Vitale's Blog
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 Eccomi qui : - )... di Giuseppe
 
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Il vero artista arde con ciò che gli succede intorno, è attratto dalla vita che è divenuta oggetto del suo studio e della sua passione, si pasce avidamente di ciò che vede, si sforza di marcare tutto quanto riceve dall'esterno.

Konstantin Stanivslaskji
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\\ Blog : Storico : Recensioni (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Giuseppe (del 10/08/2010 @ 11:37:36, in Recensioni, linkato 312 volte)
Allen Carr
"Stai dimagrendo. Come fai? Cosa mangi e cosa non mangi?". Questa è la domanda che più di qualcuno mi sta rivolgendo negli ultimi giorni perché il mio dimagrimento, cominciato lo scorso 10 luglio e quindi un mese fa, inizia ad essere visibile ad occhio nudo. La domanda mi viene rivolta soprattutto da coloro i quali magari desidererebbero intraprendere un percorso analogo, simile. Ebbene chiedere cosa mangi e cosa non mangi è un punto di partenza sbagliato che ti porta immediatamente al fallimento se solo ci provi. Perché sottintende la privazione da questo o da quell'altro cibo. E se c'è privazione c'è infelicità e se c'è infelicità c'è la tentazione di assumere proprio quei cibi che si vorrebbero evitare. Perciò la questione non è evitare i dolci, ad esempio, o i formaggi ecc. Semmai è, piuttosto, mangiare gli alimenti che ci piacciono. "Potete mangiare i vostri cibi preferiti, quando e quanto volete, e pesare quanto desiderate, senza dovervi sottoporre a diete o particolari esercizi fisici, senza dover usare la forza di volontà o strani espedienti e senza sentire né infelicità né alcun senso di privazione". Bello eh? Bellissimo e verissimo. E' quel che scrive Allen Carr in E' facile controllare il peso se sai come farlo (EWI editrice). Devo proprio ad Allen Carr, nella foto in alto a sinistra, non solo il mio dimagrimento ma uno stato di salute migliore e un umore più felice che sono tra le più belle conseguenze di questo cambiamento innescato dal suo libro.

Sgombriamo subito il campo, quindi, da inutili e dannosi digiuni, da farmaci e pseudo-farmaci, da esercizi in palestra o da altre attività sportive e ginniche. Tutte queste cose non servono a dimagrire. L'attività sportiva non agonistica ci può aiutare a tenerci in forma ma non è la causa del dimagrimento. Come si fa allora a dimagrire? Tutto quello che occorre è che bisogna avere buon senso, da una parte, e usare la testa per capire, dall'altra. Infatti, non ho neanche ancora finito di leggere il libro che in modo naturale e tranquillo, quindi senza sforzi, ho iniziato a dimagrire. E non solo io: anche mia madre ha iniziato a farlo leggendo questo libro.

L'obiezione ora potrebbe essere: la nostra alimentazione è una faccenda molto delicata ed occorrono consigli di dietologi e nutrizionisti perché la salute non è una roba che si affronta in modo improvvisato e senza conoscenze. Giusto. Io ho visto persone che sono state in cura presso dietologi e che hanno perso molti chili, spesso in poco tempo. Alcune di queste dopo qualche mese erano più grasse di prima. Com'è possibile? Non hanno più seguito la dieta o ha sbagliato il dietologo? Forse sono vere entrambe le affermazioni. Ma esiste un manuale molto dettagliato e preciso che ci dà tutte le indicazioni su cosa mangiare, come e quando. Non è il libro di Allen. Semmai lui ci spiega dove trovarlo questo manuale e come consultarlo. Io ho iniziato a farlo e sto molto meglio. Non vi svelo altro perché dovete affidarvi a quanto scrive nel libro che vi consiglio.

Non sono il solo a consigliarlo, c'è molta altra gente che lo fa e vi invito a leggere le loro testimonianze. Esse si basano tutte sul metodo che Allen Carr chiama Easyweigh. In inglese "easy" sta per facile e "weigh" per peso. E' lo stesso metodo usato per smettere di fumare che si chiama Easyway ("way" in inglese sta per via) che ha avuto molto successo. E' un metodo psicologico, viene detto sul sito web, che "rimuove la convinzione che fumare offra una qualunque forma di piacere o di supporto. Viene quindi meno quella sensazione di sacrificio e privazione che accompagna gran parte dei tentativi di smettere e ci si sente liberati dalla paura di farlo". Per quanto riguarda il sovrappeso posso dire che questo mese per me non solo non è stato una privazione, ma ho (ri)scoperto il piacere di mangiare. Vi terrò aggiornati, nel blog, con i progressi e il diario di questo percorso. Intanto vi sarei grato se mi scriveste nei commenti cosa ne pensate o se avete domande da fare o esperienze da raccontare.
 
Di Giuseppe (del 17/12/2009 @ 12:48:25, in Recensioni, linkato 665 volte)

Sergio Rubini e Guido GiaquintoSergio Rubini ha rifatto Pinocchio. A suo modo, è ovvio, ma lo ha rifatto. E' questa l'impressione che ho del suo nuovo film L'uomo nero. E' da qualche tempo che guardo alcune sue foto, non pubbliche, e penso a Rubini come un novello Pinocchio. Mi sembra evidente che anche lui ci pensa da diverso tempo e che magari prima o poi ci regali una pellicola dedicata proprio al capolavoro di Collodi, dopo che ci ha provato Roberto Benigni non con risultati eccelsi però. Anzi c'è di più. Carla Cavalluzzi sua compagna nella vita (che fa anche una figurazione speciale nel film) e co-sceneggiatrice del film lo dice con chiarezza: "per me è un pinocchio moderno". Ne parla anche l'autore della recensione su cinetvmania definendo il piccolo Guido Giaquinto come un Pinocchio. Mi sembra proprio il caso di indagare la relazione tra l'ultimo lavoro di Rubini e le avventure del celebre burattino che voleva diventare un bambino.

Le riprese in Puglia"La menzogna è fondamentale per uno che racconta. Per raccontarti davvero devi mentire" afferma il regista pugliese in un'intervista a Trovacinema. E questo, io credo, non è solo perché ogni autore romanza la realtà e quindi mente. C'è un rapporto più profondo tra menzogna e racconto come sapeva bene Omero che nell'Illiade ci narra di Ulisse che attraverso l'espediente del cavallo di Troia riesce ad entrare nella città, dopo averla assediata per tanto tempo. Lo sapevano bene gli attori dell'antica Grecia che usavano le maschere non solo come mezzo di amplificazione della voce ma anche come strumento per rivelare l'anima dell'attore, non per nasconderla come i più credono. Le maschere non servono a mascherare, ce lo fa notare anche Dario Fo nel suo Manuale minimo dell'attore (Einaudi). Per Collodi la bugia diventa espediente narrativo che fa procedere la storia con esiti spesso sorprendenti. L'operazione che fa Rubini è: parto da premesse vere che sono la mia famiglia, il mio tempo, la mia visione del mondo da bambino però poi faccio procedere tutto verso direzioni che in realtà non si sono verificate. Vi racconto una delle tante storie che si sarebbero potute realizzare, non quella vera. E vi racconto una bugia perché rivela molto più della verità. D'altronde un film non è mai un'operazione di verità come il grande Fellini ci ha fatto capire: è sempre una selezione dei momenti migliori della vita perché quest'ultima se la racconto per filo e per segno è noiosa.

Che il piccolo Gabriele sia un Pinocchio lo si capisce subito da tanti particolari come:
  • il suo amore per il luna park mai soddisfatto dal padre Ernesto;
  • la figura del suo migliore amico che è una sorta di Lucignolo;
  • il suo accompagnarsi con delle visioni: arlecchino, l'uomo nero (chiaro riferimento a Mangiafuoco), ecc.;
  • il suo gioco con i burattini.
Una scena del filmE i suoi genitori sono l'equivalente di Geppetto e della fatina. Ernesto (Rubini) è un geppetto la cui passione non è lavorare il legno ma dipingere. Sembra addirittura non amare suo figlio, metterlo sempre in secondo piano. Ma in realtà cerca solo di fargli capire chi è un uomo: raggiungere la vetta e non dirlo a nessuno, saper mantenere un segreto pazzesco. La mamma Franca (Valeria Golino) è un'amorevole severa che sa rimanere al suo posto nonostante la gelosia e la follia del marito. Una vera donna del sud.

Il ciak del set de L'umo neroE allora in questa chiave quasi tutte le scelte che regista e produzione hanno fatto sono le più azzeccate che si potevano fare. A partire dal piccolo protagonista cercato tra migliaia di bambini in ben cinque mesi di casting. Per proseguire con tutto il resto del cast sia artistico (ad eccezione di Anna Falchi secondo me) sia tecnico. In proposito i critici di cinema non sono stati teneri con Nicola Piovani, che ha fatto le musiche. Quasi tutti lo tacciano di aver fatto una colonna sonora troppo simile a quella di La vita è bella di Roberto Benigni. Invece questa somiglianza non solo ci sta tutta ma è addirittura un magnifico pastiche. I critici non hanno capito che la bottega di Benigni è molto simile a quella di Rubini: sia per il film su Pinocchio sia per La vita è bella. In entrambi abbiamo un bimbo e il suo genitore per protagonisti. E le atmosfere, la brillantezza, i profumi sono gli stessi. Molto meno azzeccato è il paragone con Baaria di Giuseppe Tornatore. Non ho ancora visto il film ma non ci vuole molto a capire che il regista siciliano ha fatto un'epopea mentre quello pugliese una storia molto più intima e riservata. Rubini è molto attento alla critica e la usa per capire e migliorarsi. Ma stavolta dal mio piccolo mi sento di dirgli come dice Pinuccio (Riccardo Scamarcio) ne L'uomo nero a Ernesto: "quelli anche se gli porti La gioconda di Giovanni Pascoli anna' disc ch'è na schifezz!" (quelli, i critici, anche se gli porti La gioconda di Giovanni Pascoli devono dire che è una schifezza). A detta di alcuni miei amici attori e filmaker questo film delude perché ci si aspettava di più da Rubini. Io dico: è vero, può fare molti altri capolavori anche superiori a questo ma questo film è un piccolo capolavoro, davvero straordinario. A me è piaciuto tantissimo. Tornerò a rivederlo e magari a riparlarne nel blog. Bravo Sergio e bravi tutti. Fantastica anche la fotografia di Fabio Cianchetti anche se non capisco perché in Puglia si usa quasi sempre solo la piena luce diurna estiva. A quando un bel film pugliese pieno dei nostri straordinari tramonti? Magari ci scappa che lo faccio io, con il sistema di produzione The coproducer. Qualcuno ci sta a lavorare con me? :) Anche perché mi è proprio dispiaciuto non aver potuto più lavorare in questo film. Dovrei serbare delusione e rancore. Invece sono innamoratissimo di questo film. Chi vuole può saperne di più seguendo questa mini mappa qui sotto.

 
Di Giuseppe (del 04/02/2009 @ 16:04:39, in Recensioni, linkato 310 volte)
Se si realizza una mappa mentale de L'auto insabbiata, il libro in cui Giorgio Guidelli racconta il rinvenimento della prima "bara" di Aldo Moro, noterà tre termini chiave che tra l'oro si richiamano e s'intrecciano, nei diversi rami della mappa: "Aldo Moro", "Macerata" ed "esposizione" (della Renault 4 rossa).

Il primo termine chiave è Aldo Moro. Per quanto protagonista, infatti, è lui l'uomo che manca in tutta la vicenda. Scrive l'autore: "Trent'anni di chiacchiere. Più o meno utili. Ma senza memoria. Rimestando nel torbido, nel fango, nel complottismo, nelle paranoiche riflessioni. Ma senza un centro: l'uomo. Perché è quello che manca". E' il fantasma, insomma, di tutto l'affaire così come si è sviluppato nelle indagini della commissione stragi e negli studi e nelle ricostruzioni che si sono avute dal suo ritrovamento nel bagagliaio di una Renault 4 rossa il 9 maggio del 1978, a cui è dedicato il libro, fino ad oggi. Aldo Moro è anche il paziente del medico Giuseppe Giunchi, già sindaco di Serravalle di Chienti. In questo paese della provincia di Macerata Moro era stato a trovare il suo medico personale. Dalla contrada Dignano proprio di Serravalle di Chienti proviene quel Filippo Bartoli che utilizzava per il suo lavoro quotidiano quella R4 rossa che fu rubata dai brigatisti e poi utilizzata per restituire il cadavere di Moro alla famiglia in Via Caetani a Roma. Fin qui i due termini chiave "Aldo Moro" e "Macerata". Giorgio Guidelli se ne ricorda mentre stava conducendo una ricerca sugli anni di piombo marchigiani. E' in quest'occasione che gli viene l'idea di ritrovare quella auto così importante, suo malgrado, per la storia italiana, almeno al pari della A 112 in cui fu ammazzato dalla mafia il generale Dalla Chiesa che ora si trova in un museo. E nel libro racconta le emozioni, i sentimenti e le fasi di questa ricerca fino al suo ritrovamento per poi esprimere alcune riflessioni sulla vicenda.

Sempre a Macerata Guidelli va a intervistare il questore Paolo Passamonti. Passamonti è uno dei poliziotti che si ritrovò a lavorare sul luogo del rapimento Moro del 16 marzo 1978 e uno dei primi ad accorrere al rinvenimento del suo cadavere. Ed allora il binomio "Aldo Moro" e "Macerata" è un binomio significativo. E' come se fosse stato scritto nelle cose da un abile drammaturgo, come accade sempre per le grandi vicende. E presta il fianco ad un gioco di parole per cui possiamo dire che Aldo Moro è l'uomo macerato. I 55 giorni sono stati infatti giorni di grande tormento per il presidente della Dc che da un iniziale possibile esito favorevole della vicenda con la sua liberazione si trovò invece pian piano a realizzare l'esito della condanna a morte. Ed è macerato perché il corpo stesso del potere è stato abbassato a sacco, a cadavere macilento sporco di sabbia e bitume e raggomitolato, seppure nel bagagliaio dell'auto più capiente dell'epoca.

Sempre di Serravalle di Chienti è un altro ex sindaco, tal Vincenzo Ronchetti che chiede l'esposizione di quell'auto in pubblico: "Sarebbe interessante rievocare quei giorni e la memoria dell'onorevole Moro esponendo nella piazza del paese la Renault 4 rossa di Filippo Bartoli. E' un simbolo della storia che tutti vogliamo ricordare e che, purtroppo, ha visto coinvolto anche il nostro paese". Ronchetti non è il solo a desiderare l'esposizione di quell'auto perché la vuole anche il brigatista Valerio Morucci, intervistato da Guidelli. Rispetto a Venanzi però Morucci candida Roma come luogo più adatto.

Quell'auto è rimasta nell'orto della casa di Bartoli nella periferia romana per trent'anni, dimenticata. Ed è di estrema importanza riportarla alla luce perché come scrive lo stesso Guidelli "La memoria è fatta di ricordi. Ma anche d'oggetti che riportano all'uomo". Guidelli racconta come ha fatto a ritrovarla e le emozioni che questo gli ha suscitato. L'esposizione di quell'auto sarebbe un segno importante per la storia del nostro paese. Ma nel frattempo la storia continua perché il legittimo proprietario dell'auto, il fratello di Filippo, dopo 30 anni si è ripreso l'auto e nessuno sa dove sia ora.
 
Di Giuseppe (del 22/01/2009 @ 16:38:42, in Recensioni, linkato 726 volte)

Fai luce sulla chiave, il libro di Umberto Santucci, riguarda il problem setting, che è l'arte di definire i problemi prima di risolverli. Perciò nella prima parte si dedica alla definizione del problema e degli ambiti del solving e del setting. Passa poi a spiegare come orientarsi al problema e alle tecniche da adottare. La parte successiva esplora le aree di interesse che vanno dall'organizzazione al management, dalla consulenza al marketing, dalla comunicazione al business e alle risorse umane. Chiarisce, poi, quando ricorrere al problem setting per poi illustrarne la metodologia. Infine considera le tecniche e gli strumenti da adottare. Chiude il libro una ricca biblio-sitografia.

Il problema.
Un problema nasce sempre da un disagio o da uno stato d'ansia ed è la percezione di una carenza. Come tale può essere risolto. I problemi irrisolvibili, per definizione, non sono dei problemi. Un problema vero è un riduttore di complessità perché da essa estrae le variabili necessarie alla sua soluzione. Per poterci riuscire occorre fare molte domande per iniziare a distinguere tra il solving, che riguarda cosa fare, e il setting, che riguarda la definizione del problema. Il setting, infatti, ci mostra la scalinata da salire e che è controllata dal project management. Il solving, invece, ci fa risalire la stessa scalinata con la valutazione finale attraverso un debriefing.

La situazione.
Un problema non è mai isolato ma si trova sempre all'interno di una situazione. La situazione del problema include le condizioni che sono diverse e che vanno distinte dalle premesse e dai problemi stessi. Il traffico cittadino, ad esempio, non è un problema ma una condizione. Il problema va quindi ben definito nei suoi aspetti e bisogna farlo nel modo giusto verso se stessi e verso gli altri.

Il problem solving.
Uno dei meriti di questo libro è spostare l'attenzione dal problem solving al problem setting. Scrive infatti Santucci: " In genere quando ci si riferisce a metodi e tecniche di soluzione dei problemi si parla di 'problem solving', forse perché si preferisce mettere in evidenza il momento risolutorio che ci libera dallo stress del problema. Tuttavia il solving viene dopo il setting, ed è anche meno importante dal punto di vista gerarchico. Chi pone i problemi in genere ha un potere superiore a chi li deve risolvere. Basti pensare al maestro che assegna il problema e all'allievo che deve risolverlo" (pp. 31-32).

Come fare problem setting.
E' un libro generoso quello di Santucci perché insegna con chiarezza come fare problem setting. Per fare problem setting occorre definire la situazione e quindi considerare:

  • cosa si è fatto;

  • le circostanze;

  • gli attori;

  • come potrebbe peggiorare la situazione;

  • le condizioni;

  • l'ambiente;

  • le cause sia esterne sia interne.


Invita, insomma, a diventare sensibili ai segnali deboli, come fanno le organizzazioni che apprendono, e al disagio. Insegna, poi, a cercare le vie d'uscita, definire i termini del problema, comunicarlo e raccontarlo. Il problema va infatti narrato perché il problema va venduto "per ottenere consenso intorno all'opportunità di risolverlo. E anche per ottenere decisioni e finanziamenti".

L'orientamento ai problemi.
La gestione dei problemi implica per Santucci l'orientamento ai problemi stessi. Questo orientamento richiede il passaggio dal pensiero logico, di tipo deduttivo e induttivo, al pensiero laterale che usa metafore, visualizzazioni e similitudini. Implica anche il pensiero sistemico che è proprio delle visioni sintetiche.

Le domande.
Un problema è una struttura euristica. Quindi richiede delle domande che vanno realizzate con la tecnica giusta e che devono essere interessanti per attivare la collaborazione dell'intervistato che, altrimenti, può eludere, mistificare, sostituire i problemi.

Un buon manuale.
Fai luce sulla chiave è un buon manuale per le organizzazioni attente alla catena del valore, che vogliono apprendere e che non si fanno sorprendere dai cambiamenti in corso. E' un buon manuale per i manager che accettano la sfida della complessità e che adottano il marketing laterale. E' il manuale per i comunicatori verso il proprio gruppo di lavoro e verso gli stakeholder. E' il manuale, infine, per le persone che utilizzano l'intelligenza emotiva nel proprio lavoro.

Quando ricorrere al problem setting.
Una domanda importante per i lettori di questo libro è: Quando si ricorre al problem setting? Se la risposta è "quando emerge il problema" si tratta della risposta sbagliata. Perché in questo caso è già tardi. Al problem setting si ricorre quando le cose vanno bene, a monte del processo perché altrimenti dopo occorrono più sforzi e più risorse.

Merodi e tecniche.
L'altra domanda è: con quali metodi e con quali tecniche si attua il problem setting? E' ovvio che non ci sono soluzioni pre-confezionate e che si tratta di una consulenza di processo in cui occorre un gruppo di lavoro ben organizzato. Perché si tratta di analizzare a fondo il disagio e le condizioni in cui si verifica. Si tratta, poi, di individuarne le aree di criticità, di gerarchizzare i problemi e di fare del buon problem telling.

 

 
Di Giuseppe (del 30/12/2008 @ 17:54:51, in Recensioni, linkato 526 volte)

Il Don Giovanni deve la sua straordinaria popolarità agli attori della Commedia dell'arte italiana. Per due secoli fu infatti un loro cavallo di battaglia. Straordinario è stato infatti il successo della Commedia dell'arte in tutta Europa fino all'avvento di Carlo Goldoni quando ritornò il dominio della scrittura. Perciò fa piacere vedere la compagnia Pantakin di Venezia che ricostruisce e porta in scena il canovaccio Le Festin de Pierre di Dominique Biancolelli con lo spettacolo Arlecchino/Don Giovanni che andrà in scena al Teatro Paisiello di Lecce il 28 e il 29 marzo 2009 durante la stagione di prosa presentata oggi 30 dicembre 2008 alla stampa. Opportuno è l'allestimento della mostra di maschere Volti di cuoio perché permetterà di vedere da vicino questa grande produzione artigianale del teatro italiano.

Quando la Commedia dell'arte stava attraversando con successo il periodo a cavallo tra '500 e '600 in contemporanea William Shakespeare scriveva e metteva in opera le sue celebri opere. Tra queste il poema non drammatico Venere e Adone che Valter Malosti prova a portare in scena sia come regista sia come interprete con il suo spettacolo che sarà in programmazione il 24 e il 25 Febbraio. Una volta tanto è un uomo, Adone, che rifiuta le profferte erotiche di una donna, Venere.

Il gioco tra uomini e donne si ripropone sotto altre vesti nel Ho dovuto ucciderle (quasi) tutte in cui Elio Pandolfi nei panni di Giacomo Puccini si racconta quale "serial-killer" di soprani. Lo spettacolo andrà in scena il 24 gennaio, è prodotto dalla nuova associazione culturale leccese Scenastudio che inaugura così una stagione che la vedrà impegnata anche con la realizzazione di laboratori di recitazone, dizione e improvvisazione teatrale.

Ancora alla femminilità, a una donna particolare, affetta da "disturbo bipolare" è legata la stagione di prosa 2008-2209 del Paisiello di Lecce. L'11 e il 12 gennaio andrà infatti in scena L'Altra Nora da Casa di Bambola di Henrik Ibsen. Tra gli interpreti Lunetta Savino che torna così in Puglia. Altro pugliese a calcare le tavole del Paisiello sarà Michele Placido con il percorso poetico, musicale e sentimentale da Dante a Montale Un viaggio d'amore in scena il 31 marzo 2009.

Si presenta con questi appuntamenti una stagione teatrale che nelle intenzioni della direttrice artistica Carla Guido è legata al filo conduttore della ri-scrittura, adattamento o rivisitazione dei classici. Per questo la commedia dell'arte, il poemetto erotico pastorale di Shakepeare, la rivisitazione di un classico di Ibsen. Ora, di fronte a questo, dilemma fondamentale della vita quotidiana è: "è meglio mangiare prima e poi andare a teatro o prima andare a teatro e mangiare dopo"? Se ne occuperà Gene Gnocchi in Cose che mi sono capitate in scena il 18 e il 19 Marzo. Tra le cose che possono capitare nella vita c'è La Panne ovvero la notte più bella della mia vita in scena il 7 e l'8 febbraio con Gianmarco Tognazzi e Bruno Armando. Ottavo appuntamento in cartellone è La strada, dramma con musiche tratto dall'omonimo film di Federico Fellini.

Maggiori informazioni su tutta la rassegna dovrebbero essere presenti nei prossimi giorni nel sito del comune di Lecce e in quello del teatro pubblico pugliese. Dovrebbero anche essere disponibili si si chiama il numero verde 800215259 o i numeri del comune 0832 246517 e 0832 253791. E' disponibile anche l'email tp@teatropubblicopugliese.it Le prevendite sono al Castello di Carlo V, in via XXV Luglio a Lecce, telefono: 0832 246517. Ecco i prezzi dell'abbonamento:

  • platea            144,00    €

  • palchi            104,00     €

  • palchi ridotto   64,00    € 

Ecco invece i prezzi dei biglietti:

  • platea            20,00    €

  • palchi            15,00    €

  • palchi ridotto 10,00   €

  • loggione          7,00    €

Se avete bisogno di informazioni su Lecce, dove parcheggiare la macchina, dove mangiare, quali posti è meglio prenotare potete scrivermi, sarò felice di rispondervi.

Buona stagione teatrale al Paisiello di Lecce.

 

 
Di Giuseppe (del 13/12/2008 @ 15:11:12, in Recensioni, linkato 699 volte)

L'auto insabbiata. La bara di Moro ritrovata trent'anni dopo. Si intitola così il breve saggio di Giorgio Guidelli, il giornalista che ha rintracciato l'auto con cui il cadavere di Aldo Moro fu restituito.

"La Fiat 130 su cui viaggiava Aldo Moro il 16 marzo del '78 e l'Alfetta di scorta che lo seguiva erano custodite, prima della recente demolizione, presso il museo della Motorizzazione Civile di Roma. Ma la R4 che rappresentò la prima 'bara' di Aldo Moro che fine aveva fatto?" si chiede Manlio Castronuovo in un suo post.

Quell'auto, la più famosa della storia repubblicana, giaceva a Roma nel pollaio di Filippo Bartoli, fratello del proprietario dell'auto. Filippo usava la R4 per trasportare la sabbia con cui produceva il bitume, da qui il titolo l'auto insabbiata. Prima del rapimento di Aldo Moro i brigatisti gli rubarono la macchina. A seguito poi dl ritrovamento dello statista l'auto gli fu restituita e per trenta anni è stata dimenticata. Finché Guidelli non l'ha riportata alla luce.

Un articolo dell'Ansa dell'agosto di quest'anno titola: La Renault 4 rossa, bara dimenticata. Anche il libro di Guidelli riporta nel sottotitolo il termine "bara". E' uno dei motivi per cui ho deciso di acquistare e leggere il testo. La bara è, infatti, l'involucro con cui un cadavere è seppellito dopo che sono state celebrate le esequie e che magari accompagna il morto nel suo ultimo saluto al mondo, quando la bara è aperta. Certo, è suggestivo questo termine se si pensa all'immagine del cadavere di Moro dentro il cofano con il portellone aperto.

Tuttavia quell'auto è molto più e ben altro che la semplice bara della vittima più illustre di tutta la storia d'Italia del secondo dopoguerra. Da pubblicitari, come li battezza, Marco Belpoliti, in un altro bel piccolo saggio, i brigatisti dell'affaire Moro diventano organizzatori del funerale, becchini. Di buon mattino parcheggiano la macchina con il cadavere a Via Caetani e più tardi telefonano per avvertire dove trovarlo e per dettare le ultime disposizioni di Moro prima di essere ucciso. E ancora oggi vogliono continuare ad essere gli artisti della memoria di quella vicenda. In un’intervista del Gennaio 2007 Valerio Morucci propone di esporre in pubblico la macchina in cui fu ritrovato Moro a Roma incastonata in un monumento. Non c’è dubbio, come scrive Belpoliti, che si è trattato e che continua a trattarsi di una guerra semiologica, in cui i segni sono più importanti di ogni altra cosa.

E' con queste premesse che mi accingo a leggere L'auto insabbiata ma anche con la sensazione che quell'auto abbia ancora molto da dirci. Peccato che nel frattempo l'R4 sia sparita dal pollaio di Bartoli e che non si sappia dove ora sia.

Appena terminata la lettura del libro ne riporterò in questo blog la mia recensione.

 

 
Di Giuseppe (del 09/12/2008 @ 01:42:25, in Recensioni, linkato 668 volte)


Foto sopra: mangiafuoco del Cirque du soleil, fotografia di Antonio Palma

Penso che un sogno così non ritorni mai più...

Così cantava Domenico Modugno che non era nato lontano da Lecce, a San Pietro Vernotico, e che sognò di volare... di sicuro i creatori di Il sogno di volare avranno anche pensato a lui mentre mettevano a punto lo spettacolo con questo titolo andato in scena a Lecce durante la notte bianca del 5 dicembre 2008. Ideatori ed artisti dello spettacolo sono stati quelli del Cirque du Soleil.

Io c'ero posso dire ed era davvero una gran cosa... E credo che le migliaia di salentini che hanno riempito piazza Sant'Oronzo come un uovo non dimenticheranno per un bel pezzo questo spettacolo di acrobazie, giocoleria, canto e musica dal vivo creato apposta per questa occasione.

Una grande notte, la notte dei sogni di un buffone con creature che vengono da altri tempi e che si materializzano sulla piazza con tutta la loro forza e la loro energia. Come, ad esempio, l'uomo sulla ruota panoramica che ha mostrato grande destrezza e senso dell'equilibrio restando in piedi su una ruota simile alle ruote panoramiche dei luna park.

Foto sopra: Cantante del Cirque du soleil, fotografia
di Antonio Palma

Una grande occasione per Lecce e per il Salento tutto di vedere una delle troupe più straordinarie del pianeta. Sono rare, infatti, le date del cirque in Italia. C'è stato qualche problema come ad esempio la mancanza di una regia che sfruttasse al meglio tutte le possibilità del grande impianto luci, qualche disorientamento per la compresenza nello stesso tempo di più fuochi di attenzione, la puzza dei milioni di piume sparate in aria e poi bruciate durante il momento dei mangiafuoco... ma è come voler vedere l'unghia lunga di chi ci addita la luna. E questi artisti internazionali hanno additato non solo la luna ma altri mondi pieni di fantasia, immaginazione, sogno... Un sogno così non ritornerà mai più, una ragione in più per ricordarlo il più a lungo possibile.

Ed allora possiamo anche ricordarlo con questo buon video qui sotto.

Le opinioni dalla piazza, invece, le possiamo vedere in un altro video di Salento Web. Altre foto e altre opinioni in Ciao.it. Altre foto ancora del fotografo Antonio Palma le ho pubblicate su Facebook.

 

 

 
Di Giuseppe (del 24/09/2008 @ 17:00:18, in Recensioni, linkato 1284 volte)

Paul Hawken

Come scegliersi un'attività e farne un business

Il manuale per chi accetta la sfida di migliorare la propria condizione

Tascabili Bompiani, 2000

 

Una conferma della rivoluzione dell'economia informativa 

 

Il mercato è fatto di persone e non di consumatori. Queste persone sono interessate a standard diversi da quelli a cui sono state abituate e relazioni di lunga durata con le aziende. Questa relazione è basata soprattutto sulla fiducia. I prodotti e i servizi che i clienti cercano devono essere della massima qualità, ecocompatibili e durevoli. Questo scriveva nel 1987 l'uomo d'affari e ambientalista Paul Hawken in Growing a business, tradotto per la prima volta in Italia nel 1988 e ristampato da Tascabili Bompiani nel maggio del 2000 con il titolo Come scegliersi un'attività e farne un business. Ciò che scriveva dunque Hawken nella seconda parte degli anni '80, in piena epoca di manager rampanti, era profetico e le relative implicazioni del suo discorso sono ora in pieno svolgimento anche se una buona parte dei grandi e piccoli imprenditori, a cui è soprattutto rivolto il manualetto, non le ha ancora capite. La vera differenza per Hawken nella produzione la fa l'informazione di più alto livello che ci mettiamo. Quest'informazione deve mettersi al servizio della gente a cui l'imprenditore deve sempre pensare. Hawken cita a questo proposito Steve Jobs che presso la Xerox PARC vide il primo personal computer e ne capì tutte le potenzialità per milioni di utenti nel mondo.

 

Una grande lezione di naturalezza

 

 Paul Hawken ha fondato diverse imprese di successo, tra queste la Smith & Hawken, azienda che vende attrezzi per lavorare la terra per corrispondenza. Questa sua vicinanza alla terra e quindi alla natura deve averlo indotto a comprendere tutto il valore del tasso di crescita naturale. Egli invita, infatti, a riflettere sul fatto che la velocità non coincide con la maturità, la qualità e la costanza. Il giusto ritmo nelle cose richiede invece di ascoltare, osservare e pazientare. Una lezione, questa, non lontana dagli elogi alla lentezza, tra cui quello di Franco Cassano ne Il pensiero meridiano. Tra i modelli che Hawken invita a scovare egli addita ad esempio un bambino, una quercia, un animale domestico. Questo insegna come gestire sia l'insuccesso sia il successo. Nell'introduzione l'autore stesso scrive: “Argomento di questo libro è (...) la crescita dell'impresa, con tutto ciò che il termine 'crescita' comporta: prestare attenzione al mondo circostante, imparare dagli altri, mutare se stessi”.

 

Un'ottima guida per sviluppare l'abilità commerciale

 

 Crescere vuol dire anche prestare attenzione al mondo circostante, dunque. Non è un caso che quando l'autore passa a parlare dell'abilità commerciale dica che il cuore di quest'ultima sia la capacità di vedere la realtà che spesso, purtroppo, le imprese anche grandi come la General Motors non vedono. Vedere la realtà vuol dire non credere che il mondo sia fatto secondo le nostre credenze e porsi, di conseguenza, sempre tante domande su di esso e su quello che facciamo. Occorre in questo tanta umiltà e tanto impegno. Gli imprenditori d'assalto e quelli che si limitano a controllare tanti consigli di amministrazione siano avvisati.

 

 

 

 

Un buon vademecum per il successo

 

 Il coinvolgimento di anima e mente e quindi di tutte le facoltà di un imprenditore è imprescindibile per la buona riuscita di un'impresa. Su questo Hawken non fa sconti, avendo vissuto in prima persona questa necessità, problemi inclusi. Su questi ultimi egli si è accorto che, oltre ai diamanti, i problemi sono per sempre, che accompagnano l'azienda in ogni sua fase. E in proposito ha un'intuizione di gande implicazione per il problem solving: “La buona impresa ha problemi interessanti, l'altra problemi noiosi. Il buon management è l'arte di rendere i problemi così interessanti e le soluzioni così costruttive che tutti vogliono avere a che fare con esse. Il cattivo management presenta i problemi in maniera tale che la gente cerca sempre di evitarli, di trasformarli in promemoria, di delegarli o di cestinarli. I problemi buoni galvanizzano. I problemi cattivi snervano”.

 
Di Giuseppe (del 03/01/2008 @ 13:10:00, in Recensioni, linkato 457 volte)
Mata Hari"Uccisa dalla sua bellezza", questo è l'epigrafe che scriverei sulla tomba di Mata Hari se fosse stata sepolta in una tomba. Purtroppo fu gettata in una fossa comune, visto che nessuno reclamò il suo corpo. Poco prima era stata fucilata perché condannata a morte dall'esercito francese in cui aveva militato come agente segreto. L'accusa era di aver fatto il doppio gioco. E molto probabilmente era vero. Faceva il doppio gioco tra i tedeschi e i francesi, appunto. E durante la prima guerra mondiale questo non gli venne perdonato. Perché lo faceva? Perché i francesi le avevano promesso un milione di franchi se avesse rivelato informazioni capitali. Voleva tutti quei soldi per vivere accanto all'ufficiale di cui si era innamorata e che aveva grandi debiti di gioco. Ma i suoi calcoli andarono male: non solo non riuscì ad avere le informazioni necessarie ma i francesi la arrestarono e la condannarono a morte.
Ieri sera è andata in onda lo speciale Super Quark su questa star internazionale, che è anche in assoluto una delle donne più belle e seducenti di tutto lo star system di tutti i tempi.  Nella ricostruzione della sua vita mi ha colpito la durezza, la spietatezza con cui i due eserciti (tedesco e francese) la trattarono. E soprattutto  la mancanza di pietà di chi la condannò e la fucilò.  Fu davvero una condanna a morte per il suo doppio gioco? Fu solo questo ad ucciderla? In fondo non era una grande spia, anzi era una dilettante e non combinò mai niente di eccezionale da questo  punto di vista.  Penso che  quella società europea  in guerra, che fomentava e alimentava la violenza e l'ipocrisia  non poteva tollerare una donna "spudorata" che  amava  fare l'amore con tanti bei ufficiali. Mi ricorda un po' Marylin Monroe. Ambedue erano considerate donne molto belle e tutt'e due erano "pericolose" perché sapevano sedurre e volevano godere l'amore. Furono uccise dalla loro bellezza.
 
Di Giuseppe (del 12/12/2006 @ 20:15:20, in Recensioni, linkato 677 volte)


Il documentario Amaviti di cui Annamaria Gallone, presidente e regista della Kenzi Productions, mi ha fatto dono di una copia mi ha permesso di guardare agli ultimi sviluppi del fenomeno della pizzica che negli ultimi anni ha avuto un'esplosione dal punto di vista musicale, è ovvio, a partire dal Salento dov'è nata. Il documentario è girato San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, e si incentra su una delle tre forme di pizzica conosciute: non la Pizzica Tarantata che era in voga nel periodo in cui Ernesto De Martino pubblicò La Terra del rimorso (1956) ma la più recente "Pizzica De Core", la pizzica del cuore, dei sentimenti, della vita che si affranca dai dolori e dalle sofferenze della vita nei campi per conoscere l'agiatezza e un forse maggiore senso di libertà. Per questo, penso, nel documentario si sentono pochissimo i tamburelli e si sentono tanto, invece, gli strumenti a corda. Il ballo, invece, conserva le movenze di un tempo sebbene innestate nelle capacità motorie della coppia di danzatori che viene utilizzata per le riprese di Annamaria. Meno comprensibile è la ripetizione ai giorni nostri delle movenze sul lenzuolo che erano tipiche delle tarantate. Questo è utile forse ai fini didattici e di comprensione del fenomeno ma non se ne intravede la necessità artistica. Questa necessità si fa urgente perché la pizzica è diventato fenomeno di moda, ci sono persino dei corsi nelle scuole di ballo e non c'è gruppo in Puglia che non abbia un repertorio di pizzica magari accanto all'ultima canzone di Laura Pausini.

Ma come la si può ritrovare questa vena? Forse può aiutarci la terza delle forme della pizzica: la Pizzica triste e muta. Ernesto De Martino, nel testo prima citato, elenca casi di tarantate ma soprattutto tarantati non sensibili alla musica. Tutt'al più si potevano intonare delle nenie funebri o melanconiche. De Martino cita, poi, Kircher che "attesta che spesso i tarantati rappresentavano la parte di soldati, di capitani, di governatori, di pugili, di oratori popolari". Una sorta di mondo alla rovescia insomma! In altri termini questa forma di pizzica poco incline al trattamento musicale era un carnevale. Per questo ho scelto la Canzune alla rovescia come sottofondo musicale alla presentazione che ho realizzato del documentario. Il morso della tarantola diventava dunque il tempo della festa, il tempo per sovvertire l'ordine costituito, riparare agli orrori del quotidiano. Da questo punto di vista è un fenomeno non dissimile alle feste della cultura popolare nella Francia moderna studiate da Robert Muchembled. Ma è significativa la vocazione allo spettacolo, al teatro che le attestazioni di Kircher chiamano in causa. Chi è stato testimone della richiesta della grazia che i tarantati facevano nella chiesa di "Santu Paulu" a Galatina potrebbe attestarlo. Tra le foto scattate dal gruppo di studiosi che accompagnò De Martino destano la mia attenzione quelle del tarantato Donato che si arrampica su una mensola dell'altare nella chiesa, mentre la tarantata Caterina è immersa nella sua depressione ansiosa, e poi stende la sua mano verso la tela che raffigura San Paolo con il serpente. Sin troppo evidente il tentativo di una narrazione per simboli che questo tarantato prova a fare. Ed è tuttuno con gli episodi ciati da Kircher e che non sono lontani dalla Danza delle spade, nella notte del 14 agosto a Torrepaduli, che è la sublimazione di antichi duelli zingareschi.

Un tempo ci si affrancava dal duro lavoro nei campi e dalle sue incertezze attraverso il tempo della festa, un tempo ben separato da quello quotidiano, molto di più di quanto lo è ora. In questo senso la pizzica era un anelito di umanità, di libertà e quindi di riscatto. Naturale quindi pensare al suo rapporto con la malinconia e con la depressione. E in questi casi la musica spesso scivolava addosso al corpo del tarantato che invece cercava un altro tipo di comunicazione le cui forme narrative e gestuali sono riconducibili al teatro popolare. Era, in sintesi, un modo di decolonizzarsi rispetto alla pratica onnipresente delle cure musicali che venivano prestate. Simile opera di decolonizzazione andrebbe forse oggi effettuata rispetto al pervadere dei troppi gruppi di pizzica. Analoga decolonizzazione andrebbe effettuata rispetto a tutte le culture del corpo egemonizzanti e di moda ai giorni nostri: hip hop, aerobica, balli pseudo "latino-americani" ma anche le troppo diffuse scuole di calcio, di danza, ecc. Dico questo forse perché mi sono accorto del valore decolonizzante che certo training teatrale consente e quindi sono di parte, schierato. Ma se vogliamo ricostruire un mondo autentico bisognerà liberarsi da tutto ciò che autentico non è.
 
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