresistibili allora:
lo start up di un'impresa;
l'idea stessa di voler intraprendere qualche
attività;
uno studente che debba decidere un percorso di
studi;
una storia d'amore che sta nascendo;
una storia d'amore che presenti dei problemi perché
entrambi si amano molto;
la decisione di fare degli investimenti;
il voler allargare l'organico di dipendenti;
sfornare pizze e focacce che già alle 12 sono
finite;
voler reagire a condizioni di degrado
sociale e criminalità;
voler fondare un'associazione, un gruppo;
i milioni di utenti che hanno fatto di Facebook
il secondo social network visitato al mondo (dopo Blogger).
E voi nella vostra attività che genere di problemi
avete? Fatevi una vostra lista di problemi che gli altri possano
condividere con voi e questo vi aiuterà a sviluppare la vostra attività. Per chi
è iscritto a Facebook da oggi c'è anche un gruppo dedicato all'arte di narrare
questi problemi:
Problem Telling.
Se vi è piaciuto questo articolo o non siete d'accordo
commentatelo e venite a leggere anche gli altri sullo stesso
argomento. Se volete seguirmi senza ogni volta collegarvi al blog
iscrivetevi ai feed rss
o atom.
Molti di noi avranno giocato e staranno
ancora giocando a scopa, a briscola, a sette e mezzo, al mercante in fiera e ad
altri giochi di carte in questi giorni di festa tra il Natale e l'Epifania del
2009. In tutti questi giochi ci sono carte e regole prestabilite a cui ciascuno
si adegua. E se invece sia le carte sia le regole non siano prestabilite?
E se sia le carte sia le regole fossero realizzate sul momento? Sto parlando di
Il più bel gioco di carte. Ecco come lo descrive
Umberto Santucci:
"Mi è stato segnalato un gioco di carte
creativo. Pare che l’idea sia di
Bruno Munari.
Invece di usare carte preconfezionate, si ritaglia un mazzo di carte da un
cartoncino bianco, si distribuiscono cinque carte per ogni giocatore, e i
giocatori, muniti di matita, o pennarelli, disegnano le proprie carte a piacere,
con immagini, simboli, frasi, formule chimiche o matematiche, assolutamente
quello che vogliono. A turno ognuno gioca la sua carta, dicendo come ci si deve
giocare. La dinamica del gioco si sviluppa man mano in base alle imprevedibili
carte.
Il gioco è sistemico ed è un sistema esperto, perché man mano il mazzo di
carte si amplia e si arricchisce. E’ ad altissima informazione potenziale, una
totale entropia che si riduce ogni volta che viene disegnata e giocata una
carta."
Riassumendo ogni giocatore ha cinque
cartonicini bianchi. Disegnandoci sopra ciascun cartoncino diventa una carta.
Assieme al disegno della carta il giocatore è anche autore del gioco perché
stabilisce quale regola vale o implica la carta che ha disegnato. Così, per
esempio, potrei disegnare Napoleone all'isola d'erba e costringere gli altri
giocatori a recitare un'ode a Napoleone sulla falsa riga del Cinque Maggio
di Alessadro Manzoni. Oppure potrei disegnarci un indumento che vorrei che gli
altri giocatori togliessero. Oppure ancora un abbraccio e chiedere a tutti i
giocatori di scambiarsi dei teneri e affettuosi abbracci. Questi sono solo
piccoli esempi in cui la sconfinata fantasia dei giocatori non ha limiti
se non quelli inventati sul momento. Potrei infatti costringere qualche
giocatore a cantare una canzone saltellando su un piede solo, oppure a parlare
per 2 minuti con tutte le parole che cominciano per la vocale a: "Allora A
Andria Abbiamo Attraversato anche Antiche Atmosfere...".
Come dice ancora Umberto "Potremmo
definirlo un gioco di carte 2.0, perché in partenza non c’è nulla, c’è
solo una macrostruttura (mazzo di carte bianche) gratuita e autoprodotta (ognuno
si ritaglia le proprie carte) e una regola semplice (ognuno disegna un contenuto
simbolico e gli attribuisce un comportamento)". Aggiungo che è il gioco dei
Problem Teller,
coloro che narrano problemi grandi e irresistibili a cui tutti vorrebbero
partecipare e che hanno il loro centro nella fantasia e nei sogni.
Lo stesso Umberto ne ha parlato oggi 3
gennaio 2009 a
Giocando, il settimanale di Radio Due. Qui sotto potete ascoltare
l'intervista.