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Copertina Personal Brandig Plan

C'era una volta il Piano Editoriale ovvero quella guida che i blogger realizzano per pianificare la loro presenza online, i contenuti da divulgare, le azioni strategiche per farsi trovare e magari iniziare delle conversazioni con i visitatori che così, una volta coinvolti, possono diventare potenziali clienti. In genere questo tipo di documenti si suddividono in tre parti: l'analisi del proprio brand, il target a cui ci si riferisce e il calendario editoriale ovvero il calendario dei post che si scriveranno durante l'anno. Si tratta di un progetto impegnativo già di per sé e che non tutti i blogger hanno. Per esempio Riccardo Esposito, webriter freelance oramai di riferimento per la blogosfera e non solo, ce l'ha e dà ottimi consigli per realizzarne uno. Riccardo Scandellari, creativo e giornalista e autore di libri sul personal branding e il marketing digitale, invece non ce l'ha o almeno così ha dichiarato di recente. Allora, che cosa è meglio fare: avercelo o no? Questa è la stessa domanda, tra l'altro, che molti imprenditori si fanno a proposito del Business Plan: è il caso di farlo o no? Dal mio punto di vista se si sa a memoria la strada per il successo e la si sta percorrendo senza alcun bisogno di una guida forse il fermarsi un poco a guardare le mappe può davvero essere non necessario se non addirittura d'intralcio. Ma chi possiede una dote del genere? E per quanto tempo può durare? Anche i geni a volte hanno dei momenti in cui devono ripartire. Perciò io propendo per pianificare per bene il percorso che si intende intraprendere con qualcosa che considero ancora più importante del Piano Editoriale: il Personal Branding Plan, o almeno così l'ho chiamato io.

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Governor Roosevelt poses with Al Smith for a p...
Governor Roosevelt poses with Al Smith for a publicity shot in Albany, New York, 1930 (Photo credit: Wikipedia)

Un buon modo per interagire con possibili collaboratori molto qualificati è quello di individuare i professionisti di riferimento della propria nicchia e iniziare delle conversazioni. Parliamo di questo oggi per il breve viaggio attorno al mondo delle relazioni che vi sto proponendo.

Potreste iniziare dagli elenchi dei vostri professionisti di riferimento. Poi cercate di sapere tutto di loro e quindi provare a stabilire un dialogo sulla base di ciò che sta loro a cuore. Cercate di conoscere bene uno o due argomenti e incuriosite i vostri interlocutori. Loro ameranno sentir parlare dei loro interessi e vi dovrebbero dar retta da subito, se sapete  farlo in modo amabile e disinteressato.

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Português do Brasil: Evento VALETEC 1
Português do Brasil: Evento VALETEC 1 (Photo credit: Wikipedia)

Una buona idea per avere a che fare con persone interessanti è andare a vedere presentazioni, anteprime, mostre, ecc. Conoscere cosa si muove nel vostro mondo e sapere chi fa cosa e come vi dà un'architettura nella quale potete individuare con certezza il momento e le persone giuste per il vostro re-inserimento sociale e lavorativo. Tutto questo vi evita, insomma, di navigare alla cieca. Potrete così non incorrere in una serie di stancanti frustrazioni.

Questa la mossa che vi suggerisco oggi per il percorso in dieci giorni attorno al modo delle relazioni.

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Young Woman Blogging, after Marie-Denise Villers
Young Woman Blogging, after Marie-Denise Villers (Photo credit: Mike Licht, NotionsCapital.com)

Un buon interessante passo che si può compiere per avere degli scambi di informazioni, opinioni, interessi è scrivere e condividere post su opportunità e progetti. Ci avete mai pensato per curare i rapporti con persone che vi interessano? I blogger sì ed è questa una delle ragioni per cui ogni giorno postano qualcosa. Ed è la mossa che vi suggerisco in questa seconda tappa del percorso intorno alle relazioni pubbliche che ho cominciato ieri parlandovi della mossa dei neuroni-specchio. Oggi, invece, vorrei parlare con voi di un secondo passo che potreste fare: scrivere articoli.

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|Lights|
|Lights|. Di Edoardo Costa.

Ho appena avuto una conversazione in chat che ritengo significativa perché ha un po' di cose da insegnarci e sulle quali riflettere. Perciò vi riporto il dialogo tra me (Giuseppe) e Rosa (nome di fantasia di una ragazza italiana di 20 anni) emendato da ogni riferimento personale. Lei è stufa dell'Italia e vuole cercare lavoro all'estero. E' evidente che è seccata per una serie di motivi e magari stufa, stanca, delusa. Ho provato a farle alcune domande, senza dare nulla per scontato, per provare a capire la sua reale situazione. Non ho avuto successo perché dopo poche brevi battute si è seccata ancora di più. Magari non sono bravo a consolare le persone in chat. Tuttavia sono emerse alcune questioni che fanno sì che spesso non riusciamo a venire a capo di situazioni difficili nelle quali incappiamo:

  • il partito preso;
  • il non avere un obiettivo preciso;
  • il mito del posto fisso sempre tardo a morire;
  • il pensare che solo noi abbiamo vissuto la situazione più difficile di tutti e che magari gli altri non ci capiscono.

Si tratta, insomma, del classico campionario dei modi per rendere più complicate le difficoltà che abbiamo. Sia chiaro che non giudico da nessun punto di vista questa ragazza che anzi ringrazio perché mi dà la possibilità di fare luce su certi errori che tutti commettiamo in situazioni simili alla sua.

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stra trek guys
Star Trek Guys

A questo punto Kublai Kan s'aspetta che Marco parli d'Irene com'è vista da dentro. E Marco non può farlo: quale sia la città che quelli dell'altipiano chiamano Irene non è riuscito a saperlo; d'altronde poco importa: a vederla standoci in mezzo sarebbe un'altra città; Irene è un nome di città lontano, e se ci si avvicina cambia.

Mi ricorda l'atteggiamento di Kublai Kan quello di una mia amica che è alla ricerca della risposta ultima a tutte le cose. Lei cerca la ragione superiore di tutto il nostro agire che gli dia senso. Quella risposta che si trova alla fine di tutte le domande di una vita. E' ovvio che in questo faticoso percorso si sia stancata.

Il fatto è che mi sono stufata dei problemi e anche delle analisi dei problemi e dei perché e dei per come. A me servono SOLUZIONI!

mi ha scritto. Quante volte tutti noi pensiamo in questo modo? Ci stufiamo delle domande senza risposta, delle tante analisi che sembrano portare a niente e vogliamo le soluzioni qui e ora, senza se e e senza ma. Scagli la prima pietra chi non lo fa. E pur tuttavia sono rari i momenti in cui impugniamo finalmente "la soluzione" e per giunta questa porta nuovi problemi e nuove domande. La vera difficoltà, però, non è trovare le risposte ma fare le domande. Quante volte, infatti, conversando con qualcuno o leggendo qualcosa ci pare di trovare delle risposte alle nostre domande? Invece fare le domande giuste è l'arte più importante e quindi più difficile.

Ma tutte queste domande dovranno portare ad una risposta "finale" non credi? Oppure devo continuare a farmi domande in eterno?

Chiede la mia amica.  Eccoci dunque arrivati nientedimeno che al finalismo il quale afferma che il nostro agire è sempre subordinato ad uno scopo, ad un fine all'interno di un universo in cui l'uomo è padrone di tutto le cose per volontà divina. Il finalismo è un vecchio conoscente del pensiero occidentale a partire dal pensiero greco. Se però per Aristotele era esclusa un'intelligenza ordinatrice e provvidenziale il Cristianesimo che lo ha ripreso e amplificato è arrivato a fare di esso uno dei cardini di tutta la dottrina cristiana: i novissimi e quindi l'escatologia diventano la ragione stessa del nostro agire. Braccio operativo di Dio è quella Provvidenza che diventa il deus ex machina dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il nostro agire ha senso solo dopo il giorno del giudizio e diventa quindi subordinato all'Assoluto. Questo piace tanto ai Cattolici. Ma la mia amica rettifica il tiro e scrive a questo punto:

Non voglio addentrarmi in un discorso teologico sulle religioni rivelate, ma se ci soffermiamo ad un livello semplicemente umanistico, perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale? Non parlo dell'aldilà ma anche qui e ora penso che la ragione possa guidarci sul da farsi: essere persone oneste, rendere la terra abitabile per tutti, aiutare i più deboli, godere della bellezza naturale o dell'arte umana, bandire la violenza, cercare la giustizia, proclamare la verità... perché soffermarsi su questo concetto "di moda" della giungla metropolitana, della legge del più forte e cavolate varie che ci propinano come se non ci fossero stati milioni di anni di evoluzione?!

"Perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale?" dunque. Ora la domanda è: chi la conosce? Chi può rivelarcela? Le Sacre Scritture? Un profeta? I cattolici sono convinti che si possa conoscere, bontà loro. In fondo non fanno male se li aiuta a vivere con serenità, riconciliati con il mondo. Ma questo avviene di rado e comunque porta via molto tempo e molte energie. Succede infatti che questa risposta finale sia più un ostacolo insuperabile che un ausilio. Seguiamo ciò che dice un esperto di problem solving come Umberto Santucci in Fai luce sulla chiave (l'Airone):

Quando Alessandro Magno si trova davanti al nodo di Gordio, che nessuno era riuscito a sciogliere fino ad allora, e invece di tentare di scioglierlo come hanno fatto tutti gli altri lo taglia con un colpo di spada, che cosa fa? Elude il problema? Lo banalizza? Lo dissolve?

La risposta è facile: lo dissolve. I problemi (che sono sempre delle domande, come quelle della mia amica) a volte sono del tipo di quelli che non possono essere risolti perché sono al di là dei nostri limiti umani, come tutti i problemi della metafisica. Allora non vanno affrontati come problemi ma come immagini, sogni, incubi, illusioni.

A questo punto la mia amica chiarisce ancora di più ed arriva ad affermare che ci salveremo se useremo la logica. Allora mi è venuto in mente Spock di Star Trek: usava la logica e spesso questa voleva dire sacrificare il singolo. Mentre Kirk, il capitano, cercava sempre di salvare anche il singolo. Un mondo di pace è il sogno che Dio riserva a tante figure bibliche, come ad esempio Mosè che vede l'arcobaleno dopo il diluvio. E' qualcosa che va oltre la logica. Se poi parliamo di logica bisogna fare attenzone: quale? Quella verticale, spesso troppo utilizzata e dannosa, o quella laterale, che se fosse più usata riusciremmo a trovare le giuste soluzioni?

Termino qui le mie considerazioni sul finalismo. E voi vi sentite più finalisti oppure più concentrati sul qui e ora? Fatemelo sapere nei commenti. Oltre a quella del finalismo, potrebbe interessarti anche la malattia del fatalismo.

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Ultima modifica del post: 28 Giugno 2015.

Some kid reading a book.
Some kid reading a book. Di Brendan Murphy.

La lettura di cose scritte da persone morte è una cosa morta anch'essa, è come bere la feccia della loro saggezza. Molto meglio parlare con persone sagge viventi: ci si abbevera alla fonte diretta. Meglio conversare con loro. Ma allora dobbiamo abbandonare la lettura? No se riusciamo a conversare con gli autori dei testi. Ma com'è possibile se sono morti? Ci hanno lasciato qualcosa di scritto e se facciamo loro delle domande le loro parole, comunque fissate, ci risponderanno ogni volta in maniera diversa. Le nostre domande non resteranno senza risposta. Ciascuna risposta, poi, formulerà nuove domande, così l'acqua continuerà a fluire e resterà sempre fresca.

Quel che è dunque importante, nella lettura, è fare delle domande al testo, evitare di leggere in modo passivo o perché si deve. O, meglio, fare delle domande a chi ha scritto quel testo, anche se egli non è più in vita. Perché magari l'autore ha risposto alle nostre domande, se l'è già poste anche lui. In fondo, infatti, le domande più importanti delle persone, con il passare dei secoli, non cambiano. E se l'autore non ci ha risposto in un testo cerchiamolo in altri testi della stessa mano. Se neanche essa ci risponde cerchiamo presso altre mani che hanno vergato altre pagine. Se neanche così troviamo risposte avremo comunque imparato a fare domande e cercare risposte. Magari un giorno scriveremo noi, per altri, le risposte che cercavamo.