Vitale's Blog
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 Eccomi qui : - )... di Giuseppe
 
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L'ideale, per l'intelletto umano, sarebbe di diventare una casa ospitale dove ogni apporto informativo è bene accolto e possano entrare non soltanto gli ospiti invitati o interessanti, ma anche il forestiero di passaggio e l'intruso.

Edward De Bono
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\\ Blog : Storico : Problem Telling (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Giuseppe (del 12/11/2009 @ 18:39:25, in Problem Telling, linkato 266 volte)
Oggi Umberto Santucci, consulente e formatore di problem solving strategico, è tornato ad insegnare in Accademia a L'Aquila per la prima volta dopo il terremoto. Umberto ha già dedicato un bell'articolo alla situazione dell'Abruzzo e in particolare del suo capoluogo, già a due settimane dall'accaduto, nell'articolo L'Aquila, le mani sulla città ferita. Se n'è anche tanto discusso dal punto di vista del problem solving nel gruppo Problem Telling su Facebook. All'indomani del terremoto avevo promesso che avrei seguito gli aggiornamenti della situazione per imparare la grande lezione che questo disastroso evento (per colpa degli uomini) sta fornendo a tutti coloro che hanno voglia di apprenderla. Perciò ho chiesto a Umberto di mandarmi le sue impressioni a caldo dalla città. Eccole qui di seguito.
Oggi ho fatto la prima lezione del corso all'Accademia dell'Immagine dell'Aquila. E' la prima volta che torno all'Aquila dopo il sisma. Ho fatto un giro nel corso principale, una delle pochissime vie accessibili. Oltre alla grande impressione della città deserta, mi hanno colpito piccoli particolari che si notano in situazioni apparentemente "normali": una crepa, un cartello a pennarello, un pilastro tutto imbracato. Anche nella foto della sede dell'INPS sembra tutto a posto, ma manca un pezzo di balcone e qua e là i blocchi di marmo sono disconnessi. Ora si prospettano tre possibilità: 1. farne un grande rudere abbandonando tutto e trasferendosi altrove; 2. dare tutto in mano a cosche politico/camorristiche che demoliscano il più possibile per ricostruire ispirandosi a Castel Volturno; 3. ripristinare il più possibile le facciate per recuperare il volto della città, e ricostruire bene all'interno, con criteri innovativi. L'ipotesi 3 è la più auspicabile, la 2 è la più probabile, anche se gli amici aquilani mi hanno detto che il prefetto si sta dando da fare nel controllo dei subappalti.
Fin qui la nota di Umberto. Se vogliamo sono le tre opzioni fondamentali per qualsiasi edificio nella città dell'aquila. E credo che tutta la serie di case che il governo sta costruendo ex novo vadano nell'ottica del primo punto perché comunque si tratta di edifici di nuova urbanizzazione. E' vero che costruire nuove case costa meno che ristrutturare le esistenti ma questo significa far dei centri abitati terremotati dei centri fantasma. Oppure delle grandi occasioni per le infiltrazioni mafiose per i cantieri della demolizione oltre che per quelli della costruzione. Ecco perché il terzo punto è il più auspicabile e il più conveniente, io credo. Il terremoto è stato un evento la cui possibilità non è stata presa in considerazione o trascurata pur essendo l'Abruzzo zona sismica e L'Aquila terreno che amplifica gli effetti dei terremoti. Abbiamo avuto una chiara dimostrazione che occorre prevenire gli eventi ponendoci dei problemi prima che accada l'inevitabile. Ora occorre prevenire un altro disastro socio-economico: il declino della città e della regione. Quali i problemi in campo? La parola ai commenti e a prossimi post in proposito.
 
Di Giuseppe (del 03/11/2009 @ 17:49:14, in Problem Telling, linkato 223 volte)
Encho era un famoso cantastorie. I suoi racconti d'amore commuovevano chiunque li ascoltasse. Quando raccontava una storia di guerra, era come se gli ascoltatori si trovassero proprio sul campo di battaglia. Un giorno Encho incontrò Yamaoka Tesshu, un laico che aveva quasi raggiunto la totale padronanza dello Zen. «Ho sentito» disse Yamaoka «che tu sei il più bravo cantastorie del nostro paese e fai piangere e ridere la gente a tuo piacimento. Raccontami la mia storia preferita, quella del Bambino Pesca. Quando ero piccolo dormivo accanto a mia madre, e spesso lei mi raccontava quella favola. A metà del racconto mi addormentavo. Dimmela come me la diceva mia madre».

Encho non osò affrontare subito questa prova. Chiese un po' di tempo per studiare. Dopo parecchi mesi andò da Yamaoka e disse: «Ti prego, dammi la possibilità di raccontarti la favola».

«Un altro giorno» rispose Yamaoka.

Encho restò molto deluso. Continuò a studiare e provò di nuovo. Yamaoka lo rimandò indietro molte volte. Quando Encho cominciava a parlare, Yamaoka lo interrompeva dicendo: «Non sei ancora come mia madre».

Encho impiegò cinque anni per riuscire a raccontare la favola a Yamaoka come gliel'aveva raccontata sua madre.

(Photo credit: k.Akagami)

Questa storia zen è tratta da fiordacqua e ci introduce il Problem Telling, che è l'arte di trasformare i problemi in narrazioni interessanti. Molti quando hanno un problema corrono a raccontarlo ai familiari o al vicino o agli amici. Altri riempiono la propria bacheca in Facebook per farlo. Altri ancora vanno in televisione a parlarne. Perché, si dice, quando c'è un problema non bisogna tenerselo dentro ma esprimerlo. Le possibilità odierne di raccontare i problemi sono davvero tante e passiamo molto tempo a farlo: metà del nostro tempo all'incirca è dedicato alla discussione di questo o quel problema sul lavoro, a casa, con gli amici. Questi ultimi a volte sono contenti di partecipare alla discussione di uno o più problemi ma molte altre volte o sono scocciati o non hanno tempo di discuterli. Ma il raccontare i problemi (più che l'ascoltarli) o l'agitarli è una delle attività preminenti dei mass media così come degli utenti dell'internet.

Ma davvero la prima cosa da fare quando ci capità un problema è raccontarlo? La risposta è si e no. Si perché questo ci aiuta a definirlo il problema, che è il primo grande passo da fare. No perché la maggior parte delle volte non sappiamo raccontarli i problemi, non sappiamo nemmeno bene cosa siano, li confondiamo con le condizioni o con gli obbiettivi o con falsi problemi e altro ancora. Possiamo allora raccontare i problemi a patto di imparare a raccontarli. E i talk show non aiutano in questo, come nemmeno, purtroppo, tante discussioni. Encho, pur essendo un cantastorie, uno storyteller professionista ha bisogno di studio, di tempo e di prove prima di riuscire a raccontare una storia nel modo semplice così come raccontava storie la madre di Yamaoka. Si badi bene che storia e problema sono due termini intercambiabili: ogni storia è un problema e ogni problema è una storia. Pensiamo a Romeo e Giulietta: senza il problema dell'opposizione delle rispettive famiglie al matrimonio dove sarebbe la storia? Il problem telling è l'arte che viene in soccorso all'inizio del nostro problema per definirlo e presentarlo a se stessi e agli altri (e sdrammatizzarlo). Ma ci aiuta soprattutto alla fine, quando il nostro problema, a questo punto reso interessante, va "venduto" a tutti coloro che devono mettere i soldi in un progetto, coloro che devono portarlo a termine, quelli che devono prendere una decisione in proposito. E qui il problem telling dà il meglio di sé fornendo prassi e strumenti per fare del nostro problema qualcosa di verosimile, seducente, convincente. Pensiamo a quanto bello, magnifico, seducente dovesse apparire l'enorme cavallo di legno lasciato da Ulisse sulla spiaggia. E' con esso che i greci risolsero il problema dell'assedio di Troia una volta per tutte.

(immagine: La processione del cavallo di Troia in un dipinto di Tiepolo)

 
Di Giuseppe (del 25/10/2009 @ 09:27:25, in Problem Telling, linkato 256 volte)
immagine del  test del Problem TellingChe cosa c'era nel programma di "Soccorso Vitale" per questa domenica? Non andare in panico, non ti sto interrogando ; - )
E' prevista una iniziativa ludica. Infatti, dopo aver introdotto giovedì 22 ottobre il Problem Telling, è ora di capire che tipo/a sei di fronte ai problemi. Qual'è il tuo profilo di fronte ai problemi? Sei decisionista oppure stoico? Piagnucolone oppure estroverso? Scoprilo con questo test. Appenai avrai terminato di farlo scrivimi una email per avvisarmi perché così ti invierò, in anteprima e gratis, Il Problem Telling in 25 domande, pubblicazione che Umberto Santucci ed io stiamo preparando in questi giorni. Se vuoi puoi venire a discutere del test e del problem telling nella bacheca di "Soccorso Vitale" su Facebook. Intanto, buon test.



 
Di Giuseppe (del 22/10/2009 @ 09:32:24, in Problem Telling, linkato 268 volte)

schermata di problemtelling.comE' la giornata del problem solving o, meglio, del problem telling quest'oggi, 22 ottobre 2009, a "Soccorso Vitale". Dopo aver esaminato ieri gli scenari di crisi, ci dedichiamo ora ai problemi: come definirli, come affrontarli, come raccontarli.

I problemi sono peggio dei diamanti: sono per sempre. Per quanto ci affanniamo per liberarcene ci accompagnano sempre e si riaffacciano ogni qualvolta ne abbiamo risolto qualcuno. Tutta la nostra vita ne è costellata. Nessuno vuol sentir parlare di problemi. I problemi, si sa, è meglio non averli e se qualcuno li ha cerca di risolverli il prima possibile. I problemi sono, infatti, percepiti come un fastidio, un ostacolo da cui liberarsi in fretta. Eppure "risolvere problemi è un’impresa specifica dell’intelligenza e l’intelligenza è il dono specifico del genere umano; si può considerare il risolvere problemi come l’attività più caratteristica del genere umano”. Sono parole di György Pólya, matematico ungherese, autore, tra l'altro, di How to solve it: soluzioni generali euristiche per risolvere problemi di ogni tipo.

Ma che cos'è un problema? I problemi ce li abbiamo sempre tra i piedi ma ci siamo mai messi ad osservarli per capire davvero che cosa il problema è e che cosa non è? Ci viene in aiuto il problem setting che alla voce "problema" dice: "Il problema è qualcosa che prima o poi può essere risolto. Un problema insolubile è un muro che va evitato e aggirato, o un non problema che va dissolto. Il problema solubile è una scalinata". Ciò che non può essere risolto non è un problema, questa è la prima distinzione da fare così come è importante distinguere tra problema e condizioni, problema e obiettivi, il saper porre bene o male i problemi. Con Aristotele possiamo allora dire che il problema è la soluzione in potenza e la soluzione è il problema in atto. Ma su questo consiglio di sfogliare tutte le pagine del problem setting.

Se abbiamo il giusto approccio al problema ci verrà voglia di raccontarlo in giro il problema. I buoni problemi sono come le buone notizie: non vediamo l'ora di raccontarle. Il problema va infatti raccontato, comunicato perché il problema va venduto per ottenere consenso intorno all'opportunità di risolverlo. E anche per ottenere decisioni e finanziamenti. Quindi è evidente la necessità di conversare con gli stakeholder, i soggetti "portatori di interessi", per parlare loro del nostro buon problema. Ma è anche necessario fare del problem telling all'interno dello stesso gruppo di lavoro. Un buon obiettivo ben definito in comune risveglia, infatti, tutte quelle energie e quelle risorse nelle persone che altrimenti non uscirebbero fuori. Per far questo occorre scomporre il nostro problema in problemi più piccoli e assegnare ciascuno di essi a rispettivi sottogruppi per ognuno dei quali individuare un leader, secondo il modello della leadership diffusa. In questo modo avremo singoli problem teller, che si sentiranno responsabili dei contenuti da narrare.

Questo del problem telling è un cantiere in corso d'opera che sta lavorando per mettere a disposizione di tutti questo approccio e gli strumenti che sta elaborando. Perciò durante l'inverno sono previste due giornate di workshop a Roma a cui interverrà anche Umberto Santucci, grande esperto di problem solving strategico. Chi vuole saperne di più e tenersi informato può iscriversi alla newsletter. Sul problem telling è anche disponibile un blog dedicato e un gruppo su Facebook.

 
Di Giuseppe (del 07/04/2009 @ 12:12:48, in Problem Telling, linkato 411 volte)

Come si gestisce un'emergenza? Come si affrontano i problemi di un'emergenza come il terremoto in Abruzzo? Che cosa fa un problem solver e/o un problem teller in situazioni come queste? Mi pare che un paragrafo  del libro di Umberto Santucci Fai luce sulla chiave sia molto chiaro a riguardo. Perciò lo riporto qui per intero.

"Spesso gli eventi precipitano in modo tale che non si ha il tempo di applicare una qualsiasi metodologia per definire e risolvere i problemi. Di fronte all'emergenza non c'è tempo per analizzare la situazione, e si corre subito ai ripari con azioni tampone.

Le decisioni spesso devono essere molto rapide, e non hanno lo scopo di valutare le alternative per scegliere la migliore, ma di imboccare subito una strada che porta fuori dalla crisi.

Spesso si va per tentativi, e si cerca di agire subito sugli effetti senza risalire alle cause, e non si può fare altrimenti. Se una persona è caduta nell'acqua e non sa nuotare, la prima cosa da fare è tirarla fuori. In un secondo momento si può cercare di capire perché è caduta nell'acqua, o si può perfino insegnarle a nuotare. E' importante ricordarsi di aver adottato un intervento tampone, e di procedere all'analisi della situazione e alla corretta definizione del problema.

In caso contrario l'emergenza si ripresenterà in modo sempre più grave, costringendoci ad un continuo tamponamento che rimanda la vera soluzione del problema.

Se l'emergenza si ripresenta puntualmente e diventa la normalità, ovviamente non è più un'emergenza, ma una nuova condizione in cui ci si viene a trovare. Dunque modi e tempi vanno riprogettati per adattarsi alla mutata situazione. Spesso ci si trova in difficoltà perché si reagisce nello stesso modo a situazioni che sono cambiate. Un esempio classico è il traffico. Nelle grandi città, ma ormai anche nei paesi, c'è ormai da più di 30 anni, quindi non è emergenza, è normalità. Ma noi continuiamo a pensare di muoverci come se il traffico non ci fosse o fosse diverso. Se c'è il traffico dobbiamo cambiare noi, magari andando più lenti (in bicicletta) per arrivare prima.

Oggi sempre più ci troviamo ad operare in sistemi complessi e turbolenti. Se dovessimo decidere ed agire solo quando possediamo tutte le informazioni necessarie resteremmo paralizzati. Tom Peters propone di agire velocemente a costo di sbagliare, e di diventare capaci di gestire e superare l'errore. E' il concetto di failure management, che Peters compendia in tre parole: fail, forward, fast. Sbaglia, vai avanti, fa presto.

Spesso chi opera nelle organizzazioni fa il contrario. Per paura di sbagliare non fa e non decide nulla. Ma così poi le cose diventano urgenti e spesso ingovernabili".

 Credo che le parole di Umberto ci consentano alcune rapide e utili indicazioni:

  1. ricordarsi che si sta tamponando una situazione e quindi tornare appena possibile a fare interventi definitivi e strutturali;

  2. i terremoti in Italia non dovrebbero più essere considerati emergenze, ma normalità: quasi tutta l'Italia è a rischio sismico;

  3. se le previsioni del ricercatore Gianpaolo Giuliani non sono attendibili al 100% bisognava comunque dargli ascolto, di fronte a certi fenomeni aspettare o no di avere tutte le informazioni può fare la differenza.

Da buon Problem Teller agli amici dell'Abruzzo e a tutti coloro che hanno a cuore la loro sorte prometto che tornerò sull'argomento. Lo dobbiamo fare per il bene di tutti. Per capire qualche volta. Per imparare ad ascoltare la natura: anche lo Tsunami poteva fare meno vittime in Asia se se ne fossero ascoltati i segni. Un problem solver e un problem teller hanno sempre tutte le antenne ben drizzate e stanno sempre in ascolto. Speriamo di non assistere ora alla solita storia noiosa degli aiuti e delle ricostruzioni che mancano quando si spengono i riflettori. Ma di assistere invece a tante buone storie (problemi) da raccontare.

Intanto qualche link per seguire da le ultime notizie dall'Abruzzo:

 
Di Giuseppe (del 02/04/2009 @ 14:31:42, in Problem Telling, linkato 411 volte)

Lo sapevi che c'è una tecnica infallibile che ti aiuta a risolvere il tuo problema in 3 passi? Eccola.

1. Risolvi il problema

Che aspetti? Quando un problema si presenta... fallo fuori. Perché continuare a farsi infastidire da lui? Toglitelo davanti con un colpo deciso e secco. E' la migliore strategia. Puoi stare sicuro: il problema non tornerà mai più.

 

2. Non fare niente

Se hai risolto il tuo problema, perché sei passato/a al secondo punto? Hai già finito, hai già fatto il tuo lavoro ragazzo/a. Goditi una vacanza... paga il padrino.

credit photo: Mimmo Cardone

3. Nessuno racconti niente

Non dire niente a nessuno su come hai risolto il tuo problema. E soprattutto assicurati che non ci siano testimoni. E se ci sono e parlano devi tornare al primo punto.

Bella, precisa., elementare ed infallibile eh? E pensare che occorrono solo 3 passi per risolvere il problema. Una tecnica molto economica. Peppino Impastato dovette fare ben cento passi per risolvere il suo problema e per giunta il problema restò e lui perì.

Forza canta con noi "Siamo i Watussi, siamo i Watussi,
gli altissimi negri,
ogni tre passi, ogni tre passi,
facciamo sei metri".

Perché devi restare indietro? Aumenta la tua falcata. Ogni tre passi risolvi un problema... quindi chissà quanti problemi puoi risolvere con questo ritmo, ci avevi pensato? Facciamo un rapido calcolo.

Problema: se ogni 3 passi risolvo un problema con i 100 passi di Peppino quanti problemi risolverò?

Svolgimento: 100 / 3 fa 33,33 periodico. Il numero perfetto. Altro che problem solving!

 
Di Giuseppe (del 04/03/2009 @ 10:46:34, in Problem Telling, linkato 706 volte)

Gioca bene le tue carte. Questa la bella motivazione utilizzata da Diego Agostini, psicologo e autore di saggi, che ha usato un gioco per animare una convention. Si tratta del gioco 1000 White Blank Cards, le cui regole sono disponibili in italiano e in inglese. Ho già parlato di questo gioco in un post definendolo "il più bel gioco di carte" e riportando l'intervista che Radio Due ha fatto ad Umberto Santucci, che lo ha ripreso e riproposto.  In sintesi il gioco è questo: invece di usare carte preconfezionate, si ritaglia un mazzo di carte da un cartoncino bianco, si distribuiscono cinque carte per ogni giocatore, e i giocatori, muniti di matita, o pennarelli, disegnano le proprie carte a piacere, con immagini, simboli, frasi, formule chimiche o matematiche, assolutamente quello che vogliono. A turno ognuno gioca la sua carta, dicendo come ci si deve giocare. La dinamica del gioco si sviluppa man mano in base alle imprevedibili carte.

In un articolo su Manager Zen, Santucci parla di nuovo del gioco con degli approfondimenti. Tra questi riporta la testimonianza di Diego Agostini. Nella fase finale del gioco Agostini ha spiegato "che ognuno doveva tenere per sé la carta scelta, del cui valore sarebbe diventato 'paladino' per l'implementazione della vision, mentre avrebbe dovuto regalare le altre quattro carte agli altri, e ricevere dagli altri altrettante carte". Come commenta lo stesso Agostini, "lo scambio delle altre quattro carte è ancora una metafora molto bella della cooperazione, e dell’uso di risorse secondarie come patrimonio da condividere. Non a caso c’è stato un crescendo di emozione, movimento e comunicazione".  Quindi ognuno diventa paladino di una mission che la propria carta rappresenta e ha dei doni, dei compiti per altre quattro persone da consegnare. Quale miglior modo di scambiarsi dei valori e dei contenuti?

Gioca bene le tue carte ci dice Agostini. Prima o poi nella vita ciascuno ha le sue, è tutta questione di giocarle al meglio. Se le perdiamo o le sottovalutiamo abbiamo perso delle occasioni. E si rimane senza se non si gioca: piove sempre sul bagnato, è una legge dell'economia e della società tutta. Se non hai nessuna carta fa qualcosa per averne, per quanto difficile. Così ne riceverai altre. Per esempio, io lo scorso 25 febbraio mi sono inventato l'online meeting Non Auguri Ma Progetti, in occasione del mio compleanno. Ho scambiato i miei talenti in quell'occasione ma quello che ho ricevuto ha surclassato quel poco che potevo dare. Ed ora sto sviluppando quando ho ricevuto per trasformarlo in idee, iniziative e progetti. Quel che neanche i partecipanti sanno ancora è che in quell'occasione ho ricevuto delle carte di oracoli, simili ai tarocchi, che una mia amica ha disegnato. E presto le utilizzerò al meglio per interagire in uno show in diretta web, stay tuned...

 
Di Giuseppe (del 23/02/2009 @ 11:41:59, in Problem Telling, linkato 323 volte)

Il senso comune dice che un problema è una specie di disavventura, di sfortuna, di catastrofe quasi. Quando qualcuno dice che c'è un problema la prendiamo come qualcosa che non doveva esserci, tutto doveva filare liscio. Per il senso comune in pratica è qualcosa che va storto. E' come se stiamo infilando un cassetto nell'armadio e un chiodino o qualsiasi altra cosa ci impedisce di farlo. E' come se stiamo realizzando un vaso al tornio e il nostro vaso ne esce deforme. Eppure qualche volta sentiamo parlare dei problemi di chi ha tanto denaro, ad esempio, o di chi ha una vita felice in coppia: i problemi di quando le cose vanno bene. Ed in quest'altra occasione esclamiamo: vorrei averli io quei problemi! Qui entra in gioco un'altra accezione del problema come conseguenza di uno stato o di una condizione o di un'azione. Il problema cessa di diventare un blocco, qualcosa che ottura la pompa dell'acqua quando annaffiamo le piante e diventa qualcosa da tenersi o da affrontare, arrivati in una certa situazione. Se devo andare ad incassare una grossa somma di denaro il trasportarla con sicurezza sarà il mio problema che, però, a differenza di prima accetto volentieri.

Ma il problema è ancora di più. E' qualcosa di ancora più positivo. Quello che spesso vediamo di un problema è solo la punta dell'iceberg. Il problema è in realtà un'opportunità travestita, come dice Paul Hawken. Pensiamo, ad esempio, alle grandi crisi finanziarie come quella del 2008-2009 e come quelle del passato: la crisi petrolifera del 1973 ad esempio o la Grande Depressione del 1929. Queste crisi come altre ancora rappresentano un'opportunità perché consentono di abbandonare abitudini e meccanismi sbagliati e perversi e di fare delle scelte più mirate e adeguate ai tempi e alla situazione. “Il problema è qualcosa che prima o puoi può essere risolto” scrive Umberto Santucci. E ancora: “il problema è una struttura euristica che istruisce un processo di ricerca con lo scopo di arrivare ad una soluzione”. E quindi, fatto il problema, trovata la soluzione potremmo dire. Un vero problema è sempre qualcosa che contiene in sé la soluzione. Con Aristotele potremmo dire che il problema è la soluzione in potenza e la soluzione è il problema in atto. Ogni problema contiene dentro di sé la soluzione, come i blocchi di marmo per Michelangelo contenevano già la statua che lui tirava fuori, liberava. I problemi sono i nostri bei blocchi di marmo di Carrara che aspettano là davanti a noi che li trattiamo con la nostra arte. Siamo noi che affrontiamo i problemi i veri artisti di oggi!

Proprio Umberto Santucci sarà ospite di "Non Auguri Ma Progetti", l'evento online del 25 febbraio dedicato al Problem Telling, oltre che alle mappe del pensiero. E' un'occasione aperta a tutti per capire più da vicino che cos'è e come funziona il problem solving strategico.

 
Di Giuseppe (del 17/01/2009 @ 12:49:11, in Problem Telling, linkato 461 volte)

Cari schiavi d'Egitto, caro popolo eletto e chiamato alla liberazione, la vostra guida è stata sul monte della rivelazione ed ora è discesa in mezzo a voi che vi stavate già scolpendo falsi idoli.

Un decalogo il dito del pensiero libero e della narrazione dei problemi irresistibili ha scritto sulla pietra ed ora ciascuno di noi lo scriva nel suo cuore e nella sua mente.

I. Io sono il tuo problema e ne avrai altri dopo di me. La vita è piena di problemi e risolto uno di loro ne sorgono molti altri. Avremo sempre problemi, non è una scoperta difficile da fare. Paul Hawken, padre del capitalismo naturale, la descrive in una sua pubblicazione.


II. Non nominare i problemi invano, ma chiama i problemi con il loro giusto nome. Non ti lamentare dei tuoi problemi. A volte lo facciamo per affettazione, con enfasi. Smettiamo di farlo avremo meno stress, una vera liberazione.


III. Ricordati di fare festa dopo un problema risolto, perché dopo ne avrai ancora altri. C'è sempre un tempo per gioire e un tempo per preoccuparsi. C'è il tempo della festa e il tempo del lavoro. Quindi lasciamoci andare alla gioia.


IV. Onora e ringrazia i tuoi problemi, perché sono loro che ti tengono in vita. Senza saresti perso. Spesso pensiamo che una vita senza problemi sia una vita invidiabile, una specie di paradiso da raggiungere a tutti i costi. Chi non ha mai vissuto in campagna per esempio pensa che vivendoci avrà raggiunto il suo karma, salvo poi scoprire che ci sono gli insetti, la pioggia che rende la terra fango...


V. Non uccidere la tua fantasia e i tuoi talenti. Sono loro a creare i tuoi problemi irresistibili, da condividere con gli altri. Ansia e depressione sono due grandi malattie del nostro tempo. Spesso sono causate dal fatto che non crediamo più in noi stessi magari per le tante delusioni della nostra vita. Ma spesso queste delusioni sono ingigantite dal fatto che ci rifiutiamo di vedere il lato positivo delle cose.


VI. Non creare problemi insani ma pensa sempre a problemi cristallini, trasparenti e belli. Più è bello il problema più saremo coinvolgenti e virali. E quindi sempre più persone lo vorranno condividere. La nostra gelateria ha la fila fuori perché tutti vogliono il nostro gelato? Ecco un bel problema irresistibile. Come creare problemi di questo genere? Problemtelling.com può aiutarti.


VII. Prendere spunto dagli altri e vedere come hanno affrontato i loro problemi è lecito. Quindi "ruba" i problemi degli altri.


VIII. Non crearti falsi problemi.


IX. Non desiderare altre donne oltre la tua... non basta quanti problemi lei ti crea? Non me ne vogliano le donne per questa provocazione, è chiaro che anche gli uomini creano tanti problemi noiosi ; - )


X. Non desiderare i problemi negativi degli altri, ma sii invidioso di quelli buoni e positivi.

 
Di Giuseppe (del 04/01/2009 @ 11:09:44, in Problem Telling, linkato 380 volte)

Chi nella vita non ha incontrato almeno un problema?

Quando abbiamo un problema pensiamo subito che sia qualcosa di negativo che sta là a sbarrarci la strada. Vi si spezza la chiave della serratura della porta il 15 agosto? Allora abbiamo un problema. Vi hanno rubato l'auto? Abbiamo un altro problema. Vi hanno licenziato, abbiamo un altro problema. In effetti questo genere di problemi ci causano disagio, scoraggiamento, reazioni negative.

Ma non c'è anche un'altra categoria di problemi. Li possiamo chiamare problemi irresistibili. Li ha descritti bene Paul Hawken, padre del capitalismo naturale. “Se io avrò sempre problemi e ogni impresa avrà sempre problemi, qual'è la differenza tra una buona impresa e una cattiva impresa?
La buona impresa ha problemi interessanti, l'altra problemi noiosi. Il buon management è l'arte di rendere i problemi così interessanti e le soluzioni così costruttive che tutti vogliono avere a che fare con esse. Il cattivo management presenta i problemi in maniera tale che la gente cerca sempre di evitarli, di trasformarli in promemoria, di delegarli o di cestinarli. I problemi buoni galvanizzano. I problemi cattivi snervano.
Sono buoni problemi l'eccesso di domanda (o la domanda insufficiente) di un buon prodotto, le troppe opportunità di espansione, i clienti che arrivano la domenica pomeriggio chiedendo di visitare l'azienda, gli estranei che cercano di attribuirsi il merito del nostro successo, i dipendenti più in gamba di noi (caso non raro) e i concorrenti validi quanto noi, se non di più.
Sono cattivi problemi l'eccessiva domanda (o la domanda insufficiente) di un prodotto che sappiamo scadente, la clientela ostile, i mutui da rimborsare, lo staff sovraccarico, sottopagato, non apprezzato e perciò malcontento.
Il nostro compito come titolari e manager non è risolvere ogni problema. Il nostro compito è creare un'azienda con problemi irresistibili che spingano persone brillanti, non comuni, a unirsi a noi per risolverli” (Paul Hawken, Come scegliersi un'attività e farne un business, Tascabili Bompiani)".

Esistono quindi problemi noiosi e problemi interessanti. E la distinzione non è soggettiva. Non è perché io sono un appassionato di musica lirica che tutti i problemi del Teatro alla Scala debba giudicarli interessanti. La distinzione è oggettiva o, se volete, non è centrata su di me e le mie passioni ma su quello che il mio problema può fare per i miei clienti, per i miei amici, per la mia città... Facciamo una breve lista di problemi interessanti, irresistibili allora:

  • lo start up di un'impresa;

  • l'idea stessa di voler intraprendere qualche attività;

  • uno studente che debba decidere un percorso di studi;

  • una storia d'amore che sta nascendo;

  • una storia d'amore che presenti dei problemi perché entrambi si amano molto;

  • la decisione di fare degli investimenti;

  • il voler allargare l'organico di dipendenti;

  • sfornare pizze e focacce che già alle 12 sono finite;

  • voler reagire a condizioni di degrado sociale e criminalità;

  • voler fondare un'associazione, un gruppo;

  • i milioni di utenti che hanno fatto di Facebook il secondo social network visitato al mondo (dopo Blogger).

E voi nella vostra attività che genere di problemi avete? Fatevi una vostra lista di problemi che gli altri possano condividere con voi e questo vi aiuterà a sviluppare la vostra attività. Per chi è iscritto a Facebook da oggi c'è anche un gruppo dedicato all'arte di narrare questi problemi: Problem Telling.

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