Per vivere bene e quindi secondo natura occorre approfondire le proprie radici. E' grazie ad esse che troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno, il sostegno stesso della nostra esistenza. E' un meccanismo naturale che anche gli uomini hanno e che devono imparare ad utilizzare, fidandosi della ricerca stessa di ciò che dà senso e fondamento alla nostra esistenza.
Le radici profonde sono necessarie per la ricerca della vita stessa, dell'humus che la rende possibile e quindi dell'acqua e di tutte le sostanze nutrienti. Gli alberi e le piante utilizzano le radici per nutrirsi, per cercare tutto ciò di cui hanno bisogno. Lo fanno assorbendo tutto ciò che li fa crescere e sviluppare. In questo trovano quella grande prosperità che trasformano nella grande generosità, nella cornucopia con cui rendono i loro frutti. Perché solo chi ha tanto ricevuto può dare tanto.
Anche i lampi del cielo cercano con le loro diramazioni un rapporto con la terra, così come i fiumi cercano nel terreno lo sbocco verso il mare e i rami degli alberi l'aria e la luce. E' una geometria radiale, fatta delle diramazioni necessarie non per percorrere quindi un'unica direzione ma quasi per avvolgere l'oggetto dei propri desideri, per abbracciarlo e comprenderlo. E' questo il segreto della comprensione, del capire l'altro.
"Sono diverso dagli altri: il mio sostegno
viene direttamente dalla Madre"
(Tao 20).
Che il mio sostegno viene dalla Madre vuol dire che trovo in essa il mio sostentamento, ciò di cui ho bisogno, il mio sostegno. E lo trovo perché in essa affondo le mie radici, approfondisco il mio rapporto con essa, in tutte le diramazioni possibili. In questo non compio sforzi, non faccio salti, ma compio una sorta di nonlavoro.
Le parole stesse che pronunciamo sono fatte di radici, non solo le piante. Il nostro stesso sistema nervoso è un tessuto connettivo. La filosofia ci insegna che c'è un origine, un principio di tutte le cose e questo principio da una parte è il punto di partenza e dall'altra il fondamento. Anche gli esseri umani hanno le loro radici: la loro genealogia, i luoghi da cui provengono, ciò che hanno imparato, ecc. Non sono molto diversi dagli alberi, dai fulmini e dai fiumi: cercano tutti ciò che li alimenta e li fa prosperare.
Per farlo devono andare in profondità. Devono andare al fondo di ogni cosa, esplorarne ogni aspetto. Portare alla luce ciò che è nascosto, ciò che è segreto, un po' come prova a fare quel Guglielmo da Baskerville ne Il nome della rosa di Umberto Eco che tenta di divulgare il testo di Aristotele (creduto perduto) sulla Commedia e quindi sul riso. Il ridere è il fittone, l'asse principale della radice, di tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Gli altri fittoni sono il sentire, il cuore sincero, e la mente curiosa e desiderosa di sapere.
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Le parole sono come le foglie di un albero che ricevono la linfa e che assorbono la luce. Loro conducono ai rami e questi al tronco dell'albero. Là dentro non c'è più bisogno di distinzioni. Chi usa le parole impara a non usarle. Perché chi parla non sa e chi non parla sa.
"Non c'è più tempo per le carezze". Giuseppe passa con la
sua mano con un gesto di tenerezza sul legno che lavora per riparare alla
violenza. Giuseppe accarezza persino con gli occhi i suoi manufatti. Ora non si
carezza più ma si consuma solo. Le mani sono artigli e gli occhi si sono fatti
rapaci. Questo Tonino Bello
apprende nella sua
immaginaria sosta nella bottega artigiana del papà di Gesù. In tutto il
mondo si celebra oggi la
Giornata Mondiale della Terra. Io la voglio celebrare in questo mio blog con
la carezze di pace alla terra e agli ultimi di don Tonino, visto che due giorni
fa si sono celebrati i sedici anni dalla sua morte. Ci manchi Tonino.
Quando
ci sono crolli, disastri, persone che muoiono per incidenti spesso il pensiero
va all'episodio della Torre di Siloe narrato nel Vangelo di Luca. La domanda
alla quale si cerca una risposta è perché mai Dio permetta che degli innocenti
muoiano di morte violenta. Ho riletto e approfondito il brano. L'idea che me ne
sono fatto io è che restare lontani da Dio e/o schiavi del potere, delle
ricchezze, del lavoro porta a conseguenze disastrose. Realizzare delle opere non
per il bene comune, non per la collettività ma per un immediato tornaconto: è
questo il crinale che porta al disastro. Cambiare, invece, le proprie abitudini
e servire il prossimo ci evita le tragedie. Il pensiero va al recente terremoto
in Abruzzo ma anche agli altri terremoti, al Vajont, alle alluvioni, agli
Tsunami, ecc. Cercherò di dimostrare quanto dico riflettendo sull'episodio
narrato nella Bibbia.
Il brano evangelico
Ecco come ce lo presenta l'evangelista Luca, all'inizio del capitolo 13. "1 In
quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il
cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la
parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i
Galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se non vi convertite,
perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la
torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli
abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti
allo stesso modo»".
L'opera di Dio
La Torre di Siloe
menzionata da Gesù doveva essere una fortificazione nei pressi della vasca della
grande fontana di Siloe
a Gerusalemme. Da quella piscina veniva prelevata l'acqua per la benedizione
della festa delle capanne nota come
Sukot. Nei pressi di questa
piscina Gesù guarirà il
cieco dalla
nascita come narra il capitolo 9 del Vangelo di Giovanni. A proposito della
sua cecità i discepoli gli chiedono se essa non sia dovuta ai suoi peccati o ai
peccati dei suoi genitori, come si credeva a quel tempo. Gesù risponde: "Né lui
ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le
opere di Dio". Che vuol dire questa risposta? Che Dio ha reso cieco quell'uomo
di proposito? Dio è allora sadico e per giunta opportunista? E' significativo
che il cieco riacquisti la vista dopo essersi lavato con l'acqua della piscina
di Siloe, che significa "Inviato" ci dice Giovanni: si tratta di uno dei titoli
di Gesù. Non la cecità dunque ma l'acqua dell'inviato è stata messa a
disposizione degli uomini. Ce lo chiarisce meglio un'altro episodio in cui
l'acqua è protagonista: le
nozze di Cana. Sono la prima occasione in cui Gesù manifesta uno dei suoi
numerosi segni o prodigi. Questi ultimi erano necessari per gli Israeliti
perché ogni profeta doveva provare l'autenticità della sua missione con segni o
prodigi compiuti in nome di Dio. E sono essi, non le disgrazie o le
malformazioni dalla nascita che ci manifestano l'opera di Dio. Perciò Dio non
prepara, non vuole incidenti e disastri ma ci mette a disposizione tutto quello
che è possibile per evitarli. Sono conseguenze dell'operato delle donne e degli
uomini, non di Dio.
Le acque di Siloe
Sempre l'acqua e la piscina di Siloe sono protagoniste di un altro brano biblico
nel libro di Isaia che al
capitolo 8 dice:
«Poiché questo popolo ha rigettato
le acque di Siloe, che scorrono piano,
e trema per Rezìn e per il figlio di Romelia,
per questo, ecco,
il Signore gonfierà contro di loro
le acque del fiume,
impetuose e abbondanti:
cioè il re assiro con tutto il suo splendore,
irromperà in tutti i suoi canali
e strariperà da tutte le sue sponde".
Siamo ai tempi del re di Giuda Acaz, nato nel 735 e morto nel 721 a.C. E' in
corso la guerra
siro-efraimita (734-732 a.C.). Isaia invita il re a non temere Rezin di
Siria e Pecach di Israele che assediavano Gerusalemme. Acaz non gli dà ascolto e
stringe un patto con l'assiro Tiglat-Pilèzer. Gli assedianti furono sconfitti ma
Acaz diventò vassallo degli Assiri. Ecco allora il significato delle parole di
Isaia: il popolo ha rigettato le acque di Gerusalemme che scorrono tranquille
(la vasca di Siloe) e ha preferito le tumultuose acque dell'Eufrate. Alla
protezione divina è stata preferita l'aiuto dell'Assiria che però ha reso
schiavi i suoi vassalli. Questo ci ricorda da vicino quando alle acque
tranquille, alla natura preferiamo le acque tempestose, lo sviluppo
indiscriminato e a qualsiasi costo. Un'eruzione vulcanica, un terremoto, uno
tsunami sono fenomeni naturali, segno della vitalità del pianeta. E' la
stoltezza di chi cementifica soprattutto le coste, di chi costruisce in zona
sismica edifici che si sbriciolano subito che uccide le persone, non la natura e
tantomeno Dio.
I diciotto
Ma torniamo all'episodio di Luca, alla luce di questo excursus. Sappiamo
che la torre di Siloe significa la torre dell'inviato, che è Gesù. Sappiamo
anche che quella torre crolla uccidendo 18 persone. Perché 18? Furono
davvero 18 le vittime o si tratta di un numero simbolico come tutti i numeri
della Bibbia? La riposta esatta è senz'altro la seconda. Infatti poco dopo
questo episodio Luca ci narra la guarigione della donna curva "che aveva da
diciotto anni uno spirito che la teneva inferma". Perché proprio il numero 18
allora? Per capirlo bisogna far riferimento al numero sacro degli ebrei: il 7.
"Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò
nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo
consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva
fatto" (Gen 2,2-3). Agostino da Ippona in un suo
discorso dice che il numero 6 rappresenta il tempo. A questo va accostato il
numero 3 a cui si fa riferimento nel Vangelo di Luca subito dopo nella
parabola del fico sterile che appunto per 3 anni non aveva portato frutto.
Il numero 3 rappresenta "il tempo diviso in tre epoche: prima della legge, sotto
la legge, sotto la grazia, e cioè il tempo attuale". Agostino conclude, quindi,
in questo modo: "siccome il numero sei indica il tempo, non c'è dubbio che quei
diciotto che furono schiacciati dalla torre non si ravvidero in nessuna delle
tre epoche in cui il tempo si suddivide. Infatti se il sei rappresenta il tempo,
moltiplicato per tre il sei fa diciotto". Agostino dice: chi non si
ravvede perisce.
Il settimo giorno
Ma c'è qualcosa che non va, che non torna secondo me. Perché a volte perisce chi
è ignaro di una certa situazione, chi è davvero innocente, chi si fida
dell'operato delle autorità. Gli studenti morti nella casa dello studente in via
XX Settembre a L'Aquila lunedì mattina quale colpa avevano? Nessuna, è evidente.
Si potrebbe obiettare che il Vangelo ed Agostino stiano parlando della morte
spirituale e non di quella fisica, corporale. Ma è un modo per sviare il
problema e non coglie nel pieno il messaggio. Qui si sta parlando delle persone
che muoiono all'improvviso, per morte violenta, sotto le macerie come i 18 sotto
la torre o i Galilei fatti trucidare da Pilato. Per entrambi Gesù dice: "se non
vi convertite, perirete tutti allo stesso modo". Questo vuol dire: se non
cambiate le vostre abitudini morirete ancora a causa di disastri e incidenti e
uccisioni violente. E allora propongo una lettura un po' diversa da quella di
Agostino per quel numero 18. Per me diciotto significa 3 volte 6, 3 volte il
tempo del lavoro. Voglio dire che quei 18 sono morti perché non si sono
riposati, perché hanno dedicato tutto il loro tempo a lavorare e hanno messo da
parte il settimo giorno, il giorno dello spirito, della riflessione come
anche della festa, il giorno in cui l'uomo insomma, credente o meno, si
riappropria di se stesso e del senso del mondo. Se non c'è questo giorno succede
che cadiamo vittima degli interessi, che facciamo compromessi che non dovremmo
fare, che speculiamo sulla sorte degli altri. Si spiegano così gli edifici
costruiti in barba alle norme antisismiche, l'assenza di piani di evacuazione,
il non
aver ascoltato le numerose e forti scosse antecedenti quella di lunedì 6
Aprile. Ma allora gli studenti sono morti perché non hanno fatto festa il
settimo giorno perché anche loro sono stati schiavi e non persone libere? Alcuni
di loro si sono salvati perché sentendo le scosse precedenti hanno lasciato la
casa dello studente. Altri vi sono rimasti perché ritenevano non tanto
pericolosa la situazione e che loro dovere fosse prepararsi per gli imminenti
esami. Fidandosi delle autorità e della protezione civile e del fatto che quell'edificio
pubblico dovesse esser stato costruito secondo le norme anti-sismiche sono
rimasti al loro posto. Ed allora in questo senso la loro morte è un monito per
quegli amministratori che non fanno il loro dovere ma anche per i cittadini che
non vigilano sul loro operato. Oltre che per la casa dello studente lo stesso
discorso vale per l'Ospedale
di San Salvatore costruito dall'Impregilo.
"Alla nascita un uomo è tenero e
flessibile,
alla morte è duro e rigido.
Tutti gli esseri, l'erba e gli alberi
da vivi sono teneri e flessibili,
da morti sono duri e rigidi".
(Lao Tzu, Tao The Ching, traduzione italiana di Claudio Lamparelli, Oscar
Mondadori).
La flessibilità di cui ci parla il Tao non
è quella
flessibilità che sconfina nel precariato o nella mancanza di lavoro. La
flessibilità non è infatti sinonimo di sottomissione ma è semmai un
piegarsi a certe condizioni per un limitato lasso di tempo. Dopodiché ci sarà
una reazione (con una cotrospinta per riavere l'equilibrio, come nelle molle) o
una crescita in altra direzione qualora, ad esempio, un filo d'erba sia impedito
nella crescita da un ostacolo. Ci può essere adattamento ma mai sottomissione,
mail il sottostare a imposizioni. Che cos'è quindi il "diritto-dovere" di
governare di cui parla spesso Gianfranco Fini che negli ultimi tempi ha la sua
incarnazione nel frequente ricorso ai decreti della presidenza del consiglio di
Berlusconi? Che cos'è se non un'interpretazione rigida del mandato degli
elettori? Dov'è finita l'ottica del servizio nella politica di cui i padri
costituenti si sono fatti incarnazione? Non ha forse ragione Beppe Grillo quando
chiama con il termine di "dipendenti" i membri di senato e parlamento?
Tenerezza e flessibilità in questo momento
sono lontani da chi ha la responsabilità della cosa pubblica come della guida
della chiesa cattolica. Gli out-out di papa Ratzinger rispondono a un'ottica di
flessibilità o di rigidità? E il messaggio evangelico è fatto di tenerezza o di
durezza? La regola (dei benedettini o di altri ordini religiosi o i 10
comandamenti) è al servizio della vita o la vita deve sottostare alle regole? Si
può guarire un uomo dalla mano inaridita, come fece Gesù, anche in giorno di
Sabato considerato sacro e quindi privo di attività come è per i Farisei? Gli
africani possono o no utilizzare il preservativo? Dobbiamo guardare a ciò che si
deve e ciò che non si deve fare o al cuore?
Rigidità e durezza rispondono a quella
cultura della morte, più volte denunciata da Giovanni Paolo II, di cui è
pervaso tutto il paneta. Come interpretare lo sfruttamento delle risorse del
suolo e del sottosuolo a cui assistiamo a partire dall'età industriale? Serve
davvero a sfamare la popolazione mondiale o risponde invece a logiche di
accumulo di risorse solo nelle mani di pochi? L'aumento della povertà del mondo
e la concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi la dice lunga su questo.
Come anche le inondazioni di città come New Orleans, la desertificazione
di vaste aree del pianeta, il surriscaldamento del pianeta. "Le catastrofi
ecologiche (...) possono essere esaminate non solo cercandone la soluzione
esterna e istituzionale, come dobbiamo assolutamente fare perché si passi dalla
eco-nomia, con cui l'uomo detta i suoi principi e le sue leggi (nomoi)
alla natura, alla eco-logia, in cui uomo e natura ritrovino il dialogo (logos),
ma anche attraverso un impegno personale nella vita quotidiana, nei consumi
quotidiani finalmente più consapevoli e meno selvaggi, con un'applicazione delle
6 R: resistere, rinunciare, ridurre, riparare,
riusare, riciclare" (Giuliana Martirani, La danza della pace,
Paoline).
Georges
de la Tour, Il sogno di San Giuseppe, 1635
"Prendete il mio giogo sopra di voi e
imparate da me(...). Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero" (Mt
11,28-30). Questo dice Gesù a chi lo vuol seguire. Invita a prendere su di sé
quello strumento di legno che serve a tenere insieme i buoi per farli procedere
insieme quando si ara la terra che è il giogo appunto. A differenza di quel
giogo però il suo è leggero. Non è pesante. Questo e altri insegnamenti Gesù
apprese da suo padre Giuseppe. Giuseppe è il profeta della leggerezza.
Leggero è
il suo mestiere. Di lavoro, infatti, faceva il "téktón" che non si traduce
con falegname ma con un mestiere legato all'edilizia, forse uno scalpellino come
mi piace pensare. Lavorava comunque nell'edilizia, che duemila anni fa in
Palestina aveva a che fare con il legno come materiale da costruzione. Quando
allora Gesù raccomanda di costruire la propria casa sulla solida roccia (Mt 7,
24-27) parla per testimonianza diretta: chissà quante volte è stato sul cantiere
a guardare il padre e a lavorare con lui. Per Gesù Giuseppe è un vero e
proprio modello. Infatti quando parla di Dio lo definisce "padre", sebbene
abbia ragione anche Giovanni Paolo I che ebbe a definire Dio come una grande
madre.
Che Giuseppe sia l'uomo della
leggerezza lo confermano anche i sogni che fa. E' grazie a un sogno che decide
di sposare Maria. E' per un sogno che salva Gesù dalla strage degli innocenti di
Erode. Essere uomini di leggerezza non vuol dire certo che prendeva le cose alla
leggera o che fosse spensierato. Tutt'altro. Fare il muratore-carpentiere
all'epoca doveva essere un lavoro molto pesante e pericoloso. Avrà senz'altro
imparato a trattare il legno, le pietre, gli arnesi che adoperava con i ritmi e
i movimenti giusti. Perciò usò la leggerezza come metodo di lavoro ma anche
come filosofia di vita. Imparò a non essere schiavo del lavoro. Altrimenti
come faceva Gesù ad imparare ad insegnare a non essere schiavi né delle regole
né di nessuno?
Ma fu uomo di leggerezza perché
amò Maria, con la quale ebbe dei rapporti sessuali. E non fu il padre adottivo
di Gesù, ma il suo vero padre. E' vero che si legge nei Vangeli che Maria
concepì Gesù per opera dello spirito santo. Ma lo spirito santo forse disdegna
l'opera di spermatozoi e di ovuli? Gesù non può essere il figlio di Dio perché
viene concepito da una coppia che si ama? Perché per farsi uomo deve uscire
dall'utero di Maria e non essere prima stato nei testicoli di Giuseppe?
Mi sento molto legato a lui.
Sono convinto che quelle capacità narrative di raccontare parabole e di saper
così bene parlare in pubblico che aveva Gesù le avesse ereditate dal padre.
Chissà quante volte Giuseppe avrà raccontato delle storie a lui e ai suoi
colleghi di lavoro. Chissà quante volte si sarà fermato mentre lavorava per fare
una passeggiata con suo figlio, per andare a fare l'amore con Maria, per onorare
le feste e credo qualche volta (ma molto poche) andare a pregare. Credo non
sopportasse i religiosi dell'epoca. Gesù eredita da lui anche questo. Mi sento
molto legato al nome Giuseppe e non ho mai accettato vezzeggiativi e
diminuitivi per il mio nome. E la ragione è che mia madre ancora sotto l'effetto
dell'anestesia, dopo il parto cesareo, lo pronunciò per esteso "GGGGGGGiiiiiiiiiiiiiiiiuuuuuuuuuuusssssssssssseeeeeeeeeepppppppeeeeeeee"
all'infermiera che glielo chiedeva.
"Tra la nascita e la morte,
tre su dieci sono attaccati alla vita,
tre su dieci sono attaccati alla morte,
tre su dieci si agitano oziosamente.
Soltanto uno sa come morire
continuando tuttavia a vivere."
(Lao Tzu, Tao The Ching, traduzione italiana di Claudio Lamparelli, Oscar
Mondadori, 50)
C'è chi cerca di conservare tutto ciò che
ha, con la paura di perdere il suo status, le sue ricchezze, tutto ciò che ha.
C'è poi chi ha il culto della morte o ne subisce il fascino o appartiene
alle culture di morte come la guerra. C'è chi poi nel suo quotidiano non pensa
né alla vita né alla morte perché ha il suo lavoro, la sua famiglia, le
sue urgenze.
Soltanto uno ha capito che si deve morire.
E perciò vive ogni giorno. Sa come morire perché immagina ogni giorno la sua
fine. E desidera esser sereno in quel giorno. Perciò non trascura niente in ogni
minuto. Succhia il midollo della vita, la vive appieno. Vive insomma ogni
giorno come se fosse l'ultimo. E' la grande lezione, tra gli altri, di
Steve
Jobs.
"Ciò che è equilibrato si mantiene
facilmente.
Ciò che non è incominciato si prevede facilmente.
Ciò che è fragile si rompe facilmente.
Ciò che è piccolo si disperde facilmente.
Previeni i problemi prima che sorgano.
Coltiva l'ordine prima che nasca il disordine".
Sono parole del Tao The Ching nella
traduzione italiana di Claudio Lamparelli (Oscar Mondadori). Con esse proseguo
stamattina la nuova rubrica
Pensieri Leggeri. E i pensieri sono leggeri e semplici quando iniziano. Come
i problemi. Prevenirli prima che sorgano fa la differenza. E' il segreto del
problem setting, che è l'arte di
definire i problemi prima di risolverli. Ne parla
Umberto Santucci nel suo libro Fai Luce
sulla chiave (L'Airone). Del resto questa impostazione non è lontana
dall'adagio che dice "Chi ben comincia è a metà dell'opera" o da quell'altro che
recita "Prevenire anziché curare". Questo i contadini e i giardinieri lo sanno
molto bene quando curano le loro piante. La cultura popolare, poi, ci spinge a
raddrizzare ciò che è ancora verde finché si è in tempo. Altrimenti si può
verificare ciò che dice il proverbio "Il lupo perde il pelo ma non il vizio": si
possono acquisire dei vizi in gioventù che poi ti portano alla tomba, spesso
prima del tempo
"Coltiva l'ordine prima che nasca il
disordine" dunque. Perché, statene certi, il disordine arriva. Posso
sistemare finché voglio i laccetti delle mie scarpette, la mia casacca dentro o
fuori i pantaloncini negli spogliatoi e quando inizio a giocare posso fare tutti
i passaggi secondo gli schemi dell'allenatore. Ma se sono un giocatore so che a
un certo punto tutti correranno, forse gli avversari saranno più forti, forse
salteranno gli schemi. Sarà il caos con i compagni che gridano, l'allenatore che
urla, lo stadio in tumulto. Ma se non ho coltivato per un minuto almeno il mio
ordine interiore sarò subito in balia di tutto questo.
"Quando il governo è rilassato e
tranquillo,
il popolo è sano e bonario.
Quando il governo è duro ed esigente,
il popolo è intrigante e meschino.
(...)
Nel governare il popolo e nel servire il cielo
niente è meglio della moderazione".
Sono passaggi del Tao Te Ching che
cito dalla traduzione italiana di Claudio Lamparelli (Oscar Mondadori). Non
credo ci voglia molto a coglierne il senso. E penso che il parallelo con il
governo italiano venga subito in mente. In particolar modo penso alla durezza
con cui in Italia sono trattate le minoranze e gli immigrati. Ma penso anche ai
militari sparsi sul territorio nazionale e a tutta la propaganda sul tema della
sicurezza dei cittadini. A tutto sono ispirate le azioni del governo e
del parlamento (se e quando lo si lascia lavorare) tranne che alla moderazione.
Tutta l'insistenza da parte dei telegiornali italiani su questo tema, ad
esempio, non non è la risposta ad una vera emergenza. Sembrerebbe che i
reati in Italia siano in aumento e che soprattutto gli immigrati irregolari
siano propensi a delinquere. Invece gli immigrati criminali sono in percentuale
uguale agli italiani. Le violenze sulle donne, poi, sono in aumento ma non da
parte di immigrati o di sconosciuti: sono in aumento tra le mura
domestiche. Basta dare un'occhiata all'ultimo
Rapporto sulla criminalità in Italia.
Tutti sappiamo perché c'è tutta questa
propaganda in corso contro gli immigrati. Sappiamo benissimo che è una
propaganda strumentale. E a dire il vero la maggioranza tratta da criminali
tutti gli immigrati solo per sfruttarli meglio. La legge Bossi-Fini prevede
infatti il rimpatrio degli irregolari ma di fatto è piuttosto difficile che
venga fatto rispettare. Del resto in molti preferiscono avere la colf o la
badante in nero e sotto la minaccia di farla rimpatriare. Il popolo italiano è
intrigante e meschino come il suo attuale presidente del consiglio. Ci
sono delle eccezioni, ci mancherebbe, ma ora il popolo italiano è così perché
educato a dovere da decenni di diseducazione televisiva. Inutile che tu che
leggi vieni a dirmi che tanto tu non ti fai influenzare da Mediaset o
dalla televisione in generale. Se affermi questo è la prova più evidente che sei
condizionato perché non hai capito la potenza devastante dell'agenda
setting.
E che dire poi di tutta quella "leggerezza"
televisiva che ci vuol far distrarre e che ci vuol dare innocenti evasioni. "La
gente ha bisogno di evadere dalla dura realtà quotidiana" è il ritornello di
tanti tristi conduttori. E ci propinano la loro leggerezza. Che facciano, che
propongano. Io preferisco un'altra leggerezza: la leggerezza del "salto
del muro", del salto di tutte le chiacchiere, le stupidaggini, le insulsaggini.
Preferisco la leggerezza di Italo Calvino: "Se volessi scegliere un simbolo
augurale per l'affacciarsi del nuovo millennio, sceglierei questo: l'agile salto
improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo,
dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre
quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva,
scalpitante e romboante, appartiene al regno della morte, come un cimitero
d'automobili arrugginite" (Italo Calvino, Lezioni Americane, Oscar
Mondadori).
Inauguro con questo post una nuova
categoria per il blog che ho chiamato Pensieri Leggeri: sono
pensieri soprattutto mattutini che riprenderanno citazioni da testi esemplari
come la Bibbia, il Tao e altri. E saranno brevi, lapidari e quasi quotidiani,
promesso. Questo era più lungo perché non ho avuto il tempo per farlo diventare
più breve