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Ultima modifica il 11 settembre 2015 alle 15:31

Benedetta Ognissanto
Mia mamma nel 1978, in attesa di mio fratello.

"Io voglio vivere per mio figlio Giuseppe" esclamò mia mamma, piangendo, non appena l'oncologa le comunicò che il tumore, operato mesi prima, era tornato a minacciare, con le metastasi, la sua vita. Oggi, che sarebbe stato il suo sessantottesimo compleanno, avrebbe voluto essere ancora con noi, occupandosi di me, della sua famiglia, della tomba di mio fratello scomparso diciassette anni fa, delle sue amiche, delle persone a cui faceva del bene. Si chiedeva sempre se avrebbe re-incontrato suo figlio, sua mamma, sua nonna e tutte le persone a cui voleva bene e non c'erano più. Anzi, a dire il vero ne era certa. Mia mamma aveva una molta fede e pregava ogni giorno, o quasi.

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Ultima modifica il 1 maggio 2018 alle 17:58

Re MagiChe cosa vogliamo per questo anno iniziato pochissimi giorni fa? Che cosa ci aspettiamo? E del 2014 che cosa ce ne facciamo? Buttiamo via tutto? Non c'è proprio niente da salvare?

Se dovessimo scegliere tre parole per pensare all'eredità dell'anno passato e alle novità che ci aspettano, quali sceglieremmo?

...continua a leggere "Tre parole per il 2015"

Ultima modifica il 14 maggio 2018 alle 17:24

La "Fugue" di Kandinskij.
La "Fugue", di Kandinskij (1914).

Apocalittici o integrati? Dopo che  nel 1964 Umberto Eco pubblicò un suo saggio destinato negli anni ad essere molto studiato e citato, generazioni di studiosi hanno dovuto non solo schierarsi ma hanno iniziato a fare i conti con questo bel saggio che senza dubbio possiamo definire postmoderno, per almeno tre ragioni:

  1. il rifiuto del logocentrismo;
  2. le analisi dei fumetti e delle canzoni di consumo, allora giudicate eccentriche;
  3. l'eclettismo.

Ho delle buone notizie per voi. Il 24 settembre potremo ufficialmente dichiarare morto il postmoderno. Come faccio a saperlo? Perché in quella data al Victoria and Albert Museum si inaugurerà quella che che viene definita la "prima retrospettiva globale" al mondo intitolata Postmoderno - Stile e sovversione 1970-1990.

Questo annuncia oggi 3 settembre 2011 il giornalista e scrittore Edward Docx su la Repubblica  in un articolo tradotto in italiano da Anna Bissanti. E' ovvio che ora le domande sono: ma cos'è il postmodernismo, posto che abbiamo capito in cosa consiste la modernità. Allora facciamo uno, anzi due passi indietro. Iniziamo proprio dalla modernità, che possiamo definire grazie a queste caratterisiche:

  • lo sviluppo dell'industria grazie al sempre massiccio utilizzo della tecnologia reso possibile dal capitalismo;
  • l'estensione delle cure sanitarie e del benessere a fasce sempre più ampie di popolazione;
  • la possibilità di accedere all'istruzione medio-alta;
  • la grande disponibilità di materie prime;
  • il predominio della borghesia;
  • la fiducia nella scienza e nel positivismo.

Si riconoscerà subito che questa epoca è iniziata con la rivoluzione industriale ed è andata avanti fino alla prima guerra mondiale, in cui qualcosa si è rotto in tutte queste convinzioni. Già da prima, a partire dal 1870, ha iniziato a farsi strada il postmodernismo definibile come una corrente di pensiero che privilegia un apporto al moderno che non è né l'antimoderno né l'ultramoderno: né negazione quindi, né superamento. Si fanno, insomma, i conti con il capitalismo maturo o, meglio, con i suoi primi guasti come il colonialismo, con la globalizzazione e con l'avvento dei media. La razionalità, l'obiettività e il progresso della modernità sono valori che non solo vengono messi in discussione ma sempre di più ci si rende conti della complessità del reale. Le grandi narrazioni e la centralità del logos non affascinano più e si fanno quindi avanti nuovi modi di concepire la filosofia, il design, l'arte, l'architettura, la letteratura, ecc.

Ora, però, siamo sul letto di morte del postmodernismo per il ritorno dell'autenticità e della specificità che sono in netto contrasto con esso. Non a caso l'articolo, citato prima, si intitola: Benvenuti nell'era dell'autenticità e addita in Jonathan Franzen l'autore che scrive bene, che è autentico e che dice qualcosa di intelligente come esempio della "Età dell'Autenticità". Voglio ripercorrere ora queste tre tappe (modernità, postmodernità, autenticità) additandovi tre esempi di scrittori italiani:

  1. Italo Svevo che annovero come moderno, sebbene già conscio dell'opposizione alle leggi sociali e del valore della lotta per la vita, come segno di sfiducia nelle "sorti magnifiche e progressive" del periodo appena precedente o contemporaneo al suo. Conserva però piena fiducia nella letteratura, nella scrittura.
  2. Italo Calvino è uno dei maggiori esponenti del postmodernismo a partire dalla sua adesione all'oulipo e alla letteratura combinatoria, con tanta maestria utilizzata ne Il castello dei destini incrociati. Non disdegnò di scrivere della camzoni e amò i labirinti. Seppe porre lo stesso problema che pone Eco nel suo saggio, che ho citato prima: "dal momento che la presente situazione di una società industriale rende ineliminabile quel tipo di rapporto comunicativo noto come insieme dei mezzi di massa, quale azione culturale è possibile per far sì che questi mezzi di massa possano veicolare valori culturali?".
  3. Addito ad esempio della fine del postmodernismo Erri De Luca. Se penso all'autenticità non posso fare a meno di pensare alla cima dieci che da vecchietto scala e che ambientazione ma anche "personaggio" di uno dei suoi racconti in Il contrario di uno oppure all'essenzialità e allo stile lapidario con cui parla del quartiere napoletano di Montedidio.

Ma ora non posso eludere la domanda che ho fatto nel titolo: ma io sono moderno, postmoderno o autentico? In tutta sincerità non so decidermi perché:

  • della modernità ho imparato e apprezzo la razionalità;
  • del postmodernismo conservo tutto il valore del gioco, dell'ironia, della combinatoria;
  • dell'età dell'autenticità che inizia in questo mese di settembre 2011 credo di aver avuto già dei prodromi anche in poeti come Eugenio Montale.

E tu ti senti più moderno/a, postmoderno/a o autentico/a?