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Lavorando sul divano
Avete presente il modello del titolare dell'azienda che sta in ufficio a tutte le ore tutti i giorni della settimana, persino quando i dipendenti non ci sono? Avete presente quel boss che arriva per primo la mattina e va via per ultimo il pomeriggio o la sera? Conoscete un imprenditore che sta sempre nella sua azienda, che faccia bello o cattivo tempo? Uno che sta sempre nella sua impresa? Sono sicuro che molti di voi ce l'hanno presente, che a tanti succede, che ci sono moltissimi imprenditori che ancora continuano a fare questo. Ebbene, si tratta di un modello superato di gestire la propria azienda. Direi di più: è un modello inefficace e diseducativo. Superato perché ormai tanti altri imprenditori gestiscono l'azienda con molto, molto meno tempo. Addirittura a un certo punto diventano non più necessari alla loro azienda stessa. Diventano deleteri se ci sono ancora. Devono lasciare agli altri ciò che loro facevano prima, hanno fatto all'inizio. Ci sono persino degli imprenditori seriali che continuamente aprono aziende. È inefficace perché il ruolo dell'imprenditore non è stare in azienda ma deve stare sicuramente altrove, quindi non fa funzionare le cose come meglio dovrebbero. È diseducativo perché si tratta di un tipo di impresa in cui tutto dipende dal capo, diventa una roba monocratica, il titolare diventa una sorta di Re Sole dell'azienda tolto il quale c'è solo il buio ovunque, non funziona più niente. Inoltre non avvicina sicuramente i giovani a creare impresa perché se uno si deve seppellire dentro una fabbrica, ad esempio, che è pur sua, schiavo di se stesso, chiaramente I giovani con le nuove esigenze molto più aperte, molto diverse dal passato, da questo punto di vista, diventa qualcosa di non appetibile. Mettiamo che avete 2 o 3 o 5 aziende, come fate? Chiedete il dono dell'ubiquità oppure fate come determinati personaggi storici, i dittatori, che a un certo punto utilizzavano dei sosia per riuscire a stare in più luoghi. Quindi che fate ordinate, assumete dei sosia perché sembra che ci siate proprio voi in quel momento nelle aziende A, B, C ed E?

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Lezioni Americane

Oggi, lunedì 19 Settembre 2016, siamo da trentuno anni a questa parte senza Italo Calvino, morto in questo giorno nel 1985. Per chi legge, però, almeno uno dei suoi libri, questo scrittore in realtà continua a fare compagnia, continua ad essere più che mai vivo. Continua ad essere una voce che spunta qua e là, in momenti impensati, come una sorpresa che trovi quando svolti l'angolo di una strada, quando entri in edifici che non avevi mai visto, quando, in treno, guardi il paesaggio. Certo, in questo c'è la complicità, perlomeno per me, del fatto che è tra i miei scrittori preferiti e che quindi di tanto in tanto torno a leggerne le opere e, a volte, scrivo qualcosa su di lui e la sua letteratura in questo blog. Per quanto mi riguarda è infatti una guida per non perdermi nel mondo odierno, così pieno di post, tweet, notizie, chat che costituiscono un gigantesco overload. Nel 1985 ideò le sue Lezioni americane, un testo che gli sarebbe servito per delle conferenze negli Stati Uniti. Quel testo e quei valori da lui consigliati sono diventati, nel tempo, il firmamento che rischiara le tastiere di copywriter, blogger e di chiunque abbia qualcosa di professionale o più in generale da scrivere nella rete. Perciò in occasione di questo anniversario della sua scomparsa voglio riproporli in breve sia per onorare lo scrittore sia per rinverdire e aggiornare non tanto ciò che nel 1985 è stato così con gran maestria scritto ma le sue possibili applicazioni con chi oggi è alle prese con Twitter, WordPress, Facebook, Instagram Google Plus ecc.

Le Lezioni Americane di Italo Calvino sono una sicura guida per chi scrive nel web. Condividi il Tweet ...continua a leggere "Le lezioni americane e i social network"

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Immagine 197Oggi, 19 Marzo 2016, ricorre la festività di San Giuseppe, una sorta di festa nazionale un po' per la celebrità di questo santo e un po' per la grande diffusione di questo nome. Io che lo porto ne sono molto orgoglioso. Non è un caso se abbiamo un nome piuttosto che un altro. Il proprio nome contiene molto della nostra identità. Accetto per buono questo concetto che prendo a prestito da Alessandro Cheli nel suo libro Il coraggio di essere te stesso: La ricerca dell'autenticità come strada per il successo. Da questo libro ho appreso anche la presenza in ognuno di noi degli interpreti del sé:

Gli interpreti del sé rappresentano i nostri modi di agire e di porci, gli atteggiamenti che assumiamo, i ruoli nei quali tendiamo ad identificarci.

Grazie ad essi possiamo avere una conoscenza poliedrica e quindi complessa ma allo stesso tempo comprensibile di noi stessi. Quel che occorre fare è identificarli uno per uno e dar loro un nome. In questo ci aiuta l'acrostico, che Wikipedia così definisce:

componimento poetico o un'altra espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase.

Proviamo a fare un esempio utilizzando proprio il termine sole:
Sudare
Oltremodo
Languendo
Esausti
Un altro esempio ancora con la parola Buco:
Buio
Ugello
Condotto
Oscuro
L'acrostico del nostro nome può dunque rivelare molto di noi stessi. Perciò ho sviluppato il mio sia come utile e giocoso esercizio di riflessione su me stesso sia come mia presentazione a tutti quelli che per una ragione o l'altra vogliano conoscermi un po' meglio. Ma c'è un altro motivo per cui ve lo propongo: credo che sia utile a chiunque. Perciò incoraggio tutti a trovare il proprio. Intanto ecco il mio.

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Inviati a ispezionare le remote province, i messi e gli esattori del Gran Khan facevano ritorno puntualmente alla reggia di Kemenfù e ai giardini di magnolia alla cui ombra Kublai passeggiava ascoltando le loro lunghe relazioni (...) Ma quando a fare il suo resoconto era il giovane veneziano, una comunicazione diversa si stabiliva tra lui e l'imperatore. Nuovo arrivato e affatto ignaro delle lingue del Levante, Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che con gesti, salti, grida di meraviglia e d'orrore, latrati o chiurli d'animali, o con oggetti che andava estraendo dalle sue bisacce: piume di struzzo, cerbottane, quarzi, e disponendo davanti a sé come pezzi degli scacchi.

Questa comunicazione diversa è quella di Italo Calvino ne Le città invisibili. Prendo a prestito questo brano per ricordare anche io, a modo mio, lo scrittore scomparso trenta anni fa.  Tutta la sua scrittura è differente in termini di Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità, le qualità della letteratura che lui stesso avrebbe dovuto proporre per il nuovo millennio negli Stati uniti se morte non lo avesse colto prima.  Non potendosi esprimere, perciò, nella stessa lingua dell'imperatore Marco è costretto a usare delle pantomime per farsi intendere, "emblemi, che una volta visti non si possono dimenticare né confondere". E a pensarci bene tu ogni opera di Calvino è un emblema, un segno che trovi lungo il cammino e che non puoi fare a meno di portarti dietro. Cercate i suoi libri, annusateli, toccateli, leggeteli, non per forza dall'inizio alla fine, aprite pagine a caso, combinate una frase con l'altra, perdetevi e ritrovatevi. Buona lettura!

Mummie Oria
Due delle undici mummie conservate a Oria.

Potrei presto dedicarmi ad un nuovo progetto che riguarda la Cripta delle mummie di Oria, i Santi Medici e altri santi ancora di Puglia. Ci sto pensando su. Intanto sono stato a visitare sia la cripta sia il santuario di San Cosimo alla Macchia.

Ci sono uomini e donne che credono di vivere anche dopo la morte, così come sono, conservando le loro fattezze e le loro occupazioni. Posto che la meta di costoro è l'immortalità, consegnano i loro corpi agli imbalsamatori. Nei secoli sono stati tanti, quasi in ogni parte del mondo. Italo Calvino ne parla in una delle sue Città Invisibili: Eusapia. È la città dei morti che apportano innovazioni tanto che da un anno all'altro non la si riconosce più, per quanto è cambiata. E succede quindi che l'Eusapia dei vivi ha preso a modello la città sotterranea.

Dicono che questo non è solo adesso che accade: in realtà sarebbero stati i morti a costruire l'Eusapia di sopra a somiglianza della loro città. Dicono che nelle due città gemelle non ci sia più modo di sapere quali sono i vivi e quali i morti.

...continua a leggere "Il cantiere delle mummie e dei santi"

Stasera, 16 Marzo 2015, su Rai Cinque, andrà in onda il quarto appuntamento con L'arte Secondo Dario Fo. La puntata sarà dedicata a Raffaello Sanzio. Le anticipazioni le troviamo sul Cacao del Sabato.

Nell'attesa eccovi un mio piccolo omaggio alla lezione-spettacolo precedente, dedicata a Correggio.

So che non dovrò scendere al porto ma salire sul pinnacolo più alto della rocca ed aspettare che una nave passi lassù. Ma passerà mai? (Italo Calvino, Le città invisibili).

Vi do appuntamento a stasera con il live tweeting dal mio account twitter bestanzon.


C'è sempre un libro che ti salva dalla disperazione, dalle scelte violente. Marco Baliani ha preferito leggere il Moby Dick e non passare alla lotta armata. Così oggi abbiamo un ex terrorista in meno e un attore e regista in più. D'altronde chi legge il capolavoro di Melville impara a vivere e raccontare il proprio rapporto con la ferita, con la piaga profonda della propria vita, come mi ha insegnato Enzo Toma quando ho collaborato alla messa in scena del Moby Dick di Francesco Niccolini. La ricerca di Achab, forsennata, altri non è se non la ricerca di qualcosa che giace dentro di noi e che non è facile trovare. Così come semplice non è trovare la risposta che dà a una tua domanda una città della quale non godiamo le sette o e settantasette meraviglie come scrive Italo Calvino e Le città invisibili. Proprio questo testo è un po' la mia Bibbia come il Moby Dick per Baliani. Quando ho bisogno di pace mi siedo in compagnia di Marco Polo e del Gran Kahn che non si capisce se si siedettero molti secoli addietro o se sono in realtà seduti insieme da sempre o se ognuno sta immerso nei suoi guai e immagina di stare in compagnia dell'altro. Questo proprio non lo so e alla fine poco m'importa. Quel che davvero m'interessa è l'erranza, come mi ha insegnato mia mamma.

Quale libro è la vostra bibbia?

Copia di letturaMese di relazioni, di ricordi, di preghiere questo di Novembre in cui commemoriamo le persone che non sono più tra noi. Per me al lungo elenco delle visite al cimitero quest'anno si aggiunge mia madre, che purtroppo l'undici settembre scorso ci ha dovuto lasciare, suo malgrado. Lei che diciassette anni or sono aveva perso un figlio, mio fratello, per un incidente stradale. E che ogni giorno ricordava e cercava nei suoi pensieri, nei suoi desideri, nelle sue azioni. Aveva molte domande sulla vita dopo la morte mia mamma Benedetta e nel tempo ha nutrito così tanto la sua fede che è andata via convinta di poter riabbracciare il suo prediletto Mimmo, sua mamma, sua nonna, tutti i suoi cari defunti. Sebbene volesse riabbracciarli un po' più in là.

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leggerezza
leggerezza (Photo credit: Kliò)

Se vuoi raggiungere la leggerezza è necessario fare il vuoto prima. Se la valigia che abbiamo riempito di tanta roba non la svuotiamo resterà sempre pesante. Siamo destinati a trascinarci in un'esistenza greve e piena di affanni se non impariamo a liberarci da ciò che la appesantisce. Questo lo sapeva bene un maestro della leggerezza come Italo Calvino che ne Le Città invisibili fa dire al Kan, che ha sognato una città, da Marco Polo queste parole:

E Polo: − La città che hai sognato è Lalage. Questi inviti alla sosta nel cielo notturno i suoi abitanti disposero perché la Luna conceda a ogni cosa nella città di crescere e ricrescere senza fine.
− C'è qualcosa che tu non sai, − aggiunse il Kan. − Riconoscente la luna ha dato alla città di Lalage un privilegio più raro: crescere in leggerezza.

Subito dopo troviamo la città di Ottavia che viene così introdotta:

Ora dirò come è fatta Ottavia, città-ragnatela. C'è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle.

...continua a leggere "Come fare il vuoto per lasciarci riempire dalla leggerezza"

piccolo talismano della felicità
piccolo talismano della felicità (Photo credit: walimai73)

Non esistono idee nuove,
soltanto idee in cui riecheggiano
i classici.

Perciò quando ti dicono «Originale la tua idea!», non fidarti. Non c'è nulla di nuovo sotto questo sole. Tutto è stato già scritto. Su questo Lu Ji, di cui sto commentando L'arte della scrittura, è perentorio.  Ma poi c'è davvero questa necessità di essere originali per forza si chiede Gianluca Santini in un post sull'originalità nella scrittura in cui afferma che è:

impensabile riuscire a trovare un'idea totalmente originale, dal momento che dovremmo poter conoscere tutto quello che è stato scritto o girato nella storia, per poter avere un'idea nuova.

...continua a leggere "L’originalità nella scrittura"

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Una delle due facciate della moneta da 50 lire.I cambiamenti improvvisi non dipendono da noi e possiamo solo prenderne gli aspetti positivi. I piccoli cambiamenti sono invece alla nostra portata e ci danno la possibilità di forgiare i nostri progetti. Vediamo perché e come.

Credo che i cambiamenti improvvisi ci possano essere, ma in natura nulla si verifica ex nihilo, dal nulla. Una valanga è annunciata pur sempre da piccoli smottamenti, l'esplosione di un vulcano è preceduta da segnali come piccoli terremoti o altro. Altrimenti i napoletani o sono rassegnati all'eruzione del Vesuvio o si fidano della rete di monitoraggio. Un cambiamento improvviso è quasi sempre drastico, radicale e su di esso di rado possiamo intervenire. Mentre il piccolo cambiamento, o cambiamento continuo, è quello su cui invece possiamo lavorare in ogni momento. La distinzione su cui riflette Umberto Santucci, non è secondaria, è importante. Egli conclude il suo post con un passaggio che sarebbe bene fare nostro:

Se ci troviamo di fronte ad un cambiamento radicale, cerchiamo di coglierne gli aspetti positivi invece di sprecare energie a resistere ad esso. Se non c’è nessun grande cambiamento ma tutto scorre come prima, cominciamo a cambiare qualche piccola cosa noi stessi, senza aspettare il messia!

Resistere al cambiamento è infatti roba da tragedie nelle quali i protagonisti, per definizione, più si opponevano al fato più finivano per realizzarne le profezie. Si pensi al Macbeth: più Macbeth si accanisce contro Banquo più ne favorisce la discendenza. E' molto più saggio riconoscere che Panta Rei, tutto scorre ed è bene non opporvisi, pena qualche disastro. Una lezione questa che dopo le alluvioni in Liguria di questi giorni dovremmo tenere bene a mente. Ma la stessa etimologia del verbo cambiare suggerisce la lentezza perché deriva dal greco Kàmbein: curvare, piegare, girare intorno. Provate per esempio a piegare un ferro con una botta sola di martello: non solo non ci riuscirete, vi farete male anche alla mano che ha dato il colpo. Perché quel pezzo di ferro, giustamente, non accetta il trauma. Dovrete convincerlo con le buone scaldandolo e dandogli piccole martellate. Questo lo sapeva bene Vulcano, il dio romano del fuoco, colui che forgia le armi, effigiato anche sulle 50 lire, ve lo ricordate?. Un dio costretto a faticare, come gli uomini, al quale Italo Calvino si volge nelle sue Lezioni americane quando deve parlare della concentrazione e della craftsmanship (abilità e perizia) necessarie allo scrittore. E' naturale che questo lavoro richieda i suoi tempi ma è necessario che sia così. Senza di essi il cambiamento rapido non può avvenire. Ce lo spiega lo stesso Calvino:

Anche la vita, forse, è fatta di questo, di un “composto squilibrio” tra i tempi delle due divinità: il tempo di Vulcano per fabbricare con meticolosa e paziente fatica e il tempo di Mercurio per mettere le ali ai piedi.

Sta a vedere che il cambiamento richieda tempo, fatica e lavoro. Stamattina a causa di un po' di malumore dovuto a qualche problema di salute e al fatto che non mi sento del tutto soddisfatto della mia vita ho provato a cercare su google: "come cambiare la mia vita". Ebbene tra i tanti un post in particolare mi ha colpito: Solo un passo alla volta si può cambiare vita. Il motivo è semplice: insoddisfatti della nostra vita cerchiamo con foga di cambiare tutto oppure molte cose oppure ancora più di una cosa, adottando quella che Paul Watzlawick chiamerebbe una "ipersoluzione".  Così facendo mettiamo in crisi però il nostro cervello che purtroppo è più lento di quel che pensiamo e ha bisogno di tempo per abituarsi.

Vorrei che per me, e per te che leggi, siano chiare due cose a questo punto: 

  1. non possiamo mutare all'improvviso nulla;
  2. dobbiamo abituarci a fare piccoli e piccolissimi cambiamenti.

In che modo sarà oggetto del prossimo post. Intanto in tuo commento fammi sapere se hai mai provato a cambiare qualcosa della tua vita e come è andata.

Su come avere successo con i piccoli passi puoi leggere un bel post di Jacopo Fo: Come fallire in maniera pazzesca.

Il nostro lavoro era così: sulla barca portavamo una scala a pioli: uno la reggeva, uno saliva in cima, e uno ai remi intanto spingeva fin lì sotto la Luna; per questo bisognava che si fosse in tanti (vi ho nominato solo i principali). Quello in cima alla scala, come la barca s'avvicinava alla Luna, gridava spaventato: -Alt! Alt! Ci vado a picchiare una testata! - Era l'impressione che dava, a vedersela addosso così immensa, così accidentata di spunzoni e orli slabbrati e seghettati.

È il lavoro che fanno ne La distanza della luna il vecchio Qfwfq e gli altri quando una volta la luna era molto più vicino alla terra di adesso e ci si poteva salire su andandoci sotto con la barca come racconta Italo Calvino ne Le Cosmicomiche. E' ispirandosi a questo racconto fantastico che oggi campeggia su Google il doodle che ci ricorda che lo scrittore oggi avrebbe 88 anni.  Eccolo qui.

Doodle dedicato a Le Cosmicomiche di Italo Calvino
Doodle dedicato a Le Cosmicomiche di Italo Calvino del 15 ottobre 2011

Calvino scrisse questi racconti perché voleva servirsi "del dato scientifico come d'una carica propulsiva per uscire dalle abitudini dell'immaginazione, e vivere magari il quotidiano nei termini più lontani dalla nostra esperienza" come dichiara nella presentazione del libro. Qualcosa di diverso dalla fantascienza che invece tende "ad avvicinare ciò che è lontano". Uscire dalle abitudini dell'immaginazione dunque, avere un'immaginazione diversa, non omologata.

La letteratura italiana si era dunque adagiata nella pigrizia dando una rappresentazione della realtà come ci si aspettava che venisse rappresentata. Un'operazione che preannuncia la Leggerezza del suo ultimo libro, le Lezioni americane:

L'unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo.

Uno scrittore disimpegnato? Tutt'altro. Uno scrittore piuttosto che legge la realtà del suo tempo senza farsi pietrificare da essa. Perché di fronte a degli aspetti del mondo che sono terribili, angoscianti, che sembrano senza speranza il rischio è di farsi prendere dalla depressione, dalla rinuncia, dalla fuga. Che è l'impressione che ho avuto ieri sera guardando la tranche de vie che è Gomorra, su Rai tre: il film ispirato all'omonimo romanzo di Roberto Saviano quasi non lascia spazio all'immaginazione, alla speranza di cambiare le cose.

Draghi Ribelli
Draghi Ribelli

Per ricordare Calvino secondo Maurizio Maria Corona oggi sarebbe stato più adatto l'Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti: un testo dello scrittore uscito su la Repubblica del 15 marzo 1980. Oggi,infatti, c'è la mobilitazione nazionale degli Indignados italiani. Non credo che allo scrittore ligure la manifestazione di oggi sarebbe dispiaciuta, anzi magari avrebbe figurato tra i manifestanti. Per due motivi:

  1. egli stesso non disdegnò di partecipare alla prima edizione della marcia della pace Perugia-Assisi;
  2.  credo che l'ironia dei draghi ribelli in rivolta contro l'attuale principale esponente della BCE Mario Draghi non gli sarebbe dispiaciuta.

Italo Calvino non era avulso dall'impegno politico e sebbene si dimise dal PCI, al quale era tesserato, partecipò alla vita politica italiana e tra l'altro in gioventù è stato partigiano. Ma credo che il suo principale impegno politico lo abbia realizzato leggendo e scrivendo il proprio tempo con l'ironia, la leggerezza, l'immaginazione. Tre valori dei quali abbiamo più che mai bisogno. Buon compleanno Italo.

E tu che libro hai letto tra i tanti che ha scritto? Cosa pensi di questi valori? Dì la tua.

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la forza del destino
La forza del destino. Fotografia di Annais Ferreira.

Nuovi uomini arrivarono da altri paesi, avendo avuto un sogno come il loro, e nella città di Zobeide riconoscevano qualcosa delle vie del sogno, e cambiavano di posto a porticati e scale perché somigliassero di più al cammino della donna inseguita (nel sogno n.d.a.) e perché nel punto in cui era sparita non le restasse via di scampo.

Zobeide è una trappola conclude Italo Calvino, ne Le città invisibili, una brutta città, perché non tiene conto della libertà della donna sognata.  Stamattina ho parlato con un'amica che mi ricorda Zobeide perché ritiene che la sua condizione sia senza scampo. Lei ha un sogno e ha talento per realizzare quel sogno. Solo che ha bisogno di studiare ma non può, mi ha detto, perché non ha soldi. Così vuole rinunciare a farlo. Non c'è alternativa, mi ha fatto capire.

Questo mi permette di introdurre la prima di tre malattie relative allo status quo, lo stato delle cose, di cui vorrei parlarvi. Sono tre malattie che impediscono il cambiamento, quando è necessario, e perciò ci tengono nella prigione che noi stessi ci creiamo. La prima di queste malattie si chiama fatalismo. I fatalisti credono, infatti, che lo stato delle cose non si possa cambiare, che esiste un destino al quale non ci si può sottrarre, che il fato abbia deciso già tutto per noi, sin dalla nascita. Insomma è così e basta. E non c'è modo perché non sia così. Il discorso non ammetterebbe di proseguire.

E' come se uno avesse iniziato a bere perché il primo bicchiere ha reso ineluttabili gli altri bicchieri. E adesso è troppo tardi per smettere. Bisognava pensarci prima.

Quello che ci cagionarono Dio, mondo, destino, natura, cromosomi e ormoni, società, genitori, parenti, polizia, insegnanti, medici, capi o soprattutto amici, è talmente grave che la minima insinuazione circa il poter fare qualcosa contro tale condizione è già di per sé un'offesa.

Così scrive Paul Watzlawick in Istruzioni per rendersi infelici (Feltrinelli). Parla di un aspirante all'infelicità che fa di tutto per raggiungere la massima infelicità. Costui per riuscirci può rendere persino responsabile il passato del bene ricevuto. Infatti potremmo dire: maledetti genitori che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno, maledetti i nostri nonni che combatterono per la libertà e così via.

Ma davvero il passato è responsabile di tutto? Davvero non c'è rimedio? Davvero non posso cambiare lo status quo? In materia di sogni e desideri voglio riportarvi un'argomentazione di Aristotele: se il futuro fosse predeterminato tutti i nostri desideri e comportamenti sarebbero privi di senso. Se non possiamo cambiare la nostra condizione, che sogniamo, che progettiamo a fare qualcosa? Perché c'è in noi il desiderio di fare il cantante, lo scrittore, l'attore se non fosse possibile diventarlo? Oppure Dio è così sadico che ci tortura con desideri irrealizzabili?

La mia amica parlava di mancanza di fondi, di soldi per formarsi ed essere in grado di realizzare la sua ambizione. Ora la domanda è: quanti soldi sono necessari? Ma poi servono davvero? Quante volte le carriere di tanti artisti si sono realizzate partendo da una condizione di povertà, di indigenza? Chissà, ad esempio, quanta povertà avranno conosciuto tanti cantanti blues neri americani, magari hanno iniziato e finito nella povertà. Serve proprio ricordare che i soldi sono un mezzo e non un fine? Comunque diciamo che una certa somma è necessaria e che questa somma non sempre si riesce a mettere da parte con un onesto lavoro. Di recente ho conosciuto un'artista molto interessante, di quelle che le case discografiche all'inizio non prendono in considerazione, perché ha superato la quarantina. Ebbene questa donna, Evy Arnesano, è riuscita ad auto-prodursi un album da sola ed è approdata anche in televisione ospite di Serena Dandini.

Ad ogni modo l'internet mette a disposizione anche tante possibilità per chi vuole iniziare una carriera artistica e trovare i fondi per farlo. Voglio citare in proposito il crowd funding che è un processo collaborativo attraverso il quale chi ha delle idee valide, dei progetti può richiedere a dei piccoli finanziatori la possibilità di realizzare qualcosa. La comunità più promettente a questo proposito mi pare essere quella di Eppela, dove chi vuole realizzare un fumetto, chi ha un progetto sui libri, chi vuole realizzare una nuova collezione di T-shirt e così via può trovare i suoi finanziatori.

Appuntamento a domani con la seconda delle tre malattie. Intanto, ditemi, vi è mai capitato di diventare vittime o di vedere altre persone cadere sotto la scure del fatalismo? Fatemelo sapere nei commenti.

Britney Spears is "tne new marcel duchamp".
Britney Spears is "tne new marcel duchamp". Credit: Laurina Paperina.

Apocalittici o integrati? Dopo che  nel 1964 Umberto Eco pubblicò un suo saggio destinato negli anni ad essere molto studiato e citato, generazioni di studiosi hanno dovuto non solo schierarsi ma hanno iniziato a fare i conti con questo bel saggio che senza dubbio possiamo definire postmoderno, per almeno tre ragioni:

  1. il rifiuto del logocentrismo;
  2. le analisi dei fumetti e delle canzoni di consumo, allora giudicate eccentriche;
  3. l'eclettismo.

Ho delle buone notizie per voi. Il 24 settembre potremo ufficialmente dichiarare morto il postmoderno. Come faccio a saperlo? Perché in quella data al Victoria and Albert Museum si inaugurerà quella che che viene definita la "prima retrospettiva globale" al mondo intitolata Postmoderno - Stile e sovversione 1970-1990.

Questo annuncia oggi 3 settembre 2011 il giornalista e scrittore Edward Docx su la Repubblica  in un articolo tradotto in italiano da Anna Bissanti. E' ovvio che ora le domande sono: ma cos'è il postmodernismo, posto che abbiamo capito in cosa consiste la modernità. Allora facciamo uno, anzi due passi indietro. Iniziamo proprio dalla modernità, che possiamo definire grazie a queste caratterisiche:

  • lo sviluppo dell'industria grazie al sempre massiccio utilizzo della tecnologia reso possibile dal capitalismo;
  • l'estensione delle cure sanitarie e del benessere a fasce sempre più ampie di popolazione;
  • la possibilità di accedere all'istruzione medio-alta;
  • la grande disponibilità di materie prime;
  • il predominio della borghesia;
  • la fiducia nella scienza e nel positivismo.

Si riconoscerà subito che questa epoca è iniziata con la rivoluzione industriale ed è andata avanti fino alla prima guerra mondiale, in cui qualcosa si è rotto in tutte queste convinzioni. Già da prima, a partire dal 1870, ha iniziato a farsi strada il postmodernismo definibile come una corrente di pensiero che privilegia un apporto al moderno che non è né l'antimoderno né l'ultramoderno: né negazione quindi, né superamento. Si fanno, insomma, i conti con il capitalismo maturo o, meglio, con i suoi primi guasti come il colonialismo, con la globalizzazione e con l'avvento dei media. La razionalità, l'obiettività e il progresso della modernità sono valori che non solo vengono messi in discussione ma sempre di più ci si rende conti della complessità del reale. Le grandi narrazioni e la centralità del logos non affascinano più e si fanno quindi avanti nuovi modi di concepire la filosofia, il design, l'arte, l'architettura, la letteratura, ecc.

Ora, però, siamo sul letto di morte del postmodernismo per il ritorno dell'autenticità e della specificità che sono in netto contrasto con esso. Non a caso l'articolo, citato prima, si intitola: Benvenuti nell'era dell'autenticità e addita in Jonathan Franzen l'autore che scrive bene, che è autentico e che dice qualcosa di intelligente come esempio della "Età dell'Autenticità". Voglio ripercorrere ora queste tre tappe (modernità, postmodernità, autenticità) additandovi tre esempi di scrittori italiani:

  1. Italo Svevo che annovero come moderno, sebbene già conscio dell'opposizione alle leggi sociali e del valore della lotta per la vita, come segno di sfiducia nelle "sorti magnifiche e progressive" del periodo appena precedente o contemporaneo al suo. Conserva però piena fiducia nella letteratura, nella scrittura.
  2. Italo Calvino è uno dei maggiori esponenti del postmodernismo a partire dalla sua adesione all'oulipo e alla letteratura combinatoria, con tanta maestria utilizzata ne Il castello dei destini incrociati. Non disdegnò di scrivere della camzoni e amò i labirinti. Seppe porre lo stesso problema che pone Eco nel suo saggio, che ho citato prima: "dal momento che la presente situazione di una società industriale rende ineliminabile quel tipo di rapporto comunicativo noto come insieme dei mezzi di massa, quale azione culturale è possibile per far sì che questi mezzi di massa possano veicolare valori culturali?".
  3. Addito ad esempio della fine del postmodernismo Erri De Luca. Se penso all'autenticità non posso fare a meno di pensare alla cima dieci che da vecchietto scala e che ambientazione ma anche "personaggio" di uno dei suoi racconti in Il contrario di uno oppure all'essenzialità e allo stile lapidario con cui parla del quartiere napoletano di Montedidio.

Ma ora non posso eludere la domanda che ho fatto nel titolo: ma io sono moderno, postmoderno o autentico? In tutta sincerità non so decidermi perché:

  • della modernità ho imparato e apprezzo la razionalità;
  • del postmodernismo conservo tutto il valore del gioco, dell'ironia, della combinatoria;
  • dell'età dell'autenticità che inizia in questo mese di settembre 2011 credo di aver avuto già dei prodromi anche in poeti come Eugenio Montale.

E tu ti senti più moderno/a, postmoderno/a o autentico/a?

Venticinque anni fa morì a Siena Italo Calvino, lo scrittore a cui debbo una cifra della mia stessa esistenza, quella leggerezza che è linguaggio di chi nel mondo conduce la sua guerra alla disumanità, usando lo scudo per guardare l'immagine della Medusa, che altrimenti ti pietrifica come fa Teseo, per ricordare un episodio caro allo stesso Calvino. Perciò ora voglio ricordarlo con un paragrafo della mia tesi di laurea in cui parlo di quella che ho voluto definire "la nausea" di Italo Calvino nel suo saggio del 1960: Il mare dell'oggettività.
Il distacco critico tra soggetto e oggetto e quindi la coscienza razionale che permette un giudizio rispetto alla realtà “oggettiva” passa attraverso il recupero del soggetto rispetto al “magma dell’oggettività che annega l’io” come è stato descritto da Italo Calvino ne Il mare dell'oggettività in Il Menabò di letteratura n. 2 (Giulio Einaudi Editore, 1960). È in questa dinamica che la crisi della cultura e della letteratura - che investì il mondo della cultura e delle arti dopo la seconda guerra mondiale - riceve una risposta attraverso il lavoro epistemologico che affianca quello creativo e nel quale è necessario che la coscienza o il soggetto riesca a ristabilire il suo distacco critico rispetto all’oggettività dilagante. Avvisaglia dello smarrimento dell’io per Calvino era stata venti anni prima “la discesa agli inferi” di Antoine Roquentin nel quale svanisce, come dice Calvino, “la distinzione tra sé e il mondo esterno”. Tuttavia questo smarrimento avviene ancora in una salda posizione di alterità rispetto a quanto accade invece in Dylan Thomas nel quale, secondo Calvino, la natura “non è più sentita come alterità”. È insomma accaduto un passaggio tra il flusso soggettivo dell’Ulixes (1922) di James Joyce e l’incipiente “calibrato sistema di pause e silenzi” del Molloy (1951) di Samuel Beckett. In altri termini ci fu uno spostamento piuttosto repentino dalla pienezza verbale di Joyce al “balbettio creatore” (Gilles Deleuze) delle estetiche che seguiranno allo scrittore irlandese a partire da Beckett.
Marrone e Argento I - Pollock
Jackson Pollock, Marrone e Argento I, 1951; smalto e vernice argento su tela, 145 x 101 cm; Lugano, coll. Thyssen-Bornemisza

Corrispettivo di questo “capovolgimento di termini” è il passaggio nella pittura dall’espressionismo astratto all’action painting dello statunitense Jackson Pollock (1912-1956). Ponendo la tela non più sul cavalletto ma sul pavimento l’artista, con Pollock, entra fisicamente all’interno di essa. Ne deriva quella che Calvino chiama “la totalità esistenziale indifferenziata dall’io: cosmo, mondo naturale e febbre meccanica della città moderna racchiusi nello stesso segno”. Un segno ottenuto per “sgocciolamento”, quello di Pollock, per esempio in Marrone e argento I (1951) in cui scompare la sovrapposizione dei piani per far posto all’articolarsi della materia pittorica che si alterna agli spazi non coperti dalla pittura dando vita a un brulicare di forme tanto vitali quanto intrappolate nella loro “superficialità”. Riesce difficile comprendere, quindi, come un’“autentica razionalità incarnata” passi attraverso un Pollock o un Robbe-Grillet mentre la coscienza di Calvino possa essere un “vuoto simulacro” come sostiene Renato Barilli. I pittori dell’informale per quest’ultimo non rinunciano a progettare un habitat umano in cui l’uomo deve accettare di esser condizionato dall’altro da sé, dalla materia. Ma è proprio nei confronti di questo condizionamento che Calvino – al di là delle presunte preoccupazioni razionalistiche e moralistiche di cui parla Barilli – prende le distanze. Se con l’espressionismo, Joyce e il surrealismo il monologo interiore e l’automatismo dell’inconscio, avverte Calvino, il soggetto aveva finito con l’essere un fiume che aveva inondato tutto, ora l’oggettività è diventata “il vulcano da cui dilaga la colata di lava (…), il ribollente cratere nel quale il poeta si getta”. In questo gettarsi può accadere che il poeta o lo scrittore o l’artista o il critico finisca con l’annullarsi, con il perdere la propria identità e quindi la propria funzione. Si gioca tutta qui la resa nei confronti del mondo:  non solo si rinuncia a volerlo cambiare ma ci si arresta anche di fronte alla difficoltà di comprenderne tutta la complessità. È in questa ottica che Calvino nel seguito de Il mare dell’oggettività pone “la crisi dello spirito rivoluzionario”:

“Rivoluzionario è chi non accetta il dato naturale e storico e vuole cambiarlo. La resa all’oggettività, fenomeno storico di questo dopoguerra, nasce in un periodo in cui all’uomo viene meno la fiducia nell’indirizzare il corso delle cose, non perché sia reduce da una bruciante sconfitta, ma al contrario perché vede le cose (la grande politica dei due contrapposti sistemi di forze, lo sviluppo della tecnica e del dominio delle forze naturali) vanno avanti da sole, fanno parte d’un insieme così complesso che lo sforzo più eroico può essere applicato solo al cercar di avere un’idea di come è fatto, al comprenderlo, all’accettarlo”.
È, ancora una volta, il tema sartriano dell’engagement che nasce non dalla nausea della “deiezione dell’esserci”, questa volta, ma dal constatare che “le cose vanno avanti da sole”: nel bene e nel male “l’uomo a una dimensione” di Marcuse si trova davanti a un sistema complesso che prescinde dal suo contributo. Si badi che non si tratta soltanto del sentirsi inermi di fronte al sistema neocapitalistico o comunista che sia (o di fronte al loro contrapporsi oppure intrecciarsi) ma del sentimento di smarrimento, di confusione e di sgomento di fronte alla coscienza dell’articolazione della complessità della vita dell’uomo in toto, così come si è andata sviluppando nell’età moderna, che ha ricevuto un’accelerazione a partire dalla rivoluzione industriale e che ha registrato la necessità di una sua rifondazione epistemologica subito dopo la seconda guerra mondiale. Tremendo o meno che fosse il compito che spettava anche ai collaboratori del Menabò era quello di riformulare non solo le basi epistemologiche della letteratura ma anche quello di ripensare lo stesso esserci dell’uomo in cui gli steccati tra le discipline non reggono e si sente quindi la necessità di far ricorso a più saperi possibili. In letteratura Carlo Emilio Gadda, su tutti, compie addirittura l’immane operazione di ricorrere a tutto lo scibile possibile, pur privilegiando la filosofia soprattutto di Leibniz e di Bergson. Dobbiamo parlare in questo caso di enciclopedismo sulla scorta del mito dell’enciclopedia inseguito dagli scrittori del Cinquecento e del Seicento, come dice Giancarlo Roscioni.
Il senso di nausea, di sgomento di fronte all’indistinto esistente e all’indecifrabilità della vita moderna o della vita tout court aveva trovato in Virginia Woolf un’interprete acuta. La vita è “pura esteriorità”, “immagine enigmatica” per la scrittrice e pertanto manifesta una irriducibilità e quindi un’inafferrabilità che solo attraverso una “catena simbolica” costruisce una grammatica di una rivelazione che lei cercò di trascrivere attraverso la “lotta tremenda” della lingua. Per Nadia Fusini l’oggetto in relazione al soggetto, in questo caso, assume una puntualità mistica che porta la scrittrice ad attaccare il procedimento realistico reo di un approccio non poetico e quindi inadeguato al reale. Ora, se le cose vanno avanti da sole qual è il posto che spetta all’uomo? È possibile che possa ritagliarsi solo una stoica accettazione del destino? Oppure gli è possibile ritrovare una libertà perduta? È Calvino stesso a chiederlo. Scrive, infatti, nel saggio che stiamo esaminando:
“In mezzo alle sabbie mobili dell’oggettività potremo trovare quel minimo d’appoggio che basta per lo scatto di una nuova morale, d’una nuova libertà?”.
Locandina de Il Cavaliere inesistente
Locandina del film "Il Cavaliere inesistente" di Pino Zac (Italia, 1970)

Comincia qui la pars costruens del saggio. Infatti Calvino indica due percorsi possibili per la letteratura che passano per Gadda e Pasolini. Questi due percorsi vengono sintetizzati nella conclusione del saggio nella formula “dalla letteratura dell’oggettività alla letteratura della coscienza” che costituisce un atto di fiducia, ancora una volta, nella letteratura. Tutta l'esperienza di Calvino degli anni '60 è segnata dalla fiducia nella funzione progettatrice della letteratura per Mazzarella. Nella lettera di Calvino a «Mondo Nuovo» del 3 aprile 1960 Calvino stesso rivela come Il cavaliere inesistente sia una storia "sui rapporti tra esistenza e coscienza, tra soggetto e oggetto" e come sia stato scritto in contemporanea a Il mare dell'oggetività di cui il romanzo è incarnazione. È il concetto di alienazione dell'uomo che Calvino si propone di indagare. E da questo punto di vista è sempre Calvino stesso a stigmatizzare nella figura dei cavalieri del Sacro Graal, il misticismo, la comunione con il tutto. Giova ricordare come egli presenta nella stessa lettera i due principali personaggi de Il Cavaliere inesistente:

“Quando sarebbe stato possibile dar vita ad Agilulfo, il cavaliere inesistente, se non oggi, nel cuore della più astratta civiltà di massa, in cui la persona umana tanto spesso appare cancellata dietro lo schermo delle funzioni, delle attribuzioni e dei comportamenti prestabiliti? Chi più simile a un guerriero chiuso e invisibile nella sua armatura, delle migliaia di uomini chiusi e invisibili nelle proprie automobili che ci sfilano ininterrottamente sotto gli occhi? E lo scudiero Gurdulù, il quale c’è ma non sa di esserci, potrebbe forse essere concepibile al di fuori di tutta la letteratura d’oggi, volta a indagare l’umanità precosciente, l’esistenza ancora indifferenziata dal mondo delle cose?”