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Ultima modifica il 8 agosto 2012 alle 17:27

Venticinque anni fa morì a Siena Italo Calvino, lo scrittore a cui debbo una cifra della mia stessa esistenza, quella leggerezza che è linguaggio di chi nel mondo conduce la sua guerra alla disumanità, usando lo scudo per guardare l'immagine della Medusa, che altrimenti ti pietrifica come fa Teseo, per ricordare un episodio caro allo stesso Calvino. Perciò ora voglio ricordarlo con un paragrafo della mia tesi di laurea in cui parlo di quella che ho voluto definire "la nausea" di Italo Calvino nel suo saggio del 1960: Il mare dell'oggettività.
Il distacco critico tra soggetto e oggetto e quindi la coscienza razionale che permette un giudizio rispetto alla realtà “oggettiva” passa attraverso il recupero del soggetto rispetto al “magma dell’oggettività che annega l’io” come è stato descritto da Italo Calvino ne Il mare dell'oggettività in Il Menabò di letteratura n. 2 (Giulio Einaudi Editore, 1960). È in questa dinamica che la crisi della cultura e della letteratura - che investì il mondo della cultura e delle arti dopo la seconda guerra mondiale - riceve una risposta attraverso il lavoro epistemologico che affianca quello creativo e nel quale è necessario che la coscienza o il soggetto riesca a ristabilire il suo distacco critico rispetto all’oggettività dilagante. Avvisaglia dello smarrimento dell’io per Calvino era stata venti anni prima “la discesa agli inferi” di Antoine Roquentin nel quale svanisce, come dice Calvino, “la distinzione tra sé e il mondo esterno”. Tuttavia questo smarrimento avviene ancora in una salda posizione di alterità rispetto a quanto accade invece in Dylan Thomas nel quale, secondo Calvino, la natura “non è più sentita come alterità”. È insomma accaduto un passaggio tra il flusso soggettivo dell’Ulixes (1922) di James Joyce e l’incipiente “calibrato sistema di pause e silenzi” del Molloy (1951) di Samuel Beckett. In altri termini ci fu uno spostamento piuttosto repentino dalla pienezza verbale di Joyce al “balbettio creatore” (Gilles Deleuze) delle estetiche che seguiranno allo scrittore irlandese a partire da Beckett.
Marrone e Argento I - Pollock
Jackson Pollock, Marrone e Argento I, 1951; smalto e vernice argento su tela, 145 x 101 cm; Lugano, coll. Thyssen-Bornemisza

Corrispettivo di questo “capovolgimento di termini” è il passaggio nella pittura dall’espressionismo astratto all’action painting dello statunitense Jackson Pollock (1912-1956). Ponendo la tela non più sul cavalletto ma sul pavimento l’artista, con Pollock, entra fisicamente all’interno di essa. Ne deriva quella che Calvino chiama “la totalità esistenziale indifferenziata dall’io: cosmo, mondo naturale e febbre meccanica della città moderna racchiusi nello stesso segno”. Un segno ottenuto per “sgocciolamento”, quello di Pollock, per esempio in Marrone e argento I (1951) in cui scompare la sovrapposizione dei piani per far posto all’articolarsi della materia pittorica che si alterna agli spazi non coperti dalla pittura dando vita a un brulicare di forme tanto vitali quanto intrappolate nella loro “superficialità”. Riesce difficile comprendere, quindi, come un’“autentica razionalità incarnata” passi attraverso un Pollock o un Robbe-Grillet mentre la coscienza di Calvino possa essere un “vuoto simulacro” come sostiene Renato Barilli. I pittori dell’informale per quest’ultimo non rinunciano a progettare un habitat umano in cui l’uomo deve accettare di esser condizionato dall’altro da sé, dalla materia. Ma è proprio nei confronti di questo condizionamento che Calvino – al di là delle presunte preoccupazioni razionalistiche e moralistiche di cui parla Barilli – prende le distanze. Se con l’espressionismo, Joyce e il surrealismo il monologo interiore e l’automatismo dell’inconscio, avverte Calvino, il soggetto aveva finito con l’essere un fiume che aveva inondato tutto, ora l’oggettività è diventata “il vulcano da cui dilaga la colata di lava (…), il ribollente cratere nel quale il poeta si getta”. In questo gettarsi può accadere che il poeta o lo scrittore o l’artista o il critico finisca con l’annullarsi, con il perdere la propria identità e quindi la propria funzione. Si gioca tutta qui la resa nei confronti del mondo:  non solo si rinuncia a volerlo cambiare ma ci si arresta anche di fronte alla difficoltà di comprenderne tutta la complessità. È in questa ottica che Calvino nel seguito de Il mare dell’oggettività pone “la crisi dello spirito rivoluzionario”:

“Rivoluzionario è chi non accetta il dato naturale e storico e vuole cambiarlo. La resa all’oggettività, fenomeno storico di questo dopoguerra, nasce in un periodo in cui all’uomo viene meno la fiducia nell’indirizzare il corso delle cose, non perché sia reduce da una bruciante sconfitta, ma al contrario perché vede le cose (la grande politica dei due contrapposti sistemi di forze, lo sviluppo della tecnica e del dominio delle forze naturali) vanno avanti da sole, fanno parte d’un insieme così complesso che lo sforzo più eroico può essere applicato solo al cercar di avere un’idea di come è fatto, al comprenderlo, all’accettarlo”.
È, ancora una volta, il tema sartriano dell’engagement che nasce non dalla nausea della “deiezione dell’esserci”, questa volta, ma dal constatare che “le cose vanno avanti da sole”: nel bene e nel male “l’uomo a una dimensione” di Marcuse si trova davanti a un sistema complesso che prescinde dal suo contributo. Si badi che non si tratta soltanto del sentirsi inermi di fronte al sistema neocapitalistico o comunista che sia (o di fronte al loro contrapporsi oppure intrecciarsi) ma del sentimento di smarrimento, di confusione e di sgomento di fronte alla coscienza dell’articolazione della complessità della vita dell’uomo in toto, così come si è andata sviluppando nell’età moderna, che ha ricevuto un’accelerazione a partire dalla rivoluzione industriale e che ha registrato la necessità di una sua rifondazione epistemologica subito dopo la seconda guerra mondiale. Tremendo o meno che fosse il compito che spettava anche ai collaboratori del Menabò era quello di riformulare non solo le basi epistemologiche della letteratura ma anche quello di ripensare lo stesso esserci dell’uomo in cui gli steccati tra le discipline non reggono e si sente quindi la necessità di far ricorso a più saperi possibili. In letteratura Carlo Emilio Gadda, su tutti, compie addirittura l’immane operazione di ricorrere a tutto lo scibile possibile, pur privilegiando la filosofia soprattutto di Leibniz e di Bergson. Dobbiamo parlare in questo caso di enciclopedismo sulla scorta del mito dell’enciclopedia inseguito dagli scrittori del Cinquecento e del Seicento, come dice Giancarlo Roscioni.
Il senso di nausea, di sgomento di fronte all’indistinto esistente e all’indecifrabilità della vita moderna o della vita tout court aveva trovato in Virginia Woolf un’interprete acuta. La vita è “pura esteriorità”, “immagine enigmatica” per la scrittrice e pertanto manifesta una irriducibilità e quindi un’inafferrabilità che solo attraverso una “catena simbolica” costruisce una grammatica di una rivelazione che lei cercò di trascrivere attraverso la “lotta tremenda” della lingua. Per Nadia Fusini l’oggetto in relazione al soggetto, in questo caso, assume una puntualità mistica che porta la scrittrice ad attaccare il procedimento realistico reo di un approccio non poetico e quindi inadeguato al reale. Ora, se le cose vanno avanti da sole qual è il posto che spetta all’uomo? È possibile che possa ritagliarsi solo una stoica accettazione del destino? Oppure gli è possibile ritrovare una libertà perduta? È Calvino stesso a chiederlo. Scrive, infatti, nel saggio che stiamo esaminando:
“In mezzo alle sabbie mobili dell’oggettività potremo trovare quel minimo d’appoggio che basta per lo scatto di una nuova morale, d’una nuova libertà?”.
Locandina de Il Cavaliere inesistente
Locandina del film "Il Cavaliere inesistente" di Pino Zac (Italia, 1970)

Comincia qui la pars costruens del saggio. Infatti Calvino indica due percorsi possibili per la letteratura che passano per Gadda e Pasolini. Questi due percorsi vengono sintetizzati nella conclusione del saggio nella formula “dalla letteratura dell’oggettività alla letteratura della coscienza” che costituisce un atto di fiducia, ancora una volta, nella letteratura. Tutta l'esperienza di Calvino degli anni '60 è segnata dalla fiducia nella funzione progettatrice della letteratura per Mazzarella. Nella lettera di Calvino a «Mondo Nuovo» del 3 aprile 1960 Calvino stesso rivela come Il cavaliere inesistente sia una storia "sui rapporti tra esistenza e coscienza, tra soggetto e oggetto" e come sia stato scritto in contemporanea a Il mare dell'oggetività di cui il romanzo è incarnazione. È il concetto di alienazione dell'uomo che Calvino si propone di indagare. E da questo punto di vista è sempre Calvino stesso a stigmatizzare nella figura dei cavalieri del Sacro Graal, il misticismo, la comunione con il tutto. Giova ricordare come egli presenta nella stessa lettera i due principali personaggi de Il Cavaliere inesistente:

“Quando sarebbe stato possibile dar vita ad Agilulfo, il cavaliere inesistente, se non oggi, nel cuore della più astratta civiltà di massa, in cui la persona umana tanto spesso appare cancellata dietro lo schermo delle funzioni, delle attribuzioni e dei comportamenti prestabiliti? Chi più simile a un guerriero chiuso e invisibile nella sua armatura, delle migliaia di uomini chiusi e invisibili nelle proprie automobili che ci sfilano ininterrottamente sotto gli occhi? E lo scudiero Gurdulù, il quale c’è ma non sa di esserci, potrebbe forse essere concepibile al di fuori di tutta la letteratura d’oggi, volta a indagare l’umanità precosciente, l’esistenza ancora indifferenziata dal mondo delle cose?”

Ultima modifica il 14 giugno 2018 alle 10:18

Il grande segreto dei migliori
lupo
Foto di martino.pizzol

Le zampe, il tanto cercare e camminare, non i denti danno da mangiare al lupo.

L'attesa e il rimanere nascosti, non le mascelle danno da mangiare al coccodrillo.

L'apparire innocui dà da mangiare alle piante carnivore, non il loro chiudersi all'improvviso.

È la trascuratezza del proprietario che dà da mangiare al ladro, non il suo rapido agire nella notte.

Sono gli occhi di chi guarda che fa perdere nel gioco delle tre carte, non la destrezza di chi lo conduce.

Sono dei buoni freni, non il motore veloce la parte migliore delle auto da corsa.

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Ultima modifica il 19 marzo 2014 alle 11:37

Mille anni al mondo, mille ancora
Mille anni al mondo, mille ancora (Photo credit: ho visto nina volare)

La maga oritano-milanese della musica oggi mi ha mandato questa canzone di De André. Mai canzone può essere più emozionante oggi per me sia perché sono molto legato a quel Giuseppe evangelico, sempre che sia esistito, sia perché di ritorni ne sto vivendo tanti in questo periodo come i miei ritorni a Bologna, Roma e Milano di questi giorni e altri ritorni ancora di cui magari parlerò presto nel blog nei prossimi giorni. Parto per qualche giorno a presto. Eccovi il video e il testo della canzone  con la voce del grande De André.

Stelle, già dal tramonto,
si contendono il cielo a frotte,
luci meticolose
nell'insegnarti la notte.

Un asino dai passi uguali,
compagno del tuo ritorno,
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno.

Ai tuoi occhi, il deserto,
una distesa di segatura,
minuscoli frammenti
della fatica della natura.

Gli uomini della sabbia
hanno profili da assassini,
rinchiusi nei silenzi
d'una prigione senza confini.

Odore di Gerusalemme,
la tua mano accarezza il disegno
d'una bambola magra,
intagliata del legno.

"La vestirai, Maria,
ritornerai a quei giochi
lasciati quando i tuoi anni
erano così pochi."

E lei volò fra le tue braccia
come una rondine,
e le sue dita come lacrime,
dal tuo ciglio alla gola,
suggerivano al viso,
una volta ignorato,
la tenerezza d'un sorriso,
un affetto quasi implorato.

E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.

E a te, che cercavi il motivo
d'un inganno inespresso dal volto,
lei propose l'inquieto ricordo
fra i resti d'un sogno raccolto.

 

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Ultima modifica il 14 maggio 2018 alle 17:06

Il 2 settembre scorso sono stato dalle dieci del mattino fino al pomeriggio a fare una passeggiata al Bologna. Ecco il diario con le foto di questa mezza giornata.

arrivo alla stazione di BolognaOre 10:05. Bologna mi è apparsa con le sue torri vecchie e nuove. Perché come si intravede dalla foto qui sopra non ci sono solo le famose e storiche torri della città, ma ci sono tutta una serie di torri nuove come le torri della ferrovia, le torri per i cellulari, le torri per la televisione. Epoca che vai, torri che trovi insomma.

Targa degli esuliOre 10:18. La targa degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Questa targa ha suscitato molte polemiche perché legata al cosiddetto "Treno della vergogna".

Ore 10:21. Quel buco, quella fessura. I bolognesi non me ne vogliano se chiamo in questo modo questa testimonianza lasciata apposta in stazione per ricordare la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Ritengo questa fessura la vagina stuprata della nostra storia repubblicana, da una parte. Dall'altra la ritengo l'ingresso di un antro, di una grotta ancora oscura ed inesplorata, a causa dei tanti misteri che non si vogliono o non si possono svelare. Un ultima importante pista porterebbe alle responsabilità di Israele legate all'uranio. Ho fatto un po' di fatica a ritrovare questa testimonianza in stazione dopo che anni fa c'ero già stato una prima volta, confusa com'è con le tante persone, le sale d'attesa, i bar...

Porta Galliera a BolognaOre 10:38 Porta Galliera. E' una delle dodici porte delle mura della città e di recente è stata oggetto di restauro. Proporrei questo restauro al comitato RPB (Ricostruiamo Porta Brindisi) di Oria (Br) che pretende di costruire una porta ex novo spacciandola per ricostruzione quando non esistono immagini e testimonianze che ci permettano di capire com'era.

Ore 10:52 passeggio con la mia amica Martina, artista e woofer, che mi narra delle vicende del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo a Bologna in riferimento alla mancata elezione a consigliere di Sandra Poppi: questa donna aveva avuto le preferenze della base con tanto di primarie ma dei "grandi elettori" hanno invece scelto Andrea Defranceschi. Questa scelta ha provocato grandi dissapori ma quel che è peggio secondo me è che un tradimento della democrazia e dello spirito civico predicato da Beppe Grillo e dai suoi. La discussione si sposta poi su Nichi Vendola in cui Martina crede molto e non è la sola. Io le racconto le mie perplessità sul governatore pugliese (di cui magari presto parlerò in questo blog) e lei lo difende.

Edicola del santo sepolcro a BolognaOre 11:13 Edicola del santo sepolcro, all'interno della Basilica di Santo Stefano, dove si trovano i resti di un antico tempio dedicato ad Iside, che è poi il vero motivo perché siamo venuti fin qui. Martina è infatti una sbattezzata che ha riscoperto i culti pagani ai quali è dedita. Non ditelo al cardinale Biffi se no le lancia un'anatema.

Ore 12:19. Torre dei prendiparte, che è una delle tante torri di Bologna. E qui la memoria va a Lo santo jullare Françesco di Dario Fo che proprio a queste torri dedica una giullarata.

Portici di BolognaOre 12:45. Bologna è tutta portici e io ne so qualcosa visto che Martina mi ha fatto attraversare una via che porta in periferia con 660 portici!

Piazza Maggiore a BolognaOre 13:25 Piazza Maggiore dove si possono ammirare la fontana di Nettuno, il comune di Bologna e la basilica di San Petronio. Provo ad entrare nella chiesa, però, e la trovo chiusa. In una settimana di vacanze tra Bologna, Reggio Emilia, Parma e una puntatina a Senigallia non c'è stato verso di trovare delle chiese aperte, erano tutte chiuse ad eccezione di Santo Stefano a Bologna e una chiesetta a Senigallia, aperta a tarda ora di sera. Preti sfaticati!

Ore 13:43 si mangia da Rossopomodoro. Non male ma quanto sono cari!

Bottega del mondo a BolognaOre 15. Bottega del mondo a via Fossalta. È qui che ho comprato un flukebook e Io lo so fare, guida all'autoproduzione creativa di Marinella Correggia. La mia memoria è andata ad alcuni anni fa quando avevamo aperto anche ad Oria una bottega del commercio equo e solidale in piazza Cattedrale.

Divieto di accesso con omino disegnatoOre 15:37. L'omino del divieto d'accesso. Un bell'esempio di pensiero laterale secondo me, non credete?

Il resto del tempo, fino alle 17 circa, lo abbiamo impiegato per percorrere i 660 portici di cui ho parlato prima fino a quando non siamo sbucati davanti ad una orrenda e sproporzionata statua di Padre Pio. Ritrovarlo a Bologna mi ha fatto senso più che altrove non solo perché non amo tutto ciò che è legato alle dimensioni fideistica e miracolistica di questa figura, ma perché mi rendo conto che in un periodo in cui non si sa più cosa sia la spiritualità imporre una figura gigantesca può fare il suo effetto. Disgustato ho preso il 21 verso la stazione. La mia passeggiata è terminata qui. Avrei voluto tornare in quella piazza Santo Stefano dove la sera del 6 luglio 2000 sono stato spettatore del debutto di Marco Paolini con il suo spettacolo su Ustica o sotto quella Torre degli asinelli dove il 31 luglio del 1981 Carmelo Bene tenne una memorabile Lectura Dantis. Sarà per la prossima volta.

cicala
Credit: Pensiero.

Cicala settembrina,

ritardataria,

canti sola,

a intermittenza,

ogni tanto vai fuori fase,

ti ostini,

sembri un allarme,

qualcuno parla e passa,

una voce e una batteria dal chiosco,

seghi l'aria,

e la mia gola,

mi fai venir caldo.

Ultima modifica il 18 dicembre 2015 alle 16:39

Mappa mentale autunno 2010
Mappa mentale autunno 2010

Ho appena terminato la mia mappa mentale per l'imminente autunno, che sto aspettando. Come si può vedere il mio primo pensiero è corso alla campagna, che in questo periodo amo, e a frutti come i fichi d'india e l'uva che mangio lungo tutta la giornata. Privilegio molto la frutta, infatti,  nel mio nuovo regime alimentare. Tra le scoperte che spero di fare questo autunno c'è una sorta di villaggio di woofer nelle campagne di Oria che spero di frequentare anche grazie alla mia "pecora viola" Martina, che ho incontrato qualche giorno fa a Bologna. Parlerò presto, in questo blog,  di questa mia mezza giornata nella città delle torri.

L'autunno è un po' la ripresa di attività, di lavoro, di interessi per tutti. Magari anche di qualche novità e di quella socialità sfilacciata durante l'estate, sia che si vada in vacanza sia che si resti a casa. Con molti amici ci si sente molto meno o per niente, anche se magari durante le vacanze abbiamo frequentato o conosciuto altri amici. E' il periodo in cui si torna a passare del tempo su Facebook e a cercare notizie sui nostri amici. E' in fondo per questo che ho deciso di scrivere quali sono i miei sentieri per l'autunno, sperando che si incrocino con i vostri. Perciò vi invito tutti a farvi sentire, a parlarmi delle vostre idee e dei vostri programmi. Anche se non ci conosciamo.

Non so voi, ma io non so pensare alla nuova stagione se non considero l'eredità di quella passata, come si intravede nel terzo ramo della mia mappa. E devo dirvi che sono reduce da un viaggetto nel centro-nord Italia in cui ho respirato in centri urbani in armonia con la natura, "a misura d'uomo", in cui tante persone vanno in bici come a Ferrara (la mia città ideale), in cui anche dopo le 20 le librerie restano aperte, come mi è accaduto di vedere a Senigallia. Questo mi fa pesare ancora di più la monocultura dell'ulivo in salento e gli agglomerati urbani nati come dormitori. Cari pugliesi, ancor prima di pensare se rendere o meno il salento una nuova regione, dobbiamo ridisegnare il nostro rapporto con il territorio.

Altra eredità della mia estate sono stati gli studi di tre filoni di pensiero:

  1. il pensiero visuale, sulla scorta del libro di Dan Roam The back of the napkin;
  2. il pensiero laterale;
  3. il pensiero illusionistico.

Dopo questa estate sono allora pronto a riprendere le mie attività teatrali e d'improvvisazione, primo fra tutti il Metodi Festival, dal 1 al 10 ottobre, quest'anno interamente dedicato proprio all'improvvisazione teatrale. A proposito di questo pochi giorni fa ho visto un nuovo format : Mefisto. Non dimenticherò, quest'autunno, una creatura nella quale credo molto e alla quale sto dedicando sempre più tempo ed energie: il Problem Telling.

Accompagneranno questo mio cammino d'autunno i miei attuali quattro blog e forse un quinto blog a cui sto pensando:

  1. il blog del Teatro del Sì, dedicato all'improvvisazione teatrale;
  2. il mio blog personale, il Giuseppevitale's blog;
  3. il blog del problem telling dedicato al problem solving;
  4. il blog dedicato ad Oria, città reale ma anche dello spirito: L'invisibile Oria;
  5. forse un nuovo blog di storie.

I tre principali libri oggetto dei miei studi saranno:

  1. Lezioni all'Actors studio, Lee Strasberg, Dino Audino Editore;
  2. La bottega dei narratori, a cura di Gerardo Guccini, Dino Audino Editore;
  3. Arte della scena e problem solving, Matteo Rampin, McGraw Hill.

Accompagneranno le mie letture serali, invece, Erri De Luca con Montedidio (Feltrinelli), le favole di Fedro e il secondo volume de Le mille e una notte (Oscar Mondadori).

E voi che idee, che programmi, che pensieri avete per l'autunno? Dai ditemelo nei commenti.

Ultima modifica il 28 giugno 2015 alle 16:57

Tra terra e cielo
Tra terra e cielo. Credit: mmalta94

Ultima modifica del post: 28 Giugno 2015.

È la via di mezzo che collega il cielo e la terra. Non ci giova stare sempre in contemplazione o, al contrario, sempre immersi negli affanni quotidiani. Non è restando sul monte della trasfigurazione, piantando delle tende, che collegheremo cielo e terra. È nel mondo che troveremo la via, non trascurando gli affari di ogni giorno né di meditare. Perché sia l'uno sia l'altro sono degli eccessi. Durante la giornata è bene fare un po' di vuoto in sé. Non è possibile perché si ha troppo da fare e non si ha tempo per riposare?

Anche Eutico deve cambiare "vita e piani per varcare la soglia delle Muse" secondo Fedro senza aspettare il tempo delle ferie. Che cosa può accadere a chi impiega tutto il suo tempo a far soldi? Ne sarà schiavo, se non può smettere quando vuole. Avrà senza dubbio mille comodità come il cane in un apologo di Fedro. Ma a quelle comodità il lupo preferisce la sua libertà,  come alla sudditanza dei cani i gatti preferiscono la loro indipendenza. Anche Zhuang Zhu, il massimo saggio nell'Impero di Mezzo, preferisce trascinarsi nel fango al posto di primo ministro offertogli dal re di Chu come narra un racconto taoista. I gatti e Zhuang Zhu trovano il tempo per tutto, anzi ne avanza loro.

Ma perché trovarlo tutto questo tempo? Per fare esistere Dio."Rafaniello dice che a forza di insistere Dio è costretto a esistere" scrive Erri De Luca in Montedidio. Mo' vuoi vedere che è la terra che fa il cielo? Io dico che il cielo sta nella gobba di Rafaniello che ripara le scarpe dei puverielli di Napoli. E sono sicuro che un po' lavora e un po' pensa. È un maestro zen, anche se non lo sa.

Ultima modifica il 23 marzo 2017 alle 5:55

settembre in spiaggia
Settembre in spiaggia. Credit: Signor Riccarrdo.

Ultima modifica del post: 28 giugno 2015.

Se Agosto è già capo d'inverno, come si dice a Napoli, settembre cos'è?

L'inverno è quindi iniziato, è saggio mettersi all'opera perché non ci sorprenda con bufere, gelate, nevicate. Bisogna mettere da parte la legna per il camino, fare la salsa e preparare le altre provviste. Il calendario di frate indovino è prodigo di questi consigli. I monaci dei monasteri saranno già all'opera. Magari le suore anche. Ma da mia zia Rosa, suora cuoca da una vita, no. Dice che da mangiare ora alla mensa ci pensa una  ditta e che le poche suore giovani studiano tutto il giorno e quindi non hanno tempo per la cucina e per le pulizie. Oppure devono pregare. Anche i benedettini preferivano l' "ora" al "labora" del loro motto "ora et labora". D'altronde non ci sono forse filippini o rumeni o altri stranieri pronti a far tutto? Basta pagarli poco e in nero ed ogni lavoro sarà fatto. I preparativi per l'inverno sono inutili, a questo punto. Se Rafaniello di Montedidio d'agosto cominciava a riparare le scarpe ai puverielli di Napoli, la salsa è là pronta al centro commerciale, il pellet è a buon mercato sempre al centro commerciale. Che facciamo allora? Abbiamo tanto tempo eppure non abbiamo tempo. Ma com'è?

...continua a leggere "Settembre e la produttività"

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Ultima modifica il 28 giugno 2015 alle 16:41

Ultima modifica del post: 28 Giugno 2015.

Some kid reading a book.
Some kid reading a book. Di Brendan Murphy.

La lettura di cose scritte da persone morte è una cosa morta anch'essa, è come bere la feccia della loro saggezza. Molto meglio parlare con persone sagge viventi: ci si abbevera alla fonte diretta. Meglio conversare con loro. Ma allora dobbiamo abbandonare la lettura? No se riusciamo a conversare con gli autori dei testi. Ma com'è possibile se sono morti? Ci hanno lasciato qualcosa di scritto e se facciamo loro delle domande le loro parole, comunque fissate, ci risponderanno ogni volta in maniera diversa. Le nostre domande non resteranno senza risposta. Ciascuna risposta, poi, formulerà nuove domande, così l'acqua continuerà a fluire e resterà sempre fresca.

Quel che è dunque importante, nella lettura, è fare delle domande al testo, evitare di leggere in modo passivo o perché si deve. O, meglio, fare delle domande a chi ha scritto quel testo, anche se egli non è più in vita. Perché magari l'autore ha risposto alle nostre domande, se l'è già poste anche lui. In fondo, infatti, le domande più importanti delle persone, con il passare dei secoli, non cambiano. E se l'autore non ci ha risposto in un testo cerchiamolo in altri testi della stessa mano. Se neanche essa ci risponde cerchiamo presso altre mani che hanno vergato altre pagine. Se neanche così troviamo risposte avremo comunque imparato a fare domande e cercare risposte. Magari un giorno scriveremo noi, per altri, le risposte che cercavamo.

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Ultima modifica il 28 giugno 2015 alle 16:37

Pomeriggio d'Autunno, foto di Giovanni Orlando.

Ultima modifica del post: 28 giugno 2015.

Attendere l'autunno significa scorgere ciò che annuncia la nuova stagione, mentre l'estate volge al termine. Vuol dire veder partire cugini, zii, parenti che vengono solo d'estate e riprendere il corso della vita, dopo una pausa in cui si è stati insieme e si è fatto festa. È un passaggio in un limbo forse un po' mesto. Ma forse no. Se si ha qualche idea, specie nuova, qualche progetto, qualche indirizzo in  cui mettere le proprie cose per esplorarne di nuove allora questo passaggio diventa carico di attese, di speranze, di voglia di fare. Magari senza troppe aspettative, che spesso velano le possibilità. L'ideale è lasciarsi ingiallire le foglie, lasciare che diventino marroni e che si stacchino con lentezza, come gli alberi. È un po' il  cambiar muta, come certi animali. È il ciclo naturale che fa il suo corso ed allora lasciamo che lo compia anche all'interno dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti. Magari anche solo per continuare ciò che in nuce è accaduto già durante l'estate. Perché, per esempio, per me attendere l'autunno significa:

  • continuare a controllare il mio peso, perché ho imparato a farlo;
  • passare dal Vitale's blog, il mio vecchio blog a questo nuovo blog;
  • partecipare, dall'1 al 10 ottobre, al Metodi Festival per imparare ancora e meglio l'improvvisazione teatrale;
  • dedicarmi al problem telling, anche grazie al blog;
  • approfondire tre approcci al pensiero oggetto dei miei studi estivi e cioè il pensiero visuale, il pensiero laterale e il pensiero illusionistico;
  • riprendere la mia attività di attore con nuovi casting e idee per spettacoli vecchie  e nuove;
  • volgere un nuovo sguardo non usuale ad Oria, dove vivo, dedicandole un nuovo spazio sul web;
  • aprirmi alle potenzialità che le prossime settimane mi mostreranno per accoglierle e coltivarle.

E tu, mia lettrice o mio lettore, stai aspettando l'autunno o sei ancorato a ciò che ci resta dell'estate? Che idee, che progetti, che speranze hai per l'autunno? Parlane, se vuoi, nello spazio dei commenti qui sotto.

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Ultima modifica il 28 giugno 2015 alle 16:30

Ultima modifica del post: 28 Giugno 2015.

Locandina del film "Federico l'oritano"
Locandina del film "Federico l'oritano". A cura degli amici della lanterna di Oria.

Quest'oggi cari amici, soprattutto di Oria, sono orgoglioso di presentarvi un nuovo grande progetto che riguarda la cittadina tutta. Si tratta del kolossal Federico l'oritano in cui reciterò accanto a Russel Crowe e che ricostruirà lo stretto rapporto tra Federico II, il puer apuliae, e la nostra cittadina. Ho concesso in esclusiva agli amici della lanterna di Oria un'intervista che racconta alcuni particolari sulla sceneggiatura e sul cast. Ecco una delle domande che mi sono state rivolte.

Alcuni critici hanno attaccato il suo film definendolo un falso storico. Cos'ha da dire?

Le fonti ci hanno tramandato con certezza non solo la presenza di Federico II ad Oria ma anche una sua lunga permanenza nel borgo. Infatti fece bandire il torneamento tra i rioni della città nel 1225, anno in cui come tutti sanno sposò Iolanda di Brienne. L'imperatore stesso partecipò ai giochi non in veste di cavaliere, questo sì un falso, ma in qualità di atleta per la specialità detta "della pertica". Le cronache dell'epoca parlano di un Federico II capace di arrampicarsi con ben miglior sagacia di un felino lungo la corda alla cui sommità viene issata la bandierina. Anche negli anni successivi alla sua permanenza ci furono degli atleti molto bravi in questa specialità che erano tutti figli clandestini del sovrano. E' molto probabile che Tonino Pertica, forse il più abile atleta in questa prova fino a qualche anno fa, sia un suo discendente.

Il resto dell'intervista si può leggere nel post del blog degli amici della lanterna di Oria.

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Ultima modifica il 28 giugno 2015 alle 16:19

Mimmo Vitale
Mimmo Vitale nella sua ultima foto nell'agosto del 1996.

Ultima modifica del post: 28 giugno 2015.

Quel pomeriggio di dodici anni fa, Lunedì 18 agosto 1997, dormivo. Ero molto stanco dopo aver lavorato sin da luglio come cameriere in un ristorante pizzeria a San Pietro in Bevagna, una località balneare in provincia di Taranto dove la tradizione popolare narra sia naufragato Pietro, il primo vicario di Cristo, durante il suo primo viaggio. Quell'anno c'era stato un lungo ponte di lavoro a ferragosto: da giovedì 14, vigilia di Ferragosto, a domenica 17 agosto. Perciò quel lunedì subito dopo aver pranzato mi buttai sul letto. Verso le 16 vidi, nel dormiveglia, mio fratello Mimmo che si faceva la doccia, che si cambiava mettendosi addosso maglietta e pantalone bianco. Poi il buio di nuovo per me, per il mio profondo dormire interrotto, però, alle 18 circa dalla telefonata di Leonardo, il titolare della Primula Rossa, altra pizzeria a San Pietro dove mio fratello lavorava come pizzaiolo. Leonardo mi chiese come mai mio fratello, di solito puntualissimo, quel giorno non fosse ancora arrivato. Gli risposi che magari si era fermato a Manduria, comune intermedio tra Oria (dove vivo) e San Pietro, o da qualche altra parte ma che di sicuro da lì a breve sarebbe arrivato. Provai anche a chiamarlo mio fratello sul Timmy, il suo secondo cellulare , ma risultava spento. Non ci pensai più e mi ricordai che sarei dovuto andare al funerale della madre di un mio conoscente. Ma ormai era tardi. Così decisi di andarlo a trovare a casa. Mentre gli davo le condoglianze davanti alla sua abitazione suo zio mi riferì di un incidente stradale mortale sulla strada per Manduria che aveva coinvolto una Fiat Croma, la macchina che mio fratello ed io avevamo comprato.

Tornai subito a casa – glissando le domande di mia madre su dove fosse mio fratello – e mi recai con degli amici di mio fratello sul posto quando erano le 19. A due ore dall'incidente né i carabinieri né nessun altro mi aveva avvisato dell'accaduto sebbene fosse successo a tre chilometri fuori dall'abitato. La Croma era una scatola rotta e accartocciata di lamiere sul palo della luce mentre lì accanto c'era un tir riverso su un fianco con tutto il suo carico di barbabietole da zucchero. Il maresciallo dei carabinieri, ancora oggi al suo posto nella locale caserma  mi disse che mio fratello era stato condotto a Francavilla Fontana: un piccolo vicino ospedale e quindi pensai che se la fosse cavata con poco perché altrimenti lo avrebbero portato in altri ospedali più attrezzati, pensai. Arrivato al pronto soccorso chiesi notizie di mio fratello. Mi dissero che era morto e mi diedero un sacco nero di plastica con dentro il suo Timmy, le sue scarpe da ginnastica, i pantaloni e la maglietta bianca di riserva che si portava al lavoro.

Dopo qualche momento di disperazione una strana pace mi giunse, complice il più struggente dei tramonti che io ho mai visto in vita mia calare sulla cupola e la città di Francavilla. "E ora chi glielo dice a mia madre" pensai. Perché fui subito sicuro che mio fratello, ovunque si trovasse, stesse bene. Era troppo in gamba per non sapersela cavare in ogni situazione e non l'ho mai sentito accanto come in quel momento e nei giorni successivi. All'improvviso da mio fratello minore (3 anni e 3 mesi la nostra differenza di età) diventò mio fratello maggiore. Ricordo infatti come nei mesi e negli anni precedenti avesse cercato la mia presenza di fratello più grande per aiutarlo a districarsi nella sua difficile convivenza con una ragazza.

Non so neanche come sono finito a scrivere queste cose, mi ero preparato tutt'altra scaletta per parlare di Mimmo. Forse sarà stato l'oblìo in cui è caduto in questi dodici anni, complice magari il fatto che io suo fratello non sono stato capace di ricordarlo gran ché, a parte un video che ho caricato su youtube. Ma oggi come dodici anni fa sento ancora la sua presenza di fratello ormai maggiore.

Infatti ovunque egli sia in questo momento, se in uno spazio-tempo parallelo o fuori dallo spazio-tempo, deve sapere che lo ringrazio per questo come lo ringrazio perché quando facevamo a botte faceva  finta di prenderle facendomi così sentire più forte di lui, come lo ringrazio di essere riuscito a cavarsela da solo quando venne a Roma a fare il Vam d'onore all'altare della patria perché il 90% dei soldi della famiglia finivano a me che ero studente, anche grazie alle sue insistenze perché accadesse proprio ciò. Sappia anche che comunque mi sono messo a cercarlo perché ho ancora bisogno di lui.