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Lo studio di Harvard che spiega perché allontaniamo le soluzioni
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Lo studio di Harvard

Quando siamo vicini alla soluzione di un problema allontaniamo quest'ultima per cui quel determinato problema sembra più pervasivo di come appariva all'inizio. Finiamo per includere nel problema anche elementi che all'inizio avremmo giurato non appartenergli. Questo accade soprattutto nel campo sociale a causa del "cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza" che è stato oggetto di un  recente studio. Questo fenomeno ci complica la vita quando occorre capire se il problema è finito oppure no.  È stato dimostrato che quando i problemi diminuiscono, si fanno rari, noi vediamo più cose come problema. Nello studio di Harvard, pubblicato sulla rivista Science il 29 Giugno del 2018, ad un gruppo di volontari sono stati dapprima mostrati delle serie di puntini blu. Man mano che si procedeva la quantità di quei puntini veniva diminuita. A questo punto le persone hanno iniziato a includere i puntini viola in quelli blu. In un altro test, poi, sono stati mostrati dei volti aggressivi. Anch'essi venivano man mano diminuiti. Ed è successo che dei volti neutri sono stati definiti come aggressivi. Infine è stato simulato un comitato che doveva decidere se delle proposte avanzate erano etiche o meno. E ancora una volta più le proposte chiaramente non etiche si riducevano più delle proposte perfettamente etiche venivano etichettate come non etiche.
Sembrerebbe esserci del perfezionismo in questo approccio ai problemi, una sorta di scontentezza, di non adeguatezza per sopperire alla quale si fa ricorso a un ipercorrettismo. Quando c'è insoddisfazione, insomma, si tende a cercare di sopperire allargando i propri concetti e questo ci fa vedere difetti anche là dove non ce ne sono. Il problema è stato risolto ma noi ne allarghiamo la frequenza, la presenza, la ricorrenza e quindi per noi non è risolto. Risolvere problemi ci porta, infatti, ad espandere la loro definizione. Invece di apprezzare ciò che è stato fatto continuiamo a guardare ciò che va ancora fatto, ci inventiamo ancora qualcos'altro così da esaurire, tra l'altro, le nostre risorse e stressarci. 

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Ultima modifica il 28 dicembre 2016 alle 10:01

E quando si tratta di scegliere fra libertà e cultura, chi non ammetterà che la prima è da preferirsi mille volte alla seconda? I giovani da me recuperati nel 1920 dalle cittadelle di schiavitù — le scuole ed i collegi — e ai quali dissi che era molto meglio rimanere ignoranti e spaccare pietre pur di conquistarsi la libertà, piuttosto che seguire corsi letterari in stato di cattività, ora capiranno probabilmente i motivi che mi hanno spinto ad agire così.

Sono parole del Mahatma Gandhi che morì il 30 gennaio di sessantasette anni fa. Perciò oggi voglio ricordarlo con questo suo pensiero riguardo all'educazione e alla scuola. Esso ruota attorno ad una grande necessità dell'India del suo tempo: la conquista della libertà. Ricordiamo infatti che la colonizzazione inglese teneva tutto il paese sotto il giogo dei britannici. Tuttavia c'è sempre una qualche forma di schiavitù da cui affrancarsi. Perciò la citazione di oggi che ho tratto dal suo libro La mia vita per la libertà possiamo leggerla in relazione alle oppressioni odierne. Prima fra tutte io porrei certa scuola che sulla scorta dell'impostazione gentiliana è rimasta ancorata per tanti decenni al primato della formazione letteraria e umanistica a discapito della possibilità di avere successo nella vita e nel lavoro.

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