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creatività e pensiero laterale tra scuola e lavoro

Guestpost di Rossana d’Ambrosio Scrivi anche tu il tuo guestpost.

Che cosa si intende per creatività?

La creatività può essere intesa come la capacità di trovare soluzioni nuove e originali a determinate problematiche in diversi ambiti.
La creatività è applicabile ovunque, dalla ricerca di soluzioni per i piccoli problemi quotidiani, all’arte, alla medicina, al problem solving nella gestione aziendale.

A che cosa serve la creatività?

Evoluzionisticamente parlando la creatività di pensiero ha certamente favorito le persone più portate a trovare soluzioni ad affermarsi sulle altre.
È evidente che la capacità di risolvere i problemi abbia giocato un ruolo determinante sulla sopravvivenza attraverso il superamento delle difficoltà, mettendo in pratica una serie di astuzie su come proteggersi dai pericoli, su come procurarsi il cibo, su come realizzare una dimora sicura, etc.
Invece parlando di creatività artistica, quella che ha portato l’uomo ad esprimersi con il disegno, la pittura, la scultura, la musica, la danza, possiamo dire che la molteplicità di questi linguaggi abbia contribuito a creare un substrato culturale, un collante sociale, utile per aggregare, per favorire la condivisione e la solidarietà.
Inoltre non va sottovalutato l’aspetto di gratificazione sotto il profilo psicologico individuale. In definitiva, alla domanda “a che cosa serve la creatività?” possiamo rispondere “serve a vivere meglio perché ogni atto creativo offre gioia e gratificazione”.
Le emozioni positive agiscono come propulsore benefico, come attivatore di endorfine (in grado di lenire il dolore e abbassare il livello di stress).
I benefici si riscontrano in particolare sul fronte psicologico, ma non solo. Infatti, i benefici si riverberano anche sulla salute fisica come ci insegna la PNEI (scienza che studia il rapporto mente/corpo considerando l’apparato Psico-Neuro-Endocrino-Immunologico come un tutt’uno). ...continua a leggere "Creatività e pensiero laterale tra scuola e lavoro"

Questo è un guest post. Anche tu, se vuoi, puoi scrivere un tuo articolo per questo blog.

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Berlin 1989, Fall der Mauer, Chute du mur
Berlin 1989, Fall der Mauer, Chute du mur. Credit: Raphaël Thiémard.

Continuo a parlare di cambiamento a seguito di alcuni articoli che ho letto sul Falling Walls, conferenza che si tiene ogni anno a Berlino. In questo mio post cerco di spiegare come riuscire a ottenere quei cambiamenti personali che ci sembrano spesso difficili.

Quali muri devono ancora cadere? A Berlino durante l'edizione 2011 del Falling Walls scienziati ed esperti di diverse discipline ne hanno descritti alcuni come il muro della guerra, il muro che limita l'evoluzione, il muro dell'inizio del tempo ed altri.  Una sintesi di tutti gli interventi la si può trovare in un articolo di Luca De Biase.  Tra di essi Elke U. Weber ha parlato del muro della resistenza al cambiamento.  Se ci sono muri da abbattere, da una parte, dall'altra le persone non amano il cambiamento, in genere: perché preferiscono lo status quo. Questo in estrema sintesi l'intervento della professoressa colombiana. Hanno addirittura paura di cambiare. Noi tutti sappiamo, ad esempio, che dobbiamo cambiare la nostra alimentazione, che dobbiamo fare esercizio fisico, che dobbiamo cambiare alcune nostre abitudini ma non lo facciamo. Un mio prozio, per fare un altro esempio, è morto per un cancro ai polmoni molto probabilmente causato dalle tante sigarette che fumava. Eppure fino all'ultima ora non ha mai smesso un istante di fumare.  Tra il cambiare e il non cambiare scegliamo quasi sempre quest'ultima opzione. Bisognerebbe, invece, invertire la scelta. Soprattutto a livello personale, che è più difficile. A livello politico, infatti, quando arriva l'ora del cambiamento persino l'invincibile Berlusconi può essere costretto alle dimissioni.

...continua a leggere "I muri e il cambiamento"

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monete
Credit: Lodigs.

Ieri ho scritto un elogio del piccolo cambiamento, che è un invito a imparare a compiere piccoli cambiamenti (dipendenti da noi) e ad approfittare dei grandi cambiamenti (indipendenti da noi) rivolto prima di tutto a me stesso e poi ai venticinque lettori del blog. Avevo promesso, però, di spiegare quali sono i passi per ottenere qualche piccolo cambiamento nella propria vita. Ve li propongo oggi attraverso questo decalogo. Questi dieci punti, lungi dall'essere un vademecum psicologico perché non ne ho le competenze, sono per me altrettanti percorsi su cui lavorare che magari possono essere d'aiuto ad altri a parte me.

  1. Informarsi e confrontarsi. E' una delle prime cose da fare quando si vuole ottenere un cambiamento. Vogliamo, ad esempio, andare in palestra? Cerchiamo di sapere quali palestre ci sono in città, cosa propongono, quanto si paga, ecc. Lo stesso dovremmo fare per le nostre abitudini o per gli altri cambiamenti: informazioni, informazioni, informazioni. E qualche parere per schiarirci le idee.
  2. Essere realistici. Occorre guardare in faccia la situazione. Senza una diagnosi precisa e spietata di una situazione non conosceremo a fondo come stanno le cose e sprecheremo tempo prendendo le decisioni sbagliate. Se devi affrontare un problema sappi che la maggior parte delle persone non sa neanche definirlo un problema, come si può immaginare quindi di affrontarlo? Occorre, prima di tutto, un buon setting del problema.
  3. Capire cosa c'è da cambiare e in che modo. Non tutto è da buttare via. Concentriamoci su cosa va curato e cerchiamo gli strumenti, le terapie adatte. Altrimenti finiamo per "buttare il bambino con l'acqua sporca".
  4. Capire cosa si salva e va bene. Ricordarsi dei propri successi, delle cose che ci piacciono o che almeno sono soddisfacenti ci dà un poo' di quella autostima necessaria a non abbatterci. Non solo: magari ci suggerisce la strada per nuovi successi.
  5. Fare i conti con i propri limiti. Potremmo anche dire: non fare il passo più lungo della tua gamba. Perché altrimenti avrai uno strappo muscolare, ti farai male e dovrai fermarti. All'inizio vai piano, così magari dopo chissà potrai allungare i passi, visto che sarai più allenato.
  6. Dare continuità ad aspirazioni, progetti, nuove abitudini. Se ogni giorno ricominciamo daccapo e ci buttiamo in una nuova impresa e l'indomani siamo già stanchi e facciamo altro dubito che andremo lontano.
  7. Fare un passo alla volta. Certe volte presi dalla foga di voler cambiare tutto e subito ci mettiamo a correre o facciamo diecimila cose tutte insieme. Ma il nostro cervello non ci segue, si affatica. Ne abbiamo già parlato ieri.
  8. Trovare il coraggio di provare. A volte non impariamo a nuotare perché abbiamo paura dell'acqua, non amiamo perché abbiamo paura del rifiuto, non ci buttiamo perché non abbiamo fiducia negli altri o in noi stessi.
  9. Pensare a delle alternative. Non le vediamo? Immaginiamole,. sforziamoci, inventiamo, sogniamo, basta che mettiamo in moto il cervello, che inizi a guardare alla situazione da altri punti di vista. In questo ti è molto d'aiuto il pensiero laterale.
  10. Provare a mischiare le carte. In certe mani di gioco con le carte perdiamo o vinciamo di brutto, specie a scopa, perché le carte sono un po' troppo accoppiate perché non sono state mischiate bene dopo la mano precedente. Se le mischiamo, invece, dovremo affidarci al caso che è un vero, grande motore di cambiamento se impariamo ad approfittarne.

Che ne pensi di questi dieci suggerimenti? Cosa aggiungeresti, cosa toglieresti, cosa modificheresti? Fammelo sapere nei commenti. Grazie.

stra trek guys
Star Trek Guys

A questo punto Kublai Kan s'aspetta che Marco parli d'Irene com'è vista da dentro. E Marco non può farlo: quale sia la città che quelli dell'altipiano chiamano Irene non è riuscito a saperlo; d'altronde poco importa: a vederla standoci in mezzo sarebbe un'altra città; Irene è un nome di città lontano, e se ci si avvicina cambia.

Mi ricorda l'atteggiamento di Kublai Kan quello di una mia amica che è alla ricerca della risposta ultima a tutte le cose. Lei cerca la ragione superiore di tutto il nostro agire che gli dia senso. Quella risposta che si trova alla fine di tutte le domande di una vita. E' ovvio che in questo faticoso percorso si sia stancata.

Il fatto è che mi sono stufata dei problemi e anche delle analisi dei problemi e dei perché e dei per come. A me servono SOLUZIONI!

mi ha scritto. Quante volte tutti noi pensiamo in questo modo? Ci stufiamo delle domande senza risposta, delle tante analisi che sembrano portare a niente e vogliamo le soluzioni qui e ora, senza se e e senza ma. Scagli la prima pietra chi non lo fa. E pur tuttavia sono rari i momenti in cui impugniamo finalmente "la soluzione" e per giunta questa porta nuovi problemi e nuove domande. La vera difficoltà, però, non è trovare le risposte ma fare le domande. Quante volte, infatti, conversando con qualcuno o leggendo qualcosa ci pare di trovare delle risposte alle nostre domande? Invece fare le domande giuste è l'arte più importante e quindi più difficile.

Ma tutte queste domande dovranno portare ad una risposta "finale" non credi? Oppure devo continuare a farmi domande in eterno?

Chiede la mia amica.  Eccoci dunque arrivati nientedimeno che al finalismo il quale afferma che il nostro agire è sempre subordinato ad uno scopo, ad un fine all'interno di un universo in cui l'uomo è padrone di tutto le cose per volontà divina. Il finalismo è un vecchio conoscente del pensiero occidentale a partire dal pensiero greco. Se però per Aristotele era esclusa un'intelligenza ordinatrice e provvidenziale il Cristianesimo che lo ha ripreso e amplificato è arrivato a fare di esso uno dei cardini di tutta la dottrina cristiana: i novissimi e quindi l'escatologia diventano la ragione stessa del nostro agire. Braccio operativo di Dio è quella Provvidenza che diventa il deus ex machina dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il nostro agire ha senso solo dopo il giorno del giudizio e diventa quindi subordinato all'Assoluto. Questo piace tanto ai Cattolici. Ma la mia amica rettifica il tiro e scrive a questo punto:

Non voglio addentrarmi in un discorso teologico sulle religioni rivelate, ma se ci soffermiamo ad un livello semplicemente umanistico, perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale? Non parlo dell'aldilà ma anche qui e ora penso che la ragione possa guidarci sul da farsi: essere persone oneste, rendere la terra abitabile per tutti, aiutare i più deboli, godere della bellezza naturale o dell'arte umana, bandire la violenza, cercare la giustizia, proclamare la verità... perché soffermarsi su questo concetto "di moda" della giungla metropolitana, della legge del più forte e cavolate varie che ci propinano come se non ci fossero stati milioni di anni di evoluzione?!

"Perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale?" dunque. Ora la domanda è: chi la conosce? Chi può rivelarcela? Le Sacre Scritture? Un profeta? I cattolici sono convinti che si possa conoscere, bontà loro. In fondo non fanno male se li aiuta a vivere con serenità, riconciliati con il mondo. Ma questo avviene di rado e comunque porta via molto tempo e molte energie. Succede infatti che questa risposta finale sia più un ostacolo insuperabile che un ausilio. Seguiamo ciò che dice un esperto di problem solving come Umberto Santucci in Fai luce sulla chiave (l'Airone):

Quando Alessandro Magno si trova davanti al nodo di Gordio, che nessuno era riuscito a sciogliere fino ad allora, e invece di tentare di scioglierlo come hanno fatto tutti gli altri lo taglia con un colpo di spada, che cosa fa? Elude il problema? Lo banalizza? Lo dissolve?

La risposta è facile: lo dissolve. I problemi (che sono sempre delle domande, come quelle della mia amica) a volte sono del tipo di quelli che non possono essere risolti perché sono al di là dei nostri limiti umani, come tutti i problemi della metafisica. Allora non vanno affrontati come problemi ma come immagini, sogni, incubi, illusioni.

A questo punto la mia amica chiarisce ancora di più ed arriva ad affermare che ci salveremo se useremo la logica. Allora mi è venuto in mente Spock di Star Trek: usava la logica e spesso questa voleva dire sacrificare il singolo. Mentre Kirk, il capitano, cercava sempre di salvare anche il singolo. Un mondo di pace è il sogno che Dio riserva a tante figure bibliche, come ad esempio Mosè che vede l'arcobaleno dopo il diluvio. E' qualcosa che va oltre la logica. Se poi parliamo di logica bisogna fare attenzone: quale? Quella verticale, spesso troppo utilizzata e dannosa, o quella laterale, che se fosse più usata riusciremmo a trovare le giuste soluzioni?

Termino qui le mie considerazioni sul finalismo. E voi vi sentite più finalisti oppure più concentrati sul qui e ora? Fatemelo sapere nei commenti. Oltre a quella del finalismo, potrebbe interessarti anche la malattia del fatalismo.

Headshot di Martin Gommel
Headshot di Martin Gommel

Stamattina mi sono imbattuto nella lettura di Istruzioni per non essere fanatici di Roberto Casati su Domenica, l'inserto domenicale de Il Sole 24Ore. E ho quindi subito infranto la prima regola dei fanatici: non leggere mai giornali, nel malaugurato caso di farsi influenzare da opinioni altrui, fino ad arrivare alla deprecabile abitudine di capire addirittura il pensiero degli altri. In quanto aspirante del fanatismo tu ti guarderai da tutto questo che costituisce l'anticamera del male.

Ad ogni modo, caro o cara neofita del fanatismo, voglio darti dieci regole sicure per mantenerti sulla retta via del settarismo. I primi sei punti sono suggeriti dall'articolo stesso che ho citato. Gli altri quattro sono mie aggiunte. Inutile dirti che non puoi discutere nessuno di questi punti, che dovrai impararli a memoria e considerarli dei comandamenti ai quali in nessun caso potrai venir meno. L'articolo di Roberto Casati, che dovrai guardarti bene dal leggere, parla di una fantomatica ricerca della conferma che noi tutti frequentatori dei social network cercheremmo attraverso i "sistemi di raccomandazione": quando ci viene raccomandato un libro, un amico, ecc.  E' come se tutti noi fossimo intrappolati sempre di più nelle nostre convinzioni, opinioni e visioni del mondo dai meccanismi del web che ci fanno rinchiudere sempre di più nelle nostre preferenze, nei nostri gusti, nei nostri orientamenti. Ma tu cara o caro partigiana o partigiano del pensiero unico sai bene che è questo l'unico sostegno, l'ultimo baluardo ad un mondo pieno di confusione, dove gli assoluti stanno cadendo come le statue durante le rivoluzioni. Eccoti allora un breve vademecum per rimanere saldo in quel che credi e che crederai per sempre:

  1. Tenete la porta chiusa al caso. Non fare mai click per caso, non aprire mai una email per caso, non accettare mai un'amicizia per caso. Il caso è un tarlo che ti mangerà il cervello con i dubbi e gli orizzonti che ti aprirà e che quindi potrebbe sconvolgerti. Uomo avvisato mezzo salvato.
  2. Fottetevene del perché vi raccomandano questo o quell'amico, questo o quel libro. E' follia pura il consiglio di Roberto Casati di rendere "esplicita la strategia alla base della raccomandazione". A voi la causa non interessa, accettate e basta.
  3. I nostri avversari sono brutti, sporchi e cattivi sempre e comunque, solo perché avversari, solo perché osano non essere d'accordo con noi. Chi non è con noi è contro di noi.
  4. Non siate diplomatici, prendetevi quel che volete. Il rito precederebbe il mito ci ricorda Casati. Noi sappiamo invece che se una donna ci piace, ad esempio, non ha nessun diritto di respingerci. Oltretutto le donne devono restare sottomesse agli uomini. Il corteggiamento è roba da debosciati.
  5. Non traete mai esempio dalla scienza. Il metodo scientifico e la razionalità non solo non servono ma sono addirittura pericolosi. Questo si vede dai risultati: dove ci sta portando la razionalità scientifica se non a sempre ulteriore debolezza?
  6. Evitate di esporvi ai dati e ai casi che non confermano il vostro punto di vista. Se non lo confermano a che può servirvi? Vi portano sulla cattiva strada. Il mondo andrebbe molto meglio se avesse un unico punto di vista. Non prendete esempio da quel cattivo maestro che nel film L'attimo fuggente invita gli studenti a salire sulla cattedra per "guardare le cose da angolazioni diverse".
  7. Il terzo non è mai dato. Di fronte ad un bivio esistono solo due alternative, mai una terza. Il mondo è diviso in due: alto o basso, giorno o notte, bianco o nero. Non fate l'errore di leggere il capitolo Tertium non datur di Paul Watzlawick in Di bene in peggio dove orrore degli orrori un certo Wokurka "non riuscirebbe nemmeno a fare l'aspirante suicida. Sarebbe capacissimo di trovare un tertium anche all'alternativa tra continuare a vivere e suicidarsi". Quando il mondo era diviso in due blocchi si stava molto meglio.
  8. Avete più ragione degli altri, non c'è alcun dubbio. Sappiamo benissimo cosa pensano gli altri, ancora prima che parlino. Anzi, c'è di più: noi sappiamo cose che loro che non hanno il coraggio di esprimere. Non serve discutere. La ragione di questo, è che se anche siamo tutti uguali ci sono alcuni più uguali degli altri. Animal farm docet.
  9. Usate solo il pensiero verticale. Mai, in nessun caso, dovete incuriosirvi al pensiero laterale. Non leggete il libro di Edward de Bono, Il pensiero laterale (Bur). Seguite la logica consequenziale, le deduzioni ovvie, le definizioni.
  10. Evitate come la peste le nuove idee che sono il virus che potrebbe portarci tutti alla morte, all'estinzione. Appena vedete una nuova idea non solo non dovete incuriosirvi ma dovete evitare con ogni mezzo il suo diffondersi.
A questo decalogo aggiungo una raccomandazione: perseverate e non arrendetevi mai. Nemmeno quando avrete perso tutti i vostri amici. La meta, dovreste saperlo, è il martirio. Se continuerete su questa via un giorno potrete sparare su una folla di studenti o farvi esplodere in qualche posto significativo. Ma anche se non arriverete a queste sublimi vette potrete essere ad esempio un o una docente ferma di polso, che evita ogni disordine nella sua scuola, oppure un o una dirigente che sa amministrare con inquadrando tutto e tutti e così via. Diventerete inflessibili come il procuratore ne La metamorfosi di Franz Kafka. Nessuno avrà niente da ridirvi. Come potrebbe?