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Ultima modifica il 24 maggio 2016 alle 20:54

Immagine 197Oggi, 19 Marzo 2016, ricorre la festività di San Giuseppe, una sorta di festa nazionale un po' per la celebrità di questo santo e un po' per la grande diffusione di questo nome. Io che lo porto ne sono molto orgoglioso. Non è un caso se abbiamo un nome piuttosto che un altro. Il proprio nome contiene molto della nostra identità. Accetto per buono questo concetto che prendo a prestito da Alessandro Cheli nel suo libro Il coraggio di essere te stesso: La ricerca dell'autenticità come strada per il successo. Da questo libro ho appreso anche la presenza in ognuno di noi degli interpreti del sé:

Gli interpreti del sé rappresentano i nostri modi di agire e di porci, gli atteggiamenti che assumiamo, i ruoli nei quali tendiamo ad identificarci.

Grazie ad essi possiamo avere una conoscenza poliedrica e quindi complessa ma allo stesso tempo comprensibile di noi stessi. Quel che occorre fare è identificarli uno per uno e dar loro un nome. In questo ci aiuta l'acrostico, che Wikipedia così definisce:

componimento poetico o un'altra espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase.

Proviamo a fare un esempio utilizzando proprio il termine sole:
Sudare
Oltremodo
Languendo
Esausti
Un altro esempio ancora con la parola Buco:
Buio
Ugello
Condotto
Oscuro
L'acrostico del nostro nome può dunque rivelare molto di noi stessi. Perciò ho sviluppato il mio sia come utile e giocoso esercizio di riflessione su me stesso sia come mia presentazione a tutti quelli che per una ragione o l'altra vogliano conoscermi un po' meglio. Ma c'è un altro motivo per cui ve lo propongo: credo che sia utile a chiunque. Perciò incoraggio tutti a trovare il proprio. Intanto ecco il mio.

...continua a leggere "L’importanza di chiamarsi Giuseppe"

Ruota della fortuna, Siena.
Ruota della fortuna del pavimento del duomo di Siena.

Le nuvole portano la pioggia ristoratrice, ma talvolta anche l’uragano devastatore. Nelle pieghe della fortuna sta nascosta la sfortuna.

Così dice un racconto taoista che parla di una puledra che era costata una fortuna a un modesto contadino del nord della Cina. Questa puledra un giorno scappa e tutti i vicini del contadino parlano di sfortuna. Ma dopo qualche tempo torna gravida insieme a uno stallone. Allora tutti lo invidiano per la buona sorte. Tuttavia il figlio del contadino si rompe una gamba addestrando il cavallo e di nuovo si pensa alla iella. Alla fine però quel ragazzo si salva da un massacro perché non poteva partecipare alla leva per una guerra con i mongoli. Perciò quel contadino può ben dire:

Sfortuna, fortuna... chi può dirlo? Tutto cambia in questo mondo impermanente.

Se tutto cambia allora come si può parlare di fortuna o sfortuna? Da quale punto di vista? E per quanto tempo? Mi pare di poter dire che fortuna e sfortuna non esistono. C'è solo la nostra possibilità si approfittare degli eventi oppure lasciarli cadere.

...continua a leggere "Dalla sfortuna nasce fortuna e viceversa"

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Ultima modifica il 23 settembre 2016 alle 15:38

emotion icon
emotion icon (Photo credit: Łukasz Strachanowski)

"I più stupidi fanno più soldi e quelli intelligenti falliscono più spesso". Così Jacopo Fo commentava nel 2007 una ricerca dell'università dell'Ohio secondo la quale il quoziente intellettuale non è determinante per avere successo nella vita. Due sono i fattori che portano al successo gli stupidi mentre gli intelligenti falliscono, secondo lui. Il primo è la semplicità. Gli intelligenti, infatti, tenderebbero a realizzare progetti così tanto complessi da fallire. Gli stupidi invece farebbero dei progetti modesti e realizzerebbero una cosa per volta. Il secondo è l'intuito. Gli intelligenti tenderebbero ad analizzare, valutare e soppesare così tanto da essere sterili. Gli stupidi, al contrario, andrebbero "di pancia"  e quindi tendono a realizzare buoni affari grazie al loro intuito, al loro fiuto. Esempio di tutto questo, sempre secondo Fo, sarebbe la sinistra italiana così piena di artisti, cineasti, intellettuali eppure spesso incapace di attuare il suo grande potenziale.

...continua a leggere "Semplicità e emozioni: grandi vie per il successo"

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Geroglifico egizio.
Geroglifico egizio. Foto di Sonia Fantoli.

C'è una questione che è ora di affrontare nel percorso di lettura e commento de L'arte della scrittura di Lu Ji che sto compiendo nei post di questi giorni. Ed essa è ben introdotta da questi versi:

Il cielo e la terra sono catturati in forma visibile:
ogni cosa emerge
dall'interno del pennello.

Quando questo testo fu scritto in Cina nel nel III secolo d.C la lingua cinese era in gran parte pittografica o, al massimo, logografica: il segno grafico rappresenta la cosa vista e non quella udita (pittogramma). Nella logografia, invece, "il singolo elemento (logogramma) rappresenta sia il significante (vale a dire l'elemento formale, fonico o grafico) sia il significato". Queste caratteristiche linguistiche avvicinano la lingua con la quale Lu Ji scriveva all'egiziano antico, ai geroglifici: egli scriveva, o meglio sarebbe dire disegnava, ciò che vedeva. Non è un caso che nella scrittura usasse il pennello. Per capire meglio ciò che sto cercando di spiegare osserviamo la seguente illustrazione.

Illustrazione con pittogrammi cinesi.
Illustrazione con pittogrammi cinesi. Fonte: tuttocina.it.

Come si può vedere soprattutto dalla figura due il segno grafico per "cane" parte dal disegno del cane per procedere verso una sempre maggiore stilizzazione. Ma questo sistema è diverso da quello a cui siamo abituati, il sistema alfabetico, cioè basato sull'alfabeto in cui ad ogni segno corrisponde un suono, non un'immagine.  La conseguenza più vistosa di tutto questo è che la scrittura di Lu Ji è una scrittura molto più aderente agli oggetti che nomina o che, meglio, disegna. C'è quindi molta meno distanza tra parole e cose, perché nel nostro sistema c'è un'astrazione. L'astrazione è di grande ausilio nell'arte e nella filosofia ma nella scrittura sarebbe bene non lasciarsi prendere la mano da essa. In che modo? In proposito mi vengono in mente le parole del Tao The Ching:

Ritornare alla radice è il movimento del Tao.
La quiete è il suo metodo.

Le diecimila cose sono nate dall'essere.
L'essere è nato dal non essere.

Perciò se ieri vi ho parlato del percorso dal ramo verso la singola foglia per cercare le parole giuste, oggi invito al movimento opposto: passare dalle tante distinzioni alle radici dell'essere. Appuntamento a domani con il piacere di scrivere.

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Ultima modifica il 13 ottobre 2015 alle 15:35

English: Shotoku Taishi on banknote (BOJ Serie...
English: Shotoku Taishi on banknote (BOJ Series C 5000YEN) (Photo credit: Wikipedia)

Il poeta sta al centro
di un universo,
contempla l'enigma

e trae nutrimento
dai capolavori del passato.

E' questo il primo impulso alla scrittura secondo L'arte della scrittura di Lu Ji. Il primo impulso alla scrittura, secondo questo classico della cultura cinese viene dalle due fonti classiche anche in occidente: la natura e la lettura dei classici.  Tuttavia l'atteggiamento orientale suggerisce di stare "al centro di un universo" in modo non diverso da quel che dice anche il Tao The Ching:

Resta centrato nel Tao e il mondo
viene a te:
viene e non subisce danni,
viene ed è soddisfatto.

Se da una parte quindi le fonti della scrittura sono le stesse per le due culture cambia l'atteggiamento del poeta e dello scrittore.  In occidente abbiamo, per esempio, poeti viaggiatori come Giuseppe Ungaretti e Dino Campana. In Oriente il viaggio si fa interiore, è uno stare sulla soglia della porta da dove si può osservare il mondo. Se Dino Campana si definisce "povero troviero di Parigi" nei poeti classici giapponesi, invece, è difficile trovare riferimenti a luoghi e persone. E se mai il viandante è visto con gli occhi di chi lo vede passare:

Se fosse a casa
fra le braccia amate
riposerebbe, povero viandante.
Qui lungo la strada, si dissolve
sopra un letto d'erba.

Così scrive, infatti, Shotoku Taishi (574-622). E' un atteggiamento quello orientale che percepisce la sacralità della natura, al quale il poeta si sottomette. E i classici anche sono come dei maestri ai quali i poeti, gli artisti, gli atleti orientali danno il massimo rispetto. Non sarebbe concepibile, per intenderci, in Cina o in Giappone un Carmelo Bene che fa a brandelli i classici.

Con questo primo post inizio una serie di post dedicati alla scrittura nei quali commenterò una per una le 15 poesie in prosa de L'arte della scrittura di Lu Ji paragonandola alla cultura occidentale. L'obiettivo è conoscere meglio la scrittura attraverso un viaggio tra le due culture. Appuntamento a domani con il secondo post dedicato all'inizio del processo di scrittura.

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Ultima modifica il 28 giugno 2015 alle 16:57

Tra terra e cielo
Tra terra e cielo. Credit: mmalta94

Ultima modifica del post: 28 Giugno 2015.

È la via di mezzo che collega il cielo e la terra. Non ci giova stare sempre in contemplazione o, al contrario, sempre immersi negli affanni quotidiani. Non è restando sul monte della trasfigurazione, piantando delle tende, che collegheremo cielo e terra. È nel mondo che troveremo la via, non trascurando gli affari di ogni giorno né di meditare. Perché sia l'uno sia l'altro sono degli eccessi. Durante la giornata è bene fare un po' di vuoto in sé. Non è possibile perché si ha troppo da fare e non si ha tempo per riposare?

Anche Eutico deve cambiare "vita e piani per varcare la soglia delle Muse" secondo Fedro senza aspettare il tempo delle ferie. Che cosa può accadere a chi impiega tutto il suo tempo a far soldi? Ne sarà schiavo, se non può smettere quando vuole. Avrà senza dubbio mille comodità come il cane in un apologo di Fedro. Ma a quelle comodità il lupo preferisce la sua libertà,  come alla sudditanza dei cani i gatti preferiscono la loro indipendenza. Anche Zhuang Zhu, il massimo saggio nell'Impero di Mezzo, preferisce trascinarsi nel fango al posto di primo ministro offertogli dal re di Chu come narra un racconto taoista. I gatti e Zhuang Zhu trovano il tempo per tutto, anzi ne avanza loro.

Ma perché trovarlo tutto questo tempo? Per fare esistere Dio."Rafaniello dice che a forza di insistere Dio è costretto a esistere" scrive Erri De Luca in Montedidio. Mo' vuoi vedere che è la terra che fa il cielo? Io dico che il cielo sta nella gobba di Rafaniello che ripara le scarpe dei puverielli di Napoli. E sono sicuro che un po' lavora e un po' pensa. È un maestro zen, anche se non lo sa.