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Lavorando sul divano
Avete presente il modello del titolare dell'azienda che sta in ufficio a tutte le ore tutti i giorni della settimana, persino quando i dipendenti non ci sono? Avete presente quel boss che arriva per primo la mattina e va via per ultimo il pomeriggio o la sera? Conoscete un imprenditore che sta sempre nella sua azienda, che faccia bello o cattivo tempo? Uno che sta sempre nella sua impresa? Sono sicuro che molti di voi ce l'hanno presente, che a tanti succede, che ci sono moltissimi imprenditori che ancora continuano a fare questo. Ebbene, si tratta di un modello superato di gestire la propria azienda. Direi di più: è un modello inefficace e diseducativo. Superato perché ormai tanti altri imprenditori gestiscono l'azienda con molto, molto meno tempo. Addirittura a un certo punto diventano non più necessari alla loro azienda stessa. Diventano deleteri se ci sono ancora. Devono lasciare agli altri ciò che loro facevano prima, hanno fatto all'inizio. Ci sono persino degli imprenditori seriali che continuamente aprono aziende. È inefficace perché il ruolo dell'imprenditore non è stare in azienda ma deve stare sicuramente altrove, quindi non fa funzionare le cose come meglio dovrebbero. È diseducativo perché si tratta di un tipo di impresa in cui tutto dipende dal capo, diventa una roba monocratica, il titolare diventa una sorta di Re Sole dell'azienda tolto il quale c'è solo il buio ovunque, non funziona più niente. Inoltre non avvicina sicuramente i giovani a creare impresa perché se uno si deve seppellire dentro una fabbrica, ad esempio, che è pur sua, schiavo di se stesso, chiaramente I giovani con le nuove esigenze molto più aperte, molto diverse dal passato, da questo punto di vista, diventa qualcosa di non appetibile. Mettiamo che avete 2 o 3 o 5 aziende, come fate? Chiedete il dono dell'ubiquità oppure fate come determinati personaggi storici, i dittatori, che a un certo punto utilizzavano dei sosia per riuscire a stare in più luoghi. Quindi che fate ordinate, assumete dei sosia perché sembra che ci siate proprio voi in quel momento nelle aziende A, B, C ed E?

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E quando si tratta di scegliere fra libertà e cultura, chi non ammetterà che la prima è da preferirsi mille volte alla seconda? I giovani da me recuperati nel 1920 dalle cittadelle di schiavitù — le scuole ed i collegi — e ai quali dissi che era molto meglio rimanere ignoranti e spaccare pietre pur di conquistarsi la libertà, piuttosto che seguire corsi letterari in stato di cattività, ora capiranno probabilmente i motivi che mi hanno spinto ad agire così.

Sono parole del Mahatma Gandhi che morì il 30 gennaio di sessantasette anni fa. Perciò oggi voglio ricordarlo con questo suo pensiero riguardo all'educazione e alla scuola. Esso ruota attorno ad una grande necessità dell'India del suo tempo: la conquista della libertà. Ricordiamo infatti che la colonizzazione inglese teneva tutto il paese sotto il giogo dei britannici. Tuttavia c'è sempre una qualche forma di schiavitù da cui affrancarsi. Perciò la citazione di oggi che ho tratto dal suo libro La mia vita per la libertà possiamo leggerla in relazione alle oppressioni odierne. Prima fra tutte io porrei certa scuola che sulla scorta dell'impostazione gentiliana è rimasta ancorata per tanti decenni al primato della formazione letteraria e umanistica a discapito della possibilità di avere successo nella vita e nel lavoro.

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Prove del Moby Dick.
Luisa Barrucchieri, Giancarlo Luce, Totò Onnis e Giancarlo Pagliara (dietro) durante le prove del Moby Dick.

Oggi, 28 giugno 2011, ci sarà la prova aperta del Moby Dick al Teatro Comunale di Torre Santa Susanna alle ore 19:  si tratta della nuova produzione di Maccabeteatro per la regia di Enzo Toma.

Sono stato un po' alle prove per cercare di dare una mano, la qualifica era di assistente ala regia anche se alcuni impegni dell'ultimo minuto mi hanno un po' distolto. Voglio estendere ai lettori del blog alcune  considerazioni maturate osservando la genesi e l'evolversi del lavoro fino a questo punto.

Per il capitano Achab, secondo Melville, Moby Dick è un muro.

Come farebbe a evadere un carcerato, se non avventurandosi fuori attraverso il muro? Per me, la balena bianca è quel muro sospintomi vicino

fa dire Melville ad Achab nel trentaseiesimo capitolo del romanzo (cito dalla traduzione di Pina Sergi per la BUR). E' come se egli si trovasse murato dentro una stanza dalla quale per evadere l'unica alternativa è abbatterlo il muro. Si sente imprigionato sul Pequod, la baleniera, nonostante si trovi sulla vastità del mare. La sua vera malattia è la claustrofobia, l'aria che gli manca visto che il muro lo schiaccia. Questo Achab è un prigioniero che nulla al mondo desidera più della libertà. E' uno dei fuggiaschi di Berlino Est attraverso l'unica possibilità che aveva: il muro di Berlino appunto. E poco importa se per raggiungere l'altra parte del muro rischiava di finire cadavere sotto le mitragliate dei soldati di guardia. E poco importa anche se al di là del muro non ci fosse niente.  Infatti Achab dice:

Penso a volte che non ci sia niente al di là. Ma per me basta così. Mi dà da fare; mi riempie tutto; scorgo in essa una forza oltraggiosa, cui una malizia imperscrutabile dà nerbo.

Questo sventurato capitano cacciatore è un po' come un recluso in un campo di concentramento. E' disposto a sacrificare la sua vita per evadere. E' uno dei tanti prigionieri disperati del mondo delle più disumane architetture che qua e là troviamo come il quartiere Zen a Palermo o il Paolo VI di un decennio fa a Taranto. Questo romanzo diventa allora la parabola delle evasioni e capiamo che la follia è in realtà la più sana e matura delle passioni: la libertà.

Achab per Melville è un capo "forte, sostenuto, arcano". Nonostante la menomazione della gamba "strappata, divorata, masticata, schiacciata" dalla balena e sostituita dalla protesi in avorio. Gli ufficiali non solo sono subordinati me egli è il loro sovrano e ha potere di vita e di morte su di loro.

Per Enzo Toma Moby Dick è la ferita ancora aperta e persino putrescente, con cui l'artista si relaziona, ma anche una sorta di mistero più o meno nascosto al pubblico. Come tale la ferita mette l'attore al riparo di se stesso e tutte le derive di autocompiacimento: è un grande sostegno attorale per non perdere il rapporto con l'autenticità. E' quel limite che si è costretti ad oltrepassare e nel farlo scatta quel sentimento di emulazione che ci rende interessante questo o quell'attore.

Prove del Moby Dick.
Enzo Toma e Giancarlo Luce (disteso) durante le prove del Moby Dick.

Per Toma Moby Dick è l'altra faccia di Achab. Tutti e due sono un unico mostro dalle due facce: è quel Giano il cui intimo segreto non è questa o quella delle due facce ma il passaggio, la soglia.  Si può affermare che nel suo spettacolo Achab è Enzo Toma stesso perché mi risulta evidente che ha consegnato a questo personaggio un gran pezzo del suo vissuto. Mentre gli ufficiali di bordo  sono i bastoni del capitano, tanto è vero che spesso lo sorreggono. Sono i sacerdoti di rango inferiore rispetto al papa, a quel pontefice re che battezza non in nome del padre ma nel nome dei diavoli. Achab è il capo degli stregoni rispetto al quale gli altri sono degli accoliti, degli apprendisti. E' Faust.

Questo spettacolo è un viaggio nella parte tenera della ferita e fa il paio con l'altro viaggio nella morte appena compiuto dal regista conversanese con il suo Macbeth che ha debuttato lo scorso aprile. In questo spettacolo gli attori non agiscono ma semmai conducono secondo l'etimologia di attore da agere che tanto piaceva a Carmelo Bene. Sono i traghettatori verso la morte, versione più nobile dei becchini. Fossimo in un film western sarebbero dei pistoleri accanto alla fossa già scavata, pronta per l'uso.

In comune tra Melville e Toma c'è che Achab non è senza la balena, sono imprescindibili i due, c'è un binomio inseparabile. L'altro elemento che li accomuna è la lucida follia di Achab. Tra i due il mediatore è quel Francesco Niccolini autore di questo poema del mare e della mia anima immortale ma anche di questo concerto in forma di via crucis per voci corpi avori legni ramponi e luci. Alla fine è una festa, non importa che siamo davanti a una bara, quasi come quella cumpagnia 'e merda di Più leggero di un suspir, scritto sempre da Niccolini e che Toma ha ripreso in questo periodo dopo una messa in scena con attori campani, che tiene in scena per tutto il tempo il cadavere del signor Cliff, al mondo meglio noto come 'a Reggina. Curioso che il cadavere e il sottostante baule siano bianchi come anche il tappeto sottostante e le quinte, almeno nell'originaria scenografia. E' come sottolineare il colore bianco della morte, lo stesso del capodoglio di Melville.

Gli ufficiali sono coloro che devono aiutare Achab ad evadere e in fondo lui non chiede molto a loro, come quando ad esempio il capitano chiede al primo ufficiale Starbuck:

E di che si tratta poi? Pensaci. Soltanto di aiutare a colpire una pinna: niente di straordinario, per Starbuck. Che altro c'è? Da questa misera caccia, dunque, la miglior lancia di Nantucket non si trarrà certo indietro quando già l'ultimo marinaio stringe in pugno la cote?

Se però Achab un po' rinuncia agli attributi del potere, anzi mostra con chiarezza la sua gamba malferma, ferita, offesa e qualche volta si lascia andare quasi al pianto non siamo più in presenza di un capo visto che il suo ufficiale e la donna che sono in scena lo sorreggono, lo consolano. Il rischio è quello di una riduzione ad uno stesso corpo molle, che può essere il ventre del capodoglio o la propria pancia, ognuno scelga. Mancherebbero così i ramponi che scendono giù per la gola della balena viva. Ma gli ufficiali non possono essere di status più alto. Sarebbe opportuno che abbassassero allora il loro status rispetto ad Achab, per ritornare ad una verticalità che farebbe senz'altro bene alla scena che sia nel romanzo sia nel poema di Niccolini si conservano.

Lo spettacolo dopo la prova aperta di oggi debutterà al festival di Castel dei Mondi il 3 settembre. Interpreti ne sono Totò Onnis, Giancarlo Luce, Elisa Barucchieri. Le musiche sono di Giancarlo Pagliara. L'altro assistente alla regia è Francesco Ocelli. Della sua distribuzione si occupa, invece, Francesca Vetrano.

Tra terra e cielo
Tra terra e cielo. Credit: mmalta94

Ultima modifica del post: 28 Giugno 2015.

È la via di mezzo che collega il cielo e la terra. Non ci giova stare sempre in contemplazione o, al contrario, sempre immersi negli affanni quotidiani. Non è restando sul monte della trasfigurazione, piantando delle tende, che collegheremo cielo e terra. È nel mondo che troveremo la via, non trascurando gli affari di ogni giorno né di meditare. Perché sia l'uno sia l'altro sono degli eccessi. Durante la giornata è bene fare un po' di vuoto in sé. Non è possibile perché si ha troppo da fare e non si ha tempo per riposare?

Anche Eutico deve cambiare "vita e piani per varcare la soglia delle Muse" secondo Fedro senza aspettare il tempo delle ferie. Che cosa può accadere a chi impiega tutto il suo tempo a far soldi? Ne sarà schiavo, se non può smettere quando vuole. Avrà senza dubbio mille comodità come il cane in un apologo di Fedro. Ma a quelle comodità il lupo preferisce la sua libertà,  come alla sudditanza dei cani i gatti preferiscono la loro indipendenza. Anche Zhuang Zhu, il massimo saggio nell'Impero di Mezzo, preferisce trascinarsi nel fango al posto di primo ministro offertogli dal re di Chu come narra un racconto taoista. I gatti e Zhuang Zhu trovano il tempo per tutto, anzi ne avanza loro.

Ma perché trovarlo tutto questo tempo? Per fare esistere Dio."Rafaniello dice che a forza di insistere Dio è costretto a esistere" scrive Erri De Luca in Montedidio. Mo' vuoi vedere che è la terra che fa il cielo? Io dico che il cielo sta nella gobba di Rafaniello che ripara le scarpe dei puverielli di Napoli. E sono sicuro che un po' lavora e un po' pensa. È un maestro zen, anche se non lo sa.