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Ultima modifica il 29 maggio 2018 alle 11:36

Come risolvere problemi con semplici disegni

Il pensiero visuale

Pensare con gli occhi

Il pensiero visuale può semplificarci di molto la vita, renderla più leggera, interessante, giocosa. Vi è mai capitato di avere un'illuminazione e abbozzarla sul primo pezzo di carta che vi è capitato tra le mani? Ogni giorno, ovunque, siamo di continuo bombardati da immagini. Eppure non sappiamo niente in proposito. Io ho dedicato, in questo mio blog, una pagina a questo argomento: Pensare con gli occhi. Essa parla  del rapporto tra le immagini e la risoluzione dei problemi e tra questi e l'apprendimento. Con poche semplici immagini, infatti, è possibile venire a capo di difficoltà che sembrano piuttosto complicate. Non è una magia ma è la semplice potenza di ciò che nel mondo anglosassone è chiamato visual thinking, il pensiero visuale appunto. Per spiegarvi cos'è non ricorrerò a parole e definizioni ma vi invito, intanto, a guardare il video qui di seguito.

Grazie al pensiero visuale con poche, semplici immagini, si possono risolvere problemi complicati. Condividi il Tweet

I moderni analfabeti

C'è un paradosso di cui dobbiamo subito occuparci.  A scuola ci hanno sfinito con la grammatica e la produzione di testi scritti mentre non sappiamo leggere e decodificare molte immagini. Vedo spesso persone che di fronte ad una mappa mentale rimangono smarrite, non capendo di cosa si tratta. C'è persino qualcuno che non sa usare le carte geografiche pur in giovane età. Nella nostra educazione, almeno parlo della generazione mia e cioè dei quarantenni di oggi, c'è quel che Eleonora Fiorani chiama il pregiudizio logocentrico di cui parla nel suo libro Grammatica della comunicazione. L'autrice dice che i moderni analfabeti sono coloro che non sanno leggere le immagini. Allora vale la pena leggere il suo libro per imparare a farlo, soprattutto il terzo capitolo dedicato al linguaggio dell'immagine.

I moderni analfabeti sono coloro che non sanno leggere una mappa. Condividi il Tweet

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stra trek guys
Star Trek Guys

A questo punto Kublai Kan s'aspetta che Marco parli d'Irene com'è vista da dentro. E Marco non può farlo: quale sia la città che quelli dell'altipiano chiamano Irene non è riuscito a saperlo; d'altronde poco importa: a vederla standoci in mezzo sarebbe un'altra città; Irene è un nome di città lontano, e se ci si avvicina cambia.

Mi ricorda l'atteggiamento di Kublai Kan quello di una mia amica che è alla ricerca della risposta ultima a tutte le cose. Lei cerca la ragione superiore di tutto il nostro agire che gli dia senso. Quella risposta che si trova alla fine di tutte le domande di una vita. E' ovvio che in questo faticoso percorso si sia stancata.

Il fatto è che mi sono stufata dei problemi e anche delle analisi dei problemi e dei perché e dei per come. A me servono SOLUZIONI!

mi ha scritto. Quante volte tutti noi pensiamo in questo modo? Ci stufiamo delle domande senza risposta, delle tante analisi che sembrano portare a niente e vogliamo le soluzioni qui e ora, senza se e e senza ma. Scagli la prima pietra chi non lo fa. E pur tuttavia sono rari i momenti in cui impugniamo finalmente "la soluzione" e per giunta questa porta nuovi problemi e nuove domande. La vera difficoltà, però, non è trovare le risposte ma fare le domande. Quante volte, infatti, conversando con qualcuno o leggendo qualcosa ci pare di trovare delle risposte alle nostre domande? Invece fare le domande giuste è l'arte più importante e quindi più difficile.

Ma tutte queste domande dovranno portare ad una risposta "finale" non credi? Oppure devo continuare a farmi domande in eterno?

Chiede la mia amica.  Eccoci dunque arrivati nientedimeno che al finalismo il quale afferma che il nostro agire è sempre subordinato ad uno scopo, ad un fine all'interno di un universo in cui l'uomo è padrone di tutto le cose per volontà divina. Il finalismo è un vecchio conoscente del pensiero occidentale a partire dal pensiero greco. Se però per Aristotele era esclusa un'intelligenza ordinatrice e provvidenziale il Cristianesimo che lo ha ripreso e amplificato è arrivato a fare di esso uno dei cardini di tutta la dottrina cristiana: i novissimi e quindi l'escatologia diventano la ragione stessa del nostro agire. Braccio operativo di Dio è quella Provvidenza che diventa il deus ex machina dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il nostro agire ha senso solo dopo il giorno del giudizio e diventa quindi subordinato all'Assoluto. Questo piace tanto ai Cattolici. Ma la mia amica rettifica il tiro e scrive a questo punto:

Non voglio addentrarmi in un discorso teologico sulle religioni rivelate, ma se ci soffermiamo ad un livello semplicemente umanistico, perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale? Non parlo dell'aldilà ma anche qui e ora penso che la ragione possa guidarci sul da farsi: essere persone oneste, rendere la terra abitabile per tutti, aiutare i più deboli, godere della bellezza naturale o dell'arte umana, bandire la violenza, cercare la giustizia, proclamare la verità... perché soffermarsi su questo concetto "di moda" della giungla metropolitana, della legge del più forte e cavolate varie che ci propinano come se non ci fossero stati milioni di anni di evoluzione?!

"Perché non dovremmo sapere qual'è la destinazione finale?" dunque. Ora la domanda è: chi la conosce? Chi può rivelarcela? Le Sacre Scritture? Un profeta? I cattolici sono convinti che si possa conoscere, bontà loro. In fondo non fanno male se li aiuta a vivere con serenità, riconciliati con il mondo. Ma questo avviene di rado e comunque porta via molto tempo e molte energie. Succede infatti che questa risposta finale sia più un ostacolo insuperabile che un ausilio. Seguiamo ciò che dice un esperto di problem solving come Umberto Santucci in Fai luce sulla chiave (l'Airone):

Quando Alessandro Magno si trova davanti al nodo di Gordio, che nessuno era riuscito a sciogliere fino ad allora, e invece di tentare di scioglierlo come hanno fatto tutti gli altri lo taglia con un colpo di spada, che cosa fa? Elude il problema? Lo banalizza? Lo dissolve?

La risposta è facile: lo dissolve. I problemi (che sono sempre delle domande, come quelle della mia amica) a volte sono del tipo di quelli che non possono essere risolti perché sono al di là dei nostri limiti umani, come tutti i problemi della metafisica. Allora non vanno affrontati come problemi ma come immagini, sogni, incubi, illusioni.

A questo punto la mia amica chiarisce ancora di più ed arriva ad affermare che ci salveremo se useremo la logica. Allora mi è venuto in mente Spock di Star Trek: usava la logica e spesso questa voleva dire sacrificare il singolo. Mentre Kirk, il capitano, cercava sempre di salvare anche il singolo. Un mondo di pace è il sogno che Dio riserva a tante figure bibliche, come ad esempio Mosè che vede l'arcobaleno dopo il diluvio. E' qualcosa che va oltre la logica. Se poi parliamo di logica bisogna fare attenzone: quale? Quella verticale, spesso troppo utilizzata e dannosa, o quella laterale, che se fosse più usata riusciremmo a trovare le giuste soluzioni?

Termino qui le mie considerazioni sul finalismo. E voi vi sentite più finalisti oppure più concentrati sul qui e ora? Fatemelo sapere nei commenti. Oltre a quella del finalismo, potrebbe interessarti anche la malattia del fatalismo.