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Mistero Salentino

Storie di santi, di matti e di gatti.

Giuseppe Vitale in "Mistero Salentino"
Giuseppe Vitale in "Mistero Salentino".

Si tratta di una raccolta di racconti e fiabe della tradizione popolare pugliese assieme a filastrocche, una poesia e una giullarata di Dario Fo. Ho recuperato, quindi, “cunti” e leggende orali che ripropongo secondo un lavoro in cui non mi oriento al lavoro filologico, della trasmissione precisa e testuale dei racconti che, poiché sono orali, risentono di interpretazioni e aggiunte più o meno fantasiose a seconda di chi li racconta. È noto, infatti, come le parole dette, raccontate nascano soprattutto dal ricordo delle immagini che sono rimaste impresse nella propria memoria e che riguardano, quindi, la propria identità. Concetti, questi, su cui tra gli altri, di recente, Ascanio Celestini ha costruito il suo percorso di affabulatore. Più che filologia il racconto popolare diventa, allora, un gioco linguistico, verbale e gestuale. Cero, allora, di restituire la dimensione ludica di questa relazione con i brani da me proposti.

La circolarità di questi racconti ci inserisce, poi, in una sorta di giostra che gira attorno al mondo popolare. La mia performance vuole essere, se vogliamo, un piccolo concerto di suoni, di espressioni, di onomatopee che spero siano altrettanto divertenti quanto lo sono per me ogni volta mi confronto con il materiale da me raccolto. Alcuni di questi si possono classificare come culacchi: “racconti satirici salentini, a volte di spirito anticlericale” – come li definisce Alfredo Romano nella quinta di copertina di Lu nanni orcu (Besa editrice) – “che ricordano tanto gli episodi dell’Aretino, del Rabelais o del Bandello. Sono racconti che tratteggiano storie di paese e di costume, ma che hanno sempre uno sfondo moraleggiante”. Alcuni brani li restituirò in un linguaggio che accomuna diversi dialetti di una koiné che va da Cisternino, a Martina Franca, passando per Ceglie Messapico, Ostuni e San Michele Salentino. L’idioma che utilizzerò assomiglia ai dialetti parlati in questi centri senza identificarsi con nessuno di essi. Del resto un dialetto, se uno non ce l’ha, se lo può anche inventare come dice Marco Paolini in Bestiario Italiano. E se lo può inventare proprio cercando di sentire, di percepire i suoni senza pretendere di imitarli ma, ancora una volta, divertendosi a scoprirne gli effetti e le possibilità.

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