giu 07

Born in Tarantopoli

Disegno con narratore di storie

Dopodomani, giovedì 9 giugno, sarò all’Enò Wine Bar di Taranto per uno degli appuntamenti di Riconversione Culturale del comitato Taranto Lider. Mi hanno chiesto una presentazione che voglio condiviere con i lettori del blog.

Mi chiamo Giuseppe Vitale, ho 37 anni e sono figlio di un ex operaio dei cantieri navali Tosi a Taranto, che qualche volta ha lavorato anche per l’Italsider, oggi Ilva. Lasciato quel mondo mio padre ha trovato la sua nuova vita nell’arte, affinando soprattutto l’arte dell’aerografo che un po’ gli ricorda la pistola a spruzzo con cui verniciava le fiancate delle navi.

Vivo in una terra  dove molti miei coetanei e persone più giovani di me lavorano all’Ilva, se non fanno i militari, visto che sono i posti di lavoro più gettonati. Io che ho fatto l’obiettore di coscienza e che non ho mai fatto domanda per lavorare nelle acciaierie ho dovuto cercare sempre difficili alternative. Una di queste, su cui ormai insisto da anni, è quella di raccogliere e raccontare le storie e le situazioni della mia terra o di altri sud del mondo. Un po’ per esorcizzare quei mostri che compaiono e minano la nostra esistenza e che possono essere “lu nanni Orcu”, piuttosto che gli usurpatori del nostro destino. Ne è nato uno spettacolo di cunti, culacchi, leggende popolari che si chiama Mistero Salentino, dove la tradizione medievale dei misteri, diventata barocca dopo la dominazione spagnola, si stempera nella risata, in una sorta di “rito alla rovescia”, figlio del mondo alla rovescia del carnevale, della satira.

Ho eretto domicilio in quella che chiamo “Tarantopoli”: una sorta di unica megalopoli tra Taranto e Napoli, i cui vicoli, le cui strade, i cui palazzi, la cui gente cerco di frequentare ogni volta che posso, per seguire un sempre più forte istinto, un richiamo della foresta: foresta perché per una intera vita precedente sono rimasto estraneo, ma le radici mi riportano alla Grande Madre, a succhiare i seni di Mar Piccolo e Mar Grande a Taranto o a lasciarmi cullare sopra Castello dell’Ovo a Napoli. E in questa “città della taranta” che scommetto di crescere perché me ne sento figlio, dove il morso che ho ricevuto non sfocia in musiche e coreografie colorate come nella “pizzica de core”, la pizzica con numerosi strumenti a corda: piuttosto appartengo al mondo della pizzica triste e muta, quella pizzica che a discapito della sua malinconia produce quell’affabulazione che conoscono bene i Griot africani un po’ narratori e un po’ sacerdoti e che mi rimette in pace con il mondo nei momenti di rabbia e frustrazione.

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mag 29

Il ritorno del mio male necessario

Carrisi, il bidello corrotto di Musica Silenziosa

Carrisi, il bidello corrotto di Musica Silenziosa. Foto di Eleonora Lombardi.

Domani, 30 maggio 2011, torno su un set e in particolare su quello de Il sole dentro di Paolo Bianchini. Il regista e i suoi assistenti si sono convinti che sarei stato quel commerciante di bambini che cercavano. Un piccolo ruolo da cattivo, dunque, per questo film che inizierà le riprese proprio lunedì.  E che è un po’ per me un ritorno perché già nella miniserie Una musica silenziosa, ora in post-produzione, avevo un altro ruolo da “cattivo”: sono il bidello corrotto e raccomandato del conservatorio al centro delle vicende. Un po’ mi sto abituando negli ultimi tempi a indagare le ragioni del male, per via anche del lavoro fatto nel Macbeth di Shakespeare  che ha debuttato lo scorso 29 aprile, dove sono una delle tre streghe e assassino.  Un male necessario, che viene dal fato, che si deve accettare mostrando la giugulare, perché se ci si oppone le conseguenze sono peggiori. E’ quel male che fa muovere le cose, un deus ex machina nella macchina da spettacolo shakespeariana.  Una macchina quest’ultima che sto imparando a conoscere dal di dentro in questo periodo. Oltre che nel Macbeth sono, infatti, impegnato in altri due lavori che hanno a che vedere con il celebre drammaturgo in qualche modo: uno è Più leggero di un suspir, uno spettacolo comico scritto da Francesco Niccolini mettendo insieme tutte le morti o quasi delle tragedie di Shakespeare appunto e l’altro è il Moby Dick, sempre di Niccolini, che è si una trascrizionne in forma di poema teatrale del romanzo di Melville ma è ancora un viaggio shakespeariano nell’inconscio. Nel primo spettacolo sono uno degli attori, nel secondo assistente alla regia. Tutti questi spettacoli vedono alla regia Enzo Toma e sono prodotti da Maccabeteatro.  Dopo aver lavorato, quindi, negli anni precedenti con l’improvvisazione teatrale è un buon periodo per me per confrontarmi con i testi e con i classici. Non dimenticando però il filone dell’oralità, dei cunti popolari che non abbandono mai e che di tanto in tanto mi vede impegnato come il prossimo 9 giugno a Taranto, ospite degli appuntamenti di riconversione culturale curati dal comitato provinciale Taranto Lider. Una bella occasione questa, per me, per dar seguito a quello spirito civico, di solidarietà, di nuovi stili di vita che curo sin dagli anni in cui iniziai ad occuparmi di commercio equo e solidale grazie a quel padre umano e spirituale che è per me Alex Zanotelli, “l’uomo dell’acqua”, come è stato chiamato di recente perché grande ispiratore e attivista del movimento per l’acqua pubblica.

Sono contento ed onorato di poter prendere parte a questa pellicola per due motivi. Il primo è perché narra, tra l’altro, la straordinaria e commovente storia di Yaguine e Fodé, due ragazzi africani che volevano consegnare una meravigliosa lettera al parlamento europeo. Il secondo è perché dopo Sergio Rubini nel 2003, ne L’amore ritorna,  ho la possibilità di lavorare con un altro maestro come Paolo Bianchini.

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apr 26

Raccontare la vita di un uomo

allestimento del macbeth con enzo toma

Enzo Toma (sulla destra) durante l'allestimento del Macbeth con alcuni attori, tra cui Michele Napoletano (sulla sinistra).

Venerdì 29 aprile debutta al teatro comunale di Torre Santa Susanna il Macbeth di William Shakespeare nell’allestimento del regista Enzo Toma. Ho avuto la grande opportunità di lavorarci nel ruolo della strega e di altri personaggi minori. Lascio ad Enzo Toma stesso presentare lo spettacolo con le parole che ha scritto nella scheda di presentazione.

Shakespeare è per me soprattutto un autore popolare, e le sue tragedie sono racconti con radici profonde in saggezze antiche, dove la parola diviene azione e non è quasi mai retorica o almeno tale è nel Macbeth. La scena è molto semplice: sul fondo una specie di rete di 3 metri per 6 d’altezza, fatta di stracci chiari trattati come fossero bende o ciò che resta delle ferite, davanti a questa uno spazio di 4 per 4, al centro di questo verso il proscenio, una seduta, che diverrà di volta in volta il trono ho ciò che è. Ai lati quattro sgabelli, su cui siedono 8 attori. Tre attori (le streghe), stanno dietro il fondale, gli attori (con l’esclusione di Macbeth e della Lady) si alternano in vari ruoli, su una base di costume neutro, pantalone nero e camicia bianca, ogni volta che interpretano un personaggio, indossano una sciarpa di un colore che contraddistingue solo questi, dal fondo le streghe, sono le burattinaie di tutta la vicenda. L’unica alterazione che ci siamo permessi di fare è quella di dividere in tre anni e due intervalli la tragedia, scritta in 5 atti, ma comunque senza togliere un rigo al testo, testo che è di una grande compattezza (è la tragedia più breve), e ricco di riflessioni poetiche, linguistiche, umane di grande grandissima profondità.
“Raccontare la vita di un uomo è in fondo una preghiere”. L’ho trovato scritto all’inizio di un libro si Scerbanenco, non ricordo se è sua o a sua volta una citazione. E vorrei aggiungere come parafrasò un mio amico: “raccontare la vita di un uomo è in fondo una poesia”.
Il sottotitolo dello spettacolo è “Shakespeare ai tempi di Shakespeare”. La drammaturgia è integrale nella traduzione di Agostino Lombardo. In scena undici attori tutti uomini. Il debutto è venerdì 29 alle ore 21 presso il teatro comunale di Torre Santa Susanna. Biglietto:  5 €.
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mar 28

I migranti e l’agenda setting

Assemblea cittadina ad Oria del 28 marzo 2011.

Il gruppo di cittadini riunitosi oggi 28 marzo 2011 convocato da persone vicine ai candidati sindaci delle prossime amministrative.

Un giorno vai ad un provino a Nardò, passando per la strada tra Oria e Manduria e vedi tanti vigili del fuoco fermarsi nei pressi dell’ex aeroporto della seconda guerra mondiale. Un’esercitazione, pensi. E invece vedi che montano delle tende, molte tende.

Che sarà mai?

Il giorno dopo apprendi che parte dei migranti di Lampedusa saranno ospitati in questo posto, a 4 km da casa mia. Ti sembra una decisione avventata e piena di incognite tuttavia esprimi nella tua bacheca di facebook il benvenuto per le persone che arriveranno sperando che avranno un dignitoso soggiorno, nonostante tutto. Ricevi proteste che sfiorano l’insulto sulla tua bacheca ma non te ne curi molto: saranno le ansie, pensi, che si sfogano così. Poi decidi di andare a fare una visita al campo e scrivi un post di cronaca, di impressioni. Il giorno dopo, cioè oggi 28 marzo, partecipi anche a quella che doveva essere una assemblea cittadina autoconvocatasi e che invece scopri essere una iniziativa elettorale.  E’ così squallida che non merita menzione. L’unica cosa degno di nota è il cartello esposto da alcuni ragazzi: “la xenofobia è una malattia, curatevi”. Hanno ragione. Come giudicare l’episodio della protezione civile che si reca alla stazione ferroviaria per riprendere gli immigrati con la forza per riportarli nel Cie? Oppure gli esponenti di Forza Nuova che inveivano contro i migranti e contro gli operatori?  Non sfiora la mente di molti oritani e manduriani il fatto che questi migranti hanno libertà di circolare come vogliono e che nemmeno le forze dell’ordine possono intraprendere azioni coercitive nei loro confronti. Purtroppo, però, nelle cittadine di Manduria  e Oria la rabbia repressa per tante frustrazioni unita a una forte propaganda leghista e berlusconiana stanno alimentando un clima di grandi tensioni.

Alex Zanotelli a Mesagne

Padre Alex Zanotelli a Mesagne all'incontro organizzato da Huipalas.

Poi vai a Mesagne ad ascoltare un profeta come padre Alex Zanotelli che ti parla del referendum per l’acqua pubblica del 12 giugno. E ti dice una cosa semplice e tremenda: se perdiamo l’acqua perdiamo tutto, perdiamo la vita stessa. E ti senti scosso dentro, preso per le palle, come se volessero stritolartele, frantumartele, polverizzartele. Le multinazionali e i partiti al potere ci stanno infatti riducendo a farina sulla questione dell’acqua e dell’energia. Ti ricordi, quindi, delle guerre per il controllo dei pozzi petrolifici come quella in atto in Libia, ultima di una lunga serie, ma anche delle guerre che verranno e che saranno tutte per il controllo della fonte della stessa esistenza: l’acqua. Per la verità le multinazionali si stanno già preparando perché attraverso le Spa cominciano a controllare qualcosa che per natura non si può ridurre a merce, come l’acqua.

Allora capisci ancora meglio perché gli africani scappano dai loro paesi: perché stanno togliendo loro tutto e non hanno speranza restando dove stanno. Hanno tolto loro la speranza. Ecco la vera ragione della loro emigrazione in Europa. Non hanno più nulla, tranne il tentativo di scappare tentando altrove la sopravvivenza o la fortuna. Complici della situazione i paesi europei non adottano strumenti di politica estera se non le bombe aumentando un flusso di persone che senza guerre sarebbe minore. Una tale situazione fa comodo al governo Berlusconi che in questo modo fa “agenda setting” agitando un problema: l’immigrazione. Il tam tam mediatico convince le popolazioni delle cittadine di Oria e Manduria che è in atto una invasione alla quale reagire. Convocano, poi,  Mantovano il quale non solo non li ascolta ma addirittura triplica il numero dei migranti nel centro. Una gran bella emergenza creata ad arte il cui clamore fa il gioco di lega e governo Berlusconi.

Come se ne esce? Con una proposta semplice che viene da Rifondazione Comunista: indicare la via agli immigrati e scortarli alla stazione. L’idea è buona: parlando con gli immigrati ieri sera mi hanno confermato di voler andare in Germania e Francia. E siccome sono cittadini liberi nessuno può loro impedire di farlo.

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feb 05

Il teatro delle radici, le radici nel teatro

Panorama di Oria

Panorama autunnale di Oria dalla Francavilla-Cellino.

E’ ora di parlare di teatro ad Oria. E’ una cittadina dalle grandi potenzialità anche in questo campo. I primi passi da fare e come.

 

Per le amministrative ad Oria della prossima primavera èi tempo di mettere in campo delle idee per il governo della città, augurandoci un buon raccolto per la nuova stagione. E’ lanciando una di esse, o meglio una lamentela sulla mancanza di una stagione teatrale nella nostra cittadina all’interno del gruppo su facebook de La lista di lu P.I.L.U. , che c’è stato un botta e risposta tra me e Alessandro Salerno del multisala Salerno di Oria, al quale sono grato per il chiarimento. Voglio approfittarne per sollecitare un dibattito e magari qualche iniziativa in proposito. Non sono un esperto di organizzazione di spettacoli teatrali, di stagioni, di animazione culturale del territorio. Sarebbe necessaria qualche figura di questo tipo per mettere in campo le soluzioni più idonee, le buone pratiche sulle quali investire. Questa mia nota non deve esser letta come quella di chi si cala dall’alto ad insegnare agli altri come si deve agire. Vuole essere il punto di vista, il contributo di un attore magari con qualche esperienza, soprattutto nel teatro di narrazione e con i gruppi di improvvisazione teatrale tra la Puglia e Roma. Spero solo di essere un bravo rabdomante e trovare qualche vena nel terreno dove attingere l’acqua e dopodiché son pronto a scavare insieme a chi, come me, ha sete.

La vocazione di Oria per lo spettacolo è ben nota. Pensiamo ad esempio al corteo storico e al torneo dei rioni. Sebbene durante la recente edizione ci sia stata una polemica sulla federicomania,  che non condivido, riconosco il grande contributo che tanti oritani danno a questa che è una manifestazione di successo. Ma penso anche alla notte bianca, alla cui prima edizione ho avuto il piacere di partecipare. Guardando le collinette di Oria chiunque può accorgersi come il loro digradarsi sia un teatro naturale da una parte e antropico dall’altro per il loro offrirsi alla piana del salento con il castello, la cattedrale, i palazzi, i campanili, le case, persino l’antiestetico fungo dell’acqua che magari sollecita la fantasia di qualche bambino, come sollecita la mia.

Non si tratta solo di una straordinaria scenografia, di un eccezionale paesaggio. Molti luoghi stessi all’interno dell’abitato sono dei piccoli teatri. Non penso soltanto al chiostro del parco di montalbano a volte utilizzato come sede di spettacoli. Penso per esempio al castello dove si potrebbero organizzare animazioni teatrali a tema per le scolaresche e i visitatori. Penso anche alle numerose piazzette nel centro storico così ben utilizzate, almeno in un paio di stagioni estive organizzate da Pino Malva anni addietro. Ma nell’elenco includo anche il caffé letterario che si sta segnalando quale luogo di nuove e accattivanti forme di interazione artistico-culturale degne di attenzione.

Ma il teatro ad Oria è anche una grande necessità per gli scambi sociali e culturali che esso offre con i gruppi e le compagnie che vi possono essere ospitate. D’altra parte Oria è anche città di gemellaggi e meta di un antico pellegrinaggio: è iscritta nella sua storia questa propensione all’ospitalità. E’ una necessità per i giovani perché sia data loro una possibilità in più per la loro formazione e la loro vita ludica. Le nostre scuole anche hanno bisogno di completare l’offerta formativa con spettacoli e laboratori teatrali. Qui va dato atto all’attore Gino Cesaria e alla famiglia Salerno per le matinée che organizzano da anni e che magari vanno ampliate con nuovi allestimenti.

Il grande assente ad Oria è il teatro delle compagnie di giro di professionisti e di artisti che stanno sperimentando da qualche tempo nuovi linguaggi sulla narrazione come, tra gli altri,  Ascanio Celestini. Grande assente è l’improvvisazione teatrale dei Match d’improvvisazione teatrale. Grande assente ancora è un  Fabrizio Gifuni, della scuola di Orazio Costa, che si confronta con bravura con la scrittura di Carlo Emilio Gadda. Ma più e meglio di me un direttore artistico potrebbe individuale linee artistiche e compagnie e gruppi da ospitare nella nostra cittadina, tenendo conto delle risorse necessarie e soprattutto della necessità di formare un pubblico, prima ancora che un teatro. In questo potrebbe riversare tutta la sua esperienza e le sue capacità organizzative il Teatro Pubblico Pugliese. Perché le idee quando si vuole si trovano e potrebbero includere allestimenti di classici, da Aristofane a Moliere e Shakespeare, da Eduardo De Filippo a Raffaele Viviani e Dario Fo, da Tennesse Williams a Samuel Beckett, ecc.  E’ quanto sta avvenendo in comuni limitrofi come Mesagne, Francavilla Fontana, Ceglie Messapica, Torre Santa Susanna. In alcuni di essi è in corso il progetto dei teatri abitati finanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (Asse IV, Linea di intervento 4.3.2).

Un teatro abitato dunque, un teatro vivo, che nasca dalle nostre radici. E’ questo il miglor modo di vivere questa che è una tra le più antiche arti dell’uomo, la più rituale e comunitaria. Perciò è nelle nostre stesse radici che vanno rintracciate le possibilità per un teatro davvero popolare. Ci ha provato in passato Dino Attanasio con la compagnia Li pillicrini al quale va riconosciuto una linea di ricerca culturale che va ripresa, ampliata e portata a quei modelli di narrazione su cui ha costruito la sua fama di giullare dei tempi nostri Dario Fo. Penso da una parte all’utilizzo di tutto il nostro patrimonio culturale di cunti e culacchi che emendati dai cliché ridanciani e dal pregiudizio culturale con il quale vengono trattati sono degli straordinari pre-testi teatrali. Nel mio piccolo ci lavoro su da qualche anno. Dall’altra penso a grandi allestimenti che sarebbero possibili sulla battaglia di Tommaso D’Oria che si oppose al ritorno di Manfredi oppure sulla bella Uriana che s’innamorò di Annibale fino a lasciare Oria per lui.

Ma come si può finanziare tutto ciò mi obbietterete. E rispondo che è possibile come è possibile altrove, in tutte le altre parti del mondo: con il mecenatismo, le sponsorizzazioni e tutte le altre buone pratiche che un oculato marketing culturale può tirar fuori. Qui occorrono esperti quali bravi organizzatori, fund raiser e bravi manager. Sarebbero delle grandi opportunità di lavoro per laureati in questi settori e magari di collaborazione con l’università di Brindisi: penso soprattutto al corso di laurea in progettazione di eventi ed attività culturali. Ad onor del vero spesso non sono necessari neanche tanti fondi. Se davvero si vuole cominciare basta quel che c’è a disposizione: in questo il teatro è straordinario perché lo si può fare senza scenografie, senza grandi allestimenti, senza tanti attori. Quel che conta è capirne le potenzialità, amarlo, formarsi e darsi tanto da fare.

Ma a chi tocca mettere in piedi qualcosa, far marciare la macchina, organizzare una stagione teatrale ad Oria? Agli operatori che sono in campo: la famiglia Salerno per le loro sale, i padri rogazionisti per il loro teatro, alla prossima amministrazione comunale, alla Pro Loco, alle associazioni culturali, agli imprenditori che fossero interessati, alle scuole, ecc. E’ necessario il contributo solidale di tutti in uno spirito unitario che invoco per il bene della cittadina.  Perciò mi auguro che a seguito di questa mia nota ci sia qualche altro contributo, anche di privati cittadini, per organizzarci al più presto. Chi vuole può scrivermi all’indirizzo email giuseppev@gmail.com o magari pubblichi le sue idee in rete. Sono disponibile ad incontrare chiunque in proposito. E sto pensando ad alcune iniziative spero condivise per questa primavera…

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gen 08

Fiducia, Pilu o Malizia?

Cartello elettorale di Gianfranco Rotondi

Cartello elettorale di Gianfranco Rotondi apparso a Milano.

A chi ha rubato Gianfranco Rotondi lo slogan che si vede sotto il suo nome? E’ sin troppo facile capirlo, visto che ci gioca su a bella posta, pensando di fare una genialata. Se quello slogan a malapena funzionava per i formaggi filati figuriamoci se può funzionare per un salamino come Rotondi. A quale favolosa agenzia di comunicazione si sarà rivolto? E dove avrà preso questa agenzia i suoi dipendenti? In un centro commerciale con lo sconto prendi 100 e paghi 1? E questa agenzia lavora solo per questo politico o anche per altri? Vediamo un po’…

Forse è la stessa agenzia a cui si è rivolto Laqualunque? Che nel suo caso hanno ripreso almeno uno dei suoi cavalli di battaglia: “Lu pilu”. E facendo il verso al mitico “I have a dream” di Marthin Luther King. D’altronde ognuno ha la sua retorica. La retorica di Laqualunque è una retorica non diversa da quella di quell’altro bellimbusto del nostro presidente del consiglio. Che, a sua volta, ricorda quella di colui che comandava in Italia prima che arrivasse la Costituzione.

Cetto Laqualunque, Qualunquemente

Cetto Laqualunque, Qualunquemente

A proposito, come si comunicava a quei tempi? Ce lo ricorda il terzo dei tre pannelli pubblicitari che ho fotografato a Milano l’altra sera e che vi propongo in questo post.

Cartello Pin Up

Cartello pubblicitario apparso a Milano.

Inutile dire che dei tre cartelli quello che preferisco è questo qui su. Altro che fiducia o pilu! Più di quelli può la malizia. A buon intenditor…

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gen 07

Le mille sberle al capitano

Bamboline e aeroplanino

Foto di greenfaerietree

I quattro steward a bordo li butterei giù dall’aereo. Più fanno i simpatici e più li prenderei a calci nel culo. Tanto più che continuano a provare a vendere di tutto: sigarette elettroniche, gratta e vinci, giocattoli, gioielli, orsacchiotti, caramelle, lecca lecca, sushi, tramezzini, the, caffé, succhi di frutta, frutta a pezzi, pezzi di frutta, pezzi di aereo, pezzi di plastica, pezzi di vetro, pezzi di merda. Rivoglio l’abusivo che sale sul treno a Caserta alle 3 e 30 del mattino e che vende solo panini, aranciate e birre: dà meno fastidio ed è più simpatico e umano, persino quando impreca e bestemmia se nessuno compra. Quello che voglio io non lo vendono, cazzo. Che sò, un giornale, un libricino, un moleskine come questo che ho tra le mani per sfogarmi, per non picchiarli, per scriverci sopra, delle cartoline da spedire una volta atterrati che in viaggio non si fa mai a tempo a spedirle. L’unica cosa del loro lungo, inutile e triste elenco di prodotti che prenderei sarebbe il vino, così mi faccio il viaggio con la testa tra le nuvole, in senso figurato oltre che fisico.

Il signore accanto a me sfoglia il giornale della compagnia che io ficcherei su per il culo al pilota che parla sempre con un inglese rapidissimo, come l’aereo poco prima di decollare. Pare Dario Fo quando fa il suo grammelot in inglese: let away blum, sair car sbash frum frum frum rrrrroaaaaagh rrrrrrrrrrrrroaaggghh squam! Seduto in terza fila all’altezza delle ali fuori vedo solo pezzi di ala e di fronte a me questo tubo d’aereo, ora intasato dagli steward con il carrello delle vivande. Mi verrebbe da tirare lo scarico e farli scivolare via a questi, come ho fatto qualche minuto fa con il cesso dell’aereo, stretto e puzzolente come quello degli eurostar. Non ci poggio mai il culo sopra per non ritrovare il mio corpo invaso da tanti porri rossi e grossi, con una diarrea che mi fa cagar via anche la saliva, il fegato gonfio come un maiale e gli occhi più gialli della pelle dei Simpson. A proposito di culi, ammirevole quello della signora davanti a me che si piega per adagiare la figlioletta sul sedile accanto al suo. Ma io volevo le hostess, maledetti steward con la faccia così simpatica che gli daresti subito una testata.

Di fronte a me appare stagliata in rosso la scritta Exit.  Ecco, io ora aprirei l’uscita di sicurezza e uscirei con tanti saluti alla pressurizzazione. Questa pressurizzazione ci fa più male che bene. Ci rende degli automi, delle scatole da cui succhiare il succo e poi da gettare. Questo tubo che vedo di fronte a me è il tubo del nostro apparato digerente che viene attraversato dai traffici dall’alto verso il basso e qualche volta dal basso verso l’alto. Un po’ come questi steward che continuano ad attraversare questa barca in mezzo alle nuvole, una galera in cielo, dove al posto dei remi noi poveri schiavi abbiamo il portafoglio. Ora l’ultimo annuncio commerciale di una lunga e interminabile serie. E’ la volta dei profumi dolce e babbana, acqua di giovanni, j’ardor, ugo il boss della magliana. E poi il fantastico gadget della compagnia, l’aeroplanino che se lo spremi fa popi popiiii, proprio come certe tette di vip in silicone con clacson incorporato. A meno che le tette non scoppino con la pressione in alta quota, come accadde ad una certa Carmen Dipietro con tanto di botto.

Per fortuna che stiamo atterrando. Qualche altro minuto dentro questo spot kafkiano volante e mi sarei trasformato in Chuck Norris e Steven Seagal insieme incazzati come quando a Bud Spencer rubano il camion nel film Nati con la camicia. E a suon di calci rotanti e colpi di ju jitsu avrei steso l’equipaggio. Dopo avrei aperto lo sportello e avrei buttato giù steward e pilota. Chi guiderebbe l’aereo? Ma se non li guida più nessuno questi aerei! Fa tutto il pilota automatico in questa metropolitana sopraelevata, in questo titanic in alta quota. Signor capitano mi stia a sentire, ho pronte le mille sberle che in America voglio andar…

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gen 07

L’epifania di Franca Rame e Dario Fo

La locandina di Mistero Buffo

La locandina di Mistero Buffo all'ingresso del Teatro Nuovo a Milano

Franca Rame e Dario Fo mi scuseranno se la chiave della mia recensione al loro Mistero Buffo che hanno riportato in scena dopo 41 anni è l’epifania, termine che potrebbe sembrare sin troppo religioso, considerato che sono i giullari della tradizione popolare, della satira, spesso anticlericale. Però la più grande impressione che ho avuto l’altra sera, il 5 gennaio 2011 che è vigilia dell’Epifania appunto, è di una manifestazione di divinità in loro due che però proviene dal basso, da quella divinità popolare che loro due hanno sposato, da quella Bibbia dei villani che raccontano per vocazione.  Non esagero se dico che nella loro narrazione c’è qualcosa di divino, che il nobel a Fo solo in parte suggella. Perché se Dio ha creato gli uomini per sentirsi raccontare le storie, come ho spesso sentito dire a Moni Ovadia, loro due sono tra i più grandi narratori di tutti i tempi, di certo i migliori viventi. Hanno così ben imparato nella loro lunghissima e luminosissima carriera, nonostante le tante difficoltà e le grandi amarezze, a togliere l’inessenziale e la zavorra che ora li vedi recitare con la leggerezza delle piume degli angeli, che Dario si diverte a strappare in uno dei suoi pezzi. A 84 anni lui e a 81 anni lei li vedi in forma, con una intesa e complicità meravigliose, alternarsi e divertirsi sul palco come due ragazzini. Mi ha fatto tantissimo piacere rivederli dopo che nel 2003 ho avuto il grande privilegio di conoscerli alla libera università di Alcatraz in occasione di un loro seminario assieme al loro figlio Jacopo. Credo proprio che tutti e due siano l’Adamo ed Eva, la coppia primigenia del nostro teatro e forse del teatro di tutti i tempi. E’ davvero una unione che ha moltiplicato e magnificato le potenzialità di entrambi.

E come ogni coppia che si rispetti hanno avuto dei figli e dei nipoti. A parte Jacopo Fo, citato già prima e che è il loro figlio nella vita, loro figli possono essere considerati Marco Baliani, Marco Paolini, Ascanio Celestini, Mario Pirovano, Marina De Juli. E chissà quanti altri, ormai non si contano più. Sono ormai nonni e bisnonni questi due eppure sono i più bravi, leggeri, divertenti di tutti, inarrivabili. Il loro genio è paragonabile solo ai grandi come Aristofane, Plauto, Molière, Shakespeare, Charlie Chaplin, Eduardo De Filippo e Totò.

La scaletta del loro spettacolo racconta quasi le loro nozze civili ma anche nel teatro e il loro percorso teatrale, sociale e politico.  Perché inizia con le nozze di Cana dove Jesus fa il “miraculamento” della trasformazione dell’aceto in vino a cui segue il monologo in cui Franca parla di una Eva creata prima di Adamo. Segue poi la resurrezione di Lazzaro che è un po’ la resurrezione del teatro popolare con il loro ritorno in scena. Franca Rame è poi splendida nel pezzo successivo della lezione d’amore ad una giovane prostituta. E’ poi la volta di Bonifacio VIII che incontra Gesù e infine del brano di Maria sotto la croce.

Con loro due sul palco, una riproduzione de Il terzo stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo che fa da scenografia, gli spettatori seduti sui lati del palco e il Teatro Nuovo di Milano occupato in ogni posto sembra di essere in una grande cattedrale umana, in una grande astronave in viaggio verso le stelle pronta a fare i zig-zag e le piroette dei comici della commedia dell’arte, una giostra da luna park che scuote e diverte moltissimo, persino nei pezzi drammatici proposti da Franca. Loro due sono delle straordinarie macchine attoriali, due attori in senso proprio e non inquadrati da una regia che dà loro spessore ma con l’auto-regia da attori giullareschi, abituati al contatto con il pubblico e all’improvvisazione. Il pubblico lo capisce, lo sente, lo ama. D’altronde i tanti milanesi e non solo che c’erano con me in teatro l’altra sera conoscono quasi tutto di loro due, si lasciano prendere e condurre per mano, persino negli sfottò che ogni tanto Dario lancia, come quello nei confronti dei genovesi rei di aver venduto san Giorgio agli inglesi. Non sfugge nulla a Dario, persino le risate dei ritardatari di cui approfitta ogni volta. E gli spettatori ridono e applaudono in continuazione e alla fine dello spettacolo si lascia andare ad una lunga standing ovation. Quello che sta succedendo nel cuore di Milano in queste sere è uno dei più grandi eventi del teatro in Italia al quale abbiamo la grandissima fortuna di poter assistere.

Ecco altre risorse per saperne di più:

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gen 02

Giuseppevitale’s Blog in 2010

The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads This blog is doing awesome!.

Crunchy numbers

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The Leaning Tower of Pisa has 296 steps to reach the top. This blog was viewed about 1,100 times in 2010. If those were steps, it would have climbed the Leaning Tower of Pisa 4 times

 

In 2010, there were 18 new posts, not bad for the first year! There were 18 pictures uploaded, taking up a total of 2mb. That’s about 2 pictures per month.

The busiest day of the year was August 18th with 100 views. The most popular post that day was Mimmo che diventò mio fratello maggiore.

Where did they come from?

The top referring sites in 2010 were facebook.com, giuseppevitale.it, ilcontrovento.it, news.oria.info, and it.wordpress.com.

Some visitors came searching, mostly for autunno, l’invisibile oria, invisibile oria, l invisibile oria, and l’invisibile oria *.

Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

1

Mimmo che diventò mio fratello maggiore August 2010
2 comments

2

L’invisibile Oria August 2010
1 comment

3

conosciamoci September 2010

4

L’invisibile Oria, coming soon August 2010
1 comment

5

Sentieri d’autunno September 2010

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